Le speranze di Piombino nell’altoforno

[19 marzo 2015]

L’altoforno dell’acciaieria ex Lucchini, simbolo della Piombino che fu, sarà presto riacceso. È questa la nuova promessa targata Issad Rebrab, il presidente Cevital oggi presente all’incontro organizzato al ministero dello Sviluppo economico; attorno al tavolo non sedevano sindacati, né rappresentanti delle associazioni ambientaliste, ma l’assortimento dei vari livelli istituzionale era (fortunatamente) al completo.

L’ennesimo incontro è stato convocato, precisano dal Comune di Piombino, per discutere delle strategie industriali, ma per ironia della sorte il grande assente è ancora una volta il piano industriale. Quelle che sono state presentate sono delle generiche linee, che invece di chiarire alimentano però ulteriori dubbi sul futuro della città.

«Nel corso della riunione Issad Rebrab – sintetizza il Comune – ha ufficializzato le strategie del gruppo affrontando tutti gli aspetti principali della questione che dovranno confluire nel piano: quello industriale e ambientale, quello produttivo e l’aspetto occupazionale. La volontà è quella di procedere con il mantenimento dell’area a caldo e contemporaneamente di costruire anche un nuovo forno elettrico da realizzare nell’area periferica di Ischia di Crociano. Per fare questo Cevital pensa per il momento di procedere con la richiesta delle autorizzazioni per la riaccensione dell’altoforno acquistando coke dall’esterno, dal momento che la vecchia cokeria ormai spenta da mesi è troppo obsoleta. Nel piano ci sarà anche la costruzione di una nuova cokeria che verrà realizzata in futuro vicino all’altoforno, nella stessa area dove verrà spostata anche l’acciaieria consentendo la liberazione di spazi significativi da destinare alla diversificazione siderurgica e nello specifico all’agroalimentare. Un investimento consistente, che ammonta a 1 miliardo e mezzo circa di euro, sul quale il presidente di Cevital ha puntato l’attenzione rimarcando l’impegno del gruppo e la volontà di andare avanti con convinzione».

Del preridotto, che all’inizio sembrava costituire il cuore della proposta industriale algerina, si sono perse le tracce. Si sceglie ora di spostare la parte a caldo dell’acciaieria per liberare l’area rivolta all’agro-industriale (un’operazione immane, com’è facilmente intuibile), riaccendere l’altoforno e al contempo costruire un forno elettrico, per poi mantenere attivi entrambi i cicli.

Interrogato su queste prospettive da greenreport.it, Adriano Bruschi – presidente di Legambiente Val di Cornia – preferisce mantenere i piedi per terra. «La situazione è abbastanza grave, perché stiamo discutendo di ipotesi e scenari senza che ci sia la traccia di conti economici – sottolinea – Ancora non si capisce non tanto come fare l’acciaio, ma quale acciaio: quali prodotti per quali mercati. Qual è la loro redditività? In quanto tempo è previsto il rientro degli investimenti? Ancora non è specificato, e non si capisce come si possa riavviare l’altoforno e contemporaneamente spostare l’acciaieria in tempi brevi. L’impressione è che siamo di fronte a manovre poco chiare e prospettive incerte. Nessuno chiede che sia fatta chiarezza, soprattutto sulle produzioni, che rappresentano la domanda chiave».

L’elemento principale per giudicare un rilancio industriale dovrebbe essere, banalmente, il piano che ne dettaglia le prospettive economiche. «In un altro Paese europeo tutto questo sarebbe inconcepibile – rincara Bruschi – Esiste a livello ministeriale una struttura tecnica che è in grado di valutare le prospettive offerte da Cevital? Certo non possiamo farlo noi. Quello che traspare è piuttosto una fiducia a prescindere». Dopo mesi di esaltanti annunci, non si conoscono ancora i termini dell’accordo con Palazzo Chigi, e il fantomatico piano non ha mai smesso di cambiare.

Piombino si presenta una matassa sempre più ingarbugliata, e in questo contesto vanno in crescendo non solo i rischi per i lavoratori, ma anche quelli per l’ambiente. A parole sempre difeso da tutte le parti in causa, anche oggi, ma i fatti alimentano paradossi. Basti pensare che, correttamente o no, si accetta l’ipotesi di una riaccensione dell’altoforno che – quantomeno a livello di diossine emesse – vale decine di inceneritori come quello di Scarlino appena chiuso dalla magistratura a pochi chilometri di distanza, dietro il tripudio dei comitati locali.

D’altro canto, dove sta la più allarmante emergenza ambientale? Come sottolinea Bruschi, tale è l’incertezza in campo che ancor «prima dell’inquinamento la preoccupazione è per una possibile desertificazione industriale, che poi a sua volta porterebbe a nuove e gravi problematiche ambientali».

Cevital rappresenta ancora una possibilità per il territorio (anche perché al momento sembra l’unica rimasta sul campo), ma senza numeri i sogni non potranno reggere a lungo. Ogni giorno che passa senza, ciò che rischia di essere bruciato nell’altoforno di Piombino sono solo le speranze di una città intera.