Nizza, ancora terrore e la risposta da sinistra che tarda ad arrivare

[15 luglio 2016]

nizza

Non solo la Francia ma il mondo si è svegliato stamani con un nuovo shock, dopo una notte di festa tramutata in tragedia a Nizza. La lucida follia assassina di un attentatore – ucciso e poi identificato in Mohamed Lahouaiej Bouhlel, 31enne franco-tunisino – ha falciato a bordo di un camion e a colpi di mitra almeno 84 vite, di cui molte bambine. Erano sulla Promenade des Anglais di Nizza per celebrare le 14 Juillet, la festa nazionale francese erede della presa della Bastiglia e della Festa della Federazione.

Oggi non può che essere un nuovo giorno di dolore. Il terzo che gronda sangue francese dopo quello avvenuto nella redazione di Charlie Hebdo un anno e mezzo fa, e a otto mesi di distanza dall’attacco al teatro Bataclan. Stavolta a essere colpita è una città ai confini italiani, parte attiva della storia (compreso il presente) italiana; anche oggi i tagliagole dell’Isis – che da mesi retrocedono dai territori conquistati in Medio oriente – esultano, sebbene finora nessuna organizzazione terroristica abbia rivendicato ufficialmente l’attentato.

Una ferma condanna è tornata a risuonare dai leader del mondo. I capi di Stato e di governo di Asia ed Europa, compresi i vertici Ue, riuniti a Ulan Bator per il vertice Asean (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) condannano «con forza questi attacchi terroristici odiosi e codardi, che hanno causato una perdita inaccettabile di vite innocenti e innumerevoli ferite». Nel giorno della presa della Bastiglia, Obama ricorda la straordinaria capacità di reazione e i valori democratici «con cui la Francia ha dato ispirazione a tutto il mondo. Sappiamo che la forza di carattere della Repubblica francese resisterà a lungo dopo questa tragica e devastante perdita di vite umane». «Abbiamo visto ancora una volta che il terrorismo è alieno dalla morale umana – scrive invece il presidente russo Vladimir Putin in un telegramma inviato a Francois Hollande – Le sue vittime sono civili innocenti, fra cui donne e bambini».

La vita impone ancora una volta di asciugare le lacrime, offrendo tutto il conforto possibile ai sopravvissuti e alle famiglie dei caduti a Nizza, ed andare avanti. Con la consapevolezza però che quanto fatto finora per fronteggiare la minaccia del terrorismo non è sufficiente. Premesso che a tale violenza sarebbe ingenuo pensare di rispondere solo offrendo l’altra guancia, pare evidente che anche ai servizi di intelligence europei sia necessario un check-up. La maggiore integrazione dei vari reparti nazionali invocata dopo gli attentati degli scorsi mesi ancora non si è ad esempio ancora manifestata, mentre ne cresce di molto il bisogno. Ma dobbiamo essere consapevoli che per sradicare la radici del terrore è necessario altro.

Il politologo Ian Bremmer, interrogato sulle pagine del Corriere della Sera, ricorda oggi alcuni degli elementi che hanno messo la Francia al centro delle attenzioni del terrorismo in Europa. «L’arrivo massiccio di profughi, la crescita economica bloccata e l’alto tasso di disoccupazione. Ma c’è un numero chiave: circa l’8% della popolazione non si sente francese, non si riconosce nello Stato. E queste persone non sono rifugiati appena sbarcati. Sono figli di immigrati, giovani di seconda o terza generazione. È la percentuale più alta tra i Paesi europei. Dalla Francia sono partiti tanti foreign fighter verso l’Iraq e la Siria».

A una globalizzazione delle merci e delle risorse voluta dall’Occidente – sovente con metodi predatori – non è mai seguita una reale globalizzazione delle persone, sia quando queste vengono bloccate al confine sia quando sono rinchiuse in ghetti più o meno metaforici. Le “strategie” spicce offerte dalla destra più becera come quella rappresentata in Italia da Matteo Salvini, che su Facebook scrive «ormai le preghiere non bastano più, occorrono le maniere forti» (raccogliendo 46mila “mi piace”), non fanno che esacerbare ulteriormente i conflitti. Si attende una forte risposta a sinistra, che però non arriva. Perché?

Su Project syndicate l’economista Dani Rodrik osserva «come la differenza cruciale tra la destra e la sinistra sia che «la prima prospera quanto più si allargano le spaccature nella società – “noi” contro “loro” – mentre la sinistra, quando lavora bene, supera queste divisioni con riforme tese a sanarle. Da ciò nasce il paradosso per cui le prime ondate di riforme della sinistra – keynesianesimo, socialdemocrazia, stato sociale – hanno sia salvato il capitalismo da se stesso sia reso praticamente inutili se stesse. Se continuerà a mancare una risposta di questo tipo, il campo resterà aperto a populisti e gruppi di estrema destra che, come hanno sempre fatto, trascineranno il mondo verso un destino di divisioni sempre più profonde e conflitti più frequenti».

Rodrik argomenta come paradossalmente proprio dai «tecnocrati socialisti francesi» come Jacques Delors (Commissione europea) e Henri Chavranski (Ocse) sia arrivato tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta l’avvallo all’idea che «non vi fosse un’alternativa vera alla globalizzazione finanziaria. La cosa migliore che si riuscì a fare fu emanare norme a livello europeo e globale, anziché consentire a potenze come la Germania o gli Usa di imporre le proprie», con il risultato finale in cui «l’insediamento della libera mobilità di capitali, soprattutto a breve termine, come norma politica ad opera dell’Unione europea, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Fmi si è rivelato con ogni probabilità la decisione più disastrosa per l’economia globale degli ultimi decenni».

E adesso? «La buona notizia – argomenta Rodrik – è che il vuoto intellettuale a sinistra è in corso di riempimento, e non c’è più motivo di cedere alla tirannia dell’ “alternativa zero”. I politici di sinistra hanno sempre meno scuse per non attingere al bacino di eminenti e “rispettabili” accademici del settore economico», tra i quali Rodrik cita Mariana Mazzucato, Joseph Stiglitz e Jeffrey Sachs. Non a caso, tutti impegnati a promuovere da sinistra lo sviluppo della green economy come nuova speranza per (tutto) il mondo, un nuovo disegno di giustizia sociale che sappia portare prosperità all’interno dei limiti che la nostra terra comune ci concede.