Innovazione e sostenibilità le chiavi per rimettere in moto il Paese

Lavoro e produttività in Italia, tra problemi strutturali e successi effimeri

Inps, l’occupazione sale. Ocse, la crescita si consolida. Ma le fondamenta sono sempre più fragili

[10 agosto 2015]

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Lavoro, produttività, sviluppo: come sta andando davvero il Paese? La crescita in Italia si sta consolidando. Almeno, questo è il commento diffuso oggi dall’Ocse insieme ai dati sul leading indicator – il “superindice” –, stabile da maggio a quota 100,9 per quanto riguarda il nostro Paese. Anche l’Inps, aggiornando il suo osservatorio sul precariato, informa oggi che nel primo semestre 2015 i nuovi rapporti di lavoro – tolti i cessati – siano 638.240, mentre erano 393.658 nello stesso periodo del 2014. In totale, precisa poi l’Inps, sono state realizzate 952.359 nuove assunzioni e 331.917 trasformazioni “a tempo indeterminato” (o meglio a tutele crescenti) di rapporti di lavoro una volta a termine.

Si tratta di dati certamente positivi, che meriterebbero però un’analisi meno frettolosa. Il superindice Ocse sembra piuttosto confermare come l’euro e il prezzo del petrolio ai minimi, insieme al sostegno della Bce, continuino a tenere a galla l’Italia, come del resto anche la Francia (il cui leading indicator è a 100,8) e la zona euro nel suo complesso (100,7). I dati sul lavoro, invece, continuano ad essere un riflesso automatico dei 40 miliardi di euro di benefit alle imprese messi in conto dal governo Renzi fino al 2019, tra sconti Irap e sgravi contributivi legati a nuove assunzioni. I posti di lavoro crescono insieme agli sconti, mentre calano le tutele, ma questa leva suscita molte perplessità circa efficienza ed efficacia. Anziché avvantaggiare indistintamente la classe imprenditoriale del Paese, l’esecutivo avrebbe potuto ad esempio puntare sula cura del territorio (anch’esso bisognoso di 40 miliardi di euro per gli interventi contro il dissesto idrogeologico) e garantire egli stesso lavoro qualificato. Il governo Renzi ha preferito fare altre valutazioni, dedicando al territorio solo 1,3 miliardi di euro. E continua a non andare oltre agli spot a breve termine: finiti i soldi per gli sconti alle imprese, il tessuto economico italiano sarà migliorato?

I dati sulla produttività recentemente diffusi dall’Istat sono passati senza alla cronaca senza commenti di sorta da parte del governo, ma sono una cartina tornasole dello stato del Paese: dal 1995 a oggi, la produttività totale dei fattori calcolata dall’Istat è diminuita (!) dello 0,3% medio annuo. E le motivazioni vanno ricercate soprattutto nel capitale, piuttosto che nel lavoro.

«Nel periodo 1995-2014 la produttività del lavoro è aumentata ad un tasso medio annuo dello 0,3%», mentre negli stessi anni la produttività del capitale, definita come rapporto tra il valore aggiunto e l’input di capitale, ha registrato una significativa diminuzione, con un calo medio annuo dell’1,2%». E dunque la produttività totale, calcolata come rapporto tra il valore aggiunto e l’impiego complessivo dei servizi del capitale e del lavoro, è crollata.

La retorica del lavoratore fannullone non aiuta a comprendere le difficoltà dell’Italia: andrebbe sostituita con quella dell’imprenditore incapace di portare avanti i giusti investimenti, e della mano pubblica di guidarli.

Un fattore critico per la produttività italiana rimane la spesa in R&S, che si attesta nel Bel Paese attorno all’1,26%, neanche la metà di quanto stabilito dall’Agenda di Lisbona. Il governo Renzi ha preferito attaccare lateralmente il problema, favorendo fiscalmente i nuovi brevetti tramite la cosiddetta “patent box”. Nel mentre, il 2014 ha già registrato – dopo anni di segno meno – il primo aumento nelle richieste di brevetto, arrivate in un anno a 9.378; certo non grazie al patent box, i cui decreti attuativi sono arrivati nel marzo 2015. D’altronde, le possibilità di questa misura sono alquanto ridotte. Esperti d’innovazione come l’economista Mariana Mazzucato la giudicano al massimo irrilevante, con «nessun effetto sulla crescita».

È sul piano della sostenibilità – ambientale, sociale, economica – che innovazione e sviluppo si incrociano. «Usare i proventi delle tasse ambientali per finanziare progetti ed infrastrutture sostenibili, o spesa pubblica in R&S e innovazione, vero motore della nostra conoscenza e sviluppo», sarebbe una strategia vincente, per dirla con le parole dell’economista Massimiliano Mazzanti. Un circolo positivo che se messo in piedi si autorafforza, in quanto un aumento della produttività può far bene anche all’ambiente. Purtroppo, come dimostra da ultimo il caso delle risorse (mancate) contro il dissesto idrogeologico, il governo però da quest’orecchio continua a rimanere sordo.