Oggi si riunisce l’Onu sulla Libia. Ma senza aiuti ai paesi in via di sviluppo i droni non servono

Migranti e catastrofi poco naturali

Cambiamenti climatici, guerre per le risorse e disastri naturali. Le responsabilità dell’Occidente

[11 maggio 2015]

Oggi il Consiglio di sicurezza dell’Onu pone al centro del dibattito il tema sempre più caldo dei migranti verso l’Europa, e i suoi numeri in crescendo. Solo nell’ultimo anno (e nella sola Italia) sono stati 130mila gli sbarchi, innumerevoli le vittime affogate in un’indifferenza più profonda del Mediterraneo. Le proposte vertono sull’opportunità o meno di attaccare nei porti libici i barconi dei trafficanti, moderni schiavisti. Un’iniziativa che fa da contraltare alla nuova Agenda per l’immigrazione, domani sul tavolo della Commissione europea, per proporre la revisione del Trattato di Dublino per riequilibrare la responsabilità dell’accoglienza nei Paesi Ue, e incidentalmente anche sugli aiuti diretti ai Paesi d’origine dei migranti.

Se oltre ai numeri contassero i volti e le storie, di quanti attraversano il Mediterraneo su pericolanti gusci di noce o su incerti corridoi di terra, l’ordine delle priorità sarebbe probabilmente invertito, e quest’ultimo punto in cima alla lista. L’Italia ad esempio, che è uno dei fronti più avanzati a reggere l’onda d’urto nell’arrivo (e nel tentativo di difesa) dei migranti, si lamenta con ragioni di essere lasciata sola dai partner europei. Ma a sua volta, destina per Aiuti pubblici allo sviluppo (e dunque in concreto sostegno ai paesi che ne hanno bisogno) appena lo 0,16% del proprio Pil.

Per quanti, in tempi di crisi non solo economica, si domandano perché dovremmo dare di più – e come risposta non sono soddisfatti né dal significato più profondo di “umanità”, né dal pragmatico tragitto dei barconi in fuga – potrebbe essere utile andare a rintracciare le cause del massiccio esodo in corso.

Guerre e disordini che hanno molto a che vedere col maldestro interventismo occidentale, ma anche, in un ottica globale, cambiamento climatico e catastrofi ben poco naturali.

Secondo lo studio Anthropogenic contribution to global occurrence of heavy-precipitation and high-temperature extremes, appena pubblicato su Nature, quasi un quinto delle precipitazioni estreme che si verificano oggi nel mondo, e circa i tre quarti delle ondate di calore, sono direttamente collegabili al riscaldamento globale attribuibile all’intervento antropico. «La probabilità di questi eventi estremi – riassume Le Scienze – non aumenta in modo lineare: un ulteriore riscaldamento fino a 2 °C rispetto alle medie preindustriali, comporta per esempio una probabilità doppia di precipitazioni estreme rispetto a un riscaldamento di 1,5 °C. In pratica, con un aumento di 2 °C, ben il 40 per cento delle precipitazioni estreme sarebbe da attribuite al cambiamento del clima di origine antropogenica». I paesi più a rischio, neanche a dirlo, sono quelli più poveri, e alcuni di essi sono all’origine del crescente fenomeno di migrazione.

L’impatto di queste diffuse “catastrofi naturali” non è più marginale, e da tempo, anche per le strutturate economie dei Paesi ricchi. Sia per gli effetti diretti sul territorio (e in Italia dovremmo saperne qualcosa), sia per quelli sulle catene di valore. L’ultimo report globale BSI (British Standards Institution) sul fenomeno stima in 32,8 miliardi di dollari le perdite alle supply chain, ed evidenzia come «un terzo (36%) dei maggiori fornitori dell’industria globale sia situato in Paesi considerati ad alto rischio per violazioni dei diritti umani o ambientali». La nuova faccia della guerra per le risorse.

Cambiamenti climatici, aiuti (mancati) allo sviluppo e tratta dei migranti formano un unico mix esplosivo, e una bella gatta da pelare dunque in termini di responsabilità morale, ma anche di gestione del flusso dei migranti. Eppure, come ha tenuto a sottolineare Oxfam in un suo recente studio, «se i governi agissero sui cambiamenti climatici, si potrebbe sradicare la fame nel prossimo decennio e garantire cibo ai nostri figli e nipoti per la seconda metà del secolo. Per finanziare l’adattamento climatico, per esempio, non servono grandissime risorse,ai paesi più poveri servono circa 100 miliardi di dollari all’anno – che è appena il 5% del patrimonio delle 100 persone più ricche del mondo». Potrebbe essere un’idea migliore dell’avanzata dei droni per l’attacco ai barconi.