Non è mai troppo tardi per il recupero della buona scuola

Protesta degli studenti in tutta Italia: «Siamo in 50mila e abbiamo sfiduciato il governo»

[12 marzo 2015]

La scuola, sosteneva il politico fiorentino Piero Calamandrei, è il solo strumento che possa compiere il miracolo di trasformare sudditi in cittadini. Più modestamente un altro leader toscano, Matteo Renzi, asserisce di voler porre proprio la riforma della scuola come pietra angolare del suo governo; dopo numerosi e snervanti rinvii, la riforma che prende il nome de “La buona scuola” dovrebbe prendere corpo oggi un Ddl all’interno del Consiglio dei ministri, insieme alla riforma della Rai – che paradossalmente ha acquisito in questi giorni un’attenzione mediatica decisamente superiore rispetto alla ben più rilevante riforma scolastica.

Educazione e televisione fanno ormai rima quasi solo su carta, ma c’è stato un momento storico in cui in Italia procedevano davvero a braccetto. La celeberrima trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, condotta da Alberto Manzi, dal 1960 al 1968 ha rappresentato uno strumento fondamentale per contrastare l’alto tasso di analfabetismo che imperava in Italia, soprattutto tra la popolazione adulta.

A distanza di decenni i progressi compiuti sono (fortunatamente) innegabili, ma ciò non significa che si siano esaurite le criticità. L’evoluzione tecnologica e sociale che spinge la corsa del mondo odierno impone una formazione attenta, continua e flessibile da parte dei cittadini, perché possano essere attori del cambiamento e non subirne passivamente i risvolti peggiori.

In tale contesto, l’Italia si presenta col 31,9% (in media, con punte del 36% nelle isole) degli studenti che abbandona le scuole superiori: «Negli ultimi 15 anni quasi 3 milioni di ragazzi italiani iscritti alle scuole superiori statali non hanno completato il corso di studi», si legge nel recente rapporto Dispersione di Tuttoscuola. Forse ancora più allarmante è constatare che – indipendentemente dal percorso durante la scuola media superiore – le competenze degli adulti (16-65anni) italiane, indagate nell’ultima indagine Isfol-Piaac, mostrano allarmanti carenze.

Secondo tali parametri è addirittura il 70% della popolazione adulta italiana a rientrare all’interno della definizione di analfabeta funzionale: il percorso scolastico può essere concluso, anche positivamente, ma la capacità di utilizzare gli strumenti appresi per orientarsi nella vita quotidiana (ad esempio capendo cosa riportato in un semplice bugiardino medico) sono assai scadenti.

Una prospettiva disarmante, ma di fronte alla quale non è lecito arrendersi. La risposta del governo con “La buona scuola” sembra non convincere in primis proprio quelli studenti ai quali si rivolge, che mentre scriviamo stanno manifestando in una quarantina di piazze italiane contro il provvedimento renziano. Nonostante i più che legittimi dubbi, dalla presentazione della riforma nel Cdm potrebbero arrivare importanti prospettive, soprattutto nell’ottica della successiva elaborazione parlamentare.

“Non è mai troppo tardi per il recupero dell’adulto analfabeta”, direbbe ancora oggi Manzi, ma per raggiungere l’obiettivo l’attenzione alla quantità deve andare di pari passo con quella dedicata alla qualità dell’istruzione. È dunque in particolar modo positiva (come ammesso del resto senza riserve dagli stessi studenti) l’intenzione di procedere all’immissione in ruolo di docenti precari, annunciata come massiccia ma ancora incerta nelle cifre (l’ultima versione parla di 100mila in due anni), ma oltre ai numeri è necessario spingersi anche nella programmazione.

«Questo massiccio incremento di personale cosa dovrà fare? Non si può negare – osservano su education2.0 Giuseppe Fiori e Vittoria Gallina, la quale è parte integrante del think tank di greenreport Ecoquadro – che tutto l’impegno speso a livello ministeriale, sindacale, politico (la scuola è anche un bacino elettorale molto importante, questo va ricordato) e di opinione pubblica è stato rivolto all’esercizio di trovare soluzioni che, incrementando l’organico in senso quantitativo, non spaventino troppo, non apportino modifiche eccessive in un assetto, rimasto tale ormai da troppo tempo. Questo è proprio il rischio maggiore […] Si deve intervenire sulla qualità dei processi educativi che si attivano, non trascurando i differenti target di popolazione; questo se si vogliono produrre cambiamenti significativi per gli individui e per il sistema paese nel suo complesso. Qualità quindi della formazione iniziale e dell’educazione e formazione in età adulta, da qui bisogna partire per operare positivamente con la scuola e sulla scuola».

Una traccia che rimane validissima anche per l’altro progetto educativo annunciato dal governo Renzi, quello sulle “tematiche verdi”. Una scuola che avanza a suon di slogan e numeri, per quanto volenterosi, non potrà presto che inciampare. Educare, per dirla con Yeats, non è infatti riempire un secchio, ma accendere un fuoco.