Legambiente a Ecomondo: solo così si può ridurre l’impatto ambientale complessivo

Meno cento cave: per costruire un’Italia migliore è ora di usare materiali riciclati

Zanchini: «Oggi non esistono più motivi tecnici o economici per non utilizzarli nelle costruzioni»

[5 novembre 2015]

cave campiglia

La mappa delle cave in Italia disegna un territorio punteggiato da buchi, come una forma di groviera: 2.500 le cave da inerti oggi ancora attive, 15mila quelle abbandonate (la maggior parte di sabbia e ghiaia), che aspettano di trovare nuova destinazione o di essere sottoposte a interventi di riqualificazione paesaggistica. Nel frattempo si continua a cavare, nel 62% dei casi per ottenere poi materiali da costruzione, per realizzare infrastrutture. Al contempo, ogni anno in Italia vengono prodotti 45milioni di tonnellate di rifiuti inerti: la Direttiva 2008/98/CE prevede che nel 2020 si raggiunga un obiettivo pari al 70% del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, ma oggi in Italia la capacità di recupero sfiora a malapena il 10% (anche se non mancano esperienze d’eccellenza); in Olanda, per prendere l’estremo più virtuoso d’Europa, siamo già al 90%.

Le due facce dello stesso paradosso sono l’oggetto del rapporto Recycle: la sfida nel settore delle costruzioni, organizzato da Legambiente con il contributo di ECO.MEN e Ecopneus nell’ambito di Ecomondo, e al quale hanno partecipato tra gli altri Edoardo Zanchini (Legambiente), Daniele Fornai (Ecopneus), Alessio Velo (Gruppo Mefin® SpA), Silvia Velo (ministero dell’Ambiente).

In Italia – spiegano da Legambiente – non esistono motivazioni di natura normativa che ne impedirebbero l’utilizzo, ma nella realtà la diffusione di materiali provenienti dal recupero ha di fronte forti ostacoli. Il primo e principale problema riguarda i cantieri dei lavori pubblici e privati, dove spesso i capitolati sono una barriera insormontabile per gli aggregati riciclati perché pur essendo previsto l’obbligo di utilizzo di alcune categorie di materiali, di fatto è impedita l’applicazione per quelli provenienti dal riciclo.

Il rischio è che si sta già concretizzando è quello di perdere un’importante occasione di economia circolare a causa della mancanza di corrette informazioni sui prodotti riciclati, per pigrizia o per interessi stratificati nel tempo intorno alla gestione dei materiali di cava e alla gestione di cantieri dove si fa largo uso di acqua e prodotti petroliferi. «Per questo è necessario l’intervento del Governo – ha sottolineato Zanchini – per dare forza a questo percorso di cambiamento. I vantaggi che questo tipo di prospettiva aprirebbe sono infatti rilevanti, perché le esperienze europee dimostrano che aumenterebbero sia l’occupazione che il numero delle imprese attraverso la nascita di filiere specializzate; nella riduzione del prelievo da cava, perché arrivando al 70% di riciclo di materiali provenienti dalla demolizione e ricostruzione si genererebbero oltre 23 milioni di tonnellate di materiali che permetterebbero di chiudere almeno 100 cave di sabbia e ghiaia e per la riduzione di emissioni di gas serra. Perché aumentando la quantità di pneumatici fuori uso recuperati e utilizzati fino a raddoppiarla al 2020, potremmo riasfaltare quasi 40.000 km di strade, con un risparmio energetico (considerando che non si userebbero più materiali derivati dal petrolio), di oltre 6,5 miliardi di kWh, pari al consumo annuo di una città come Reggio Calabria o Modena, con un taglio alle emissioni di gas serra pari a 700 mila tonnellate».

La possibilità di utilizzare materie prime seconde nell’ambito delle opere infrastrutturali, infatti, non riguarda solo il segmento merceologico dei rifiuti da costruzione e demolizione. Il recupero degli pneumatici fuori uso è un esempio, un altro – per guardare alla stretta attualità – riguarda quello al centro del progetto Rimateria in Toscana: in Val di Cornia, insieme a materiali destinati all’industria e non sostituibili (come il microcristallino) se ne continua a cavare altri anche per infrastrutture, mentre milioni di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dalle industrie locali si accumulano da decenni. «Per dirla con un’altra battuta – ha dichiarato a greenreport il presidente di Rimateria – si è preferito “mangiare” colline per farne crescere altre. Il tutto a distanza di una decina di chilometri. E si è preferito ignorare il principio di legge della prossimità per esportare fatturato e posti di lavoro». Adesso, in Toscana come altrove in Italia, è necessario invertire la rotta.

«Un punto va sottolineato con attenzione – ha dichiarato Edoardo Zanchini –, oggi non esistono più motivi tecnici, prestazionali o economici per non utilizzare materiali provenienti da riciclo nelle costruzioni». Se non lo si fa, oltre a semplificare e indirizzare le normative, l’arma più immediata per smuovere la resistenza al cambiamento è quella degli incentivi economici ben calibrati: l’ecobonus per le ristrutturazioni energetiche ha contribuito ad attivare 100 miliardi di euro di investimenti in 4 anni, con benefici netti per l’ambiente, per l’economia, per le casse dello Stato. Tra i muri di gomma da abbattere c’è dunque anche quello che finora ha messo in piedi il governo, che all’industria del riciclo (al contrario di quanto accade per la termovalorizzazione dei rifiuti) di incentivi non ha mai fatto arrivare un solo euro.