Giovannini: «Manca visione sistemica, nessuna alternativa per dare un futuro al Paese»

Oltre il Def, a che punto è lo sviluppo sostenibile in Italia?

Presentato il primo rapporto sui 17 obiettivi Onu. Asvis: Italia «26esima su 34 paesi Ocse»

[28 settembre 2016]

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Dopo nove anni di crisi economica, quasi tre dei quali sotto la guida del governo Renzi, a che punto è l’Italia nel percorso obbligato verso uno sviluppo sostenibile? Il Documento di economia e finanza (Def), aggiornato ieri, non offre alcuna indicazione in merito. Tanto che la nuova versione del «principale strumento della programmazione economico-finanziaria» del Paese non è stata neanche resa disponibile dal ministero dell’Economia; le modifiche sono state inoltrate al Parlamento – che dovrà esprimersi nel merito – e divulgate durante venti minuti di conferenza stampa, riassumibili lungo tre voci. Il governo stima un +0,8% del Pil quest’anno e +1% nel 2017, un rapporto deficit/Pil rispettivamente al 2,4 e 2%, quello debito/Pil 132,8 e 132,2%. Un contesto che tiene conto di scenari economici in peggioramento: secondo la prima versione del Def, elaborata lo scorso aprile, il Pil quest’anno avrebbe dovuto segnare +1,2%, ovvero 0,4 punti in più.

La legge di Bilancio 2017, prevista per la metà di ottobre, dovrebbe dare indicazioni più precise. Nel frattempo, a disegnare un quadro più chiaro sullo stato di salute – non solo economico ma anche sociale, ambientale e istituzionale – del Paese c’ha pensato l’Asvis, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, presentando oggi alla Camera il primo rapporto sulla situazione dell’Italia rispetto ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile. Obiettivi che, ricordiamo, sono stati adottati in sede Onu un anno fa e sottoscritti anche dall’Italia, che si è impegnata a raggiungerli entro il 2030. Da allora, l’Italia non ha neanche predisposto un database ufficiale di indicatore per monitorare l’andamento del Paese in merito.

A scattare una prima fotografia c’ha dunque pensato l’Asvis, e a un anno di distanza dalla firma i risultati sono tutt’altro che incoraggianti. «Secondo l’indicatore sintetico finale del rapporto – si legge nel documento – l’Italia si colloca in 26esima posizione sui 34 paesi Ocse». Tra i punti di forza vengono citati il basso numero di obesi e l’alta aspettativa di vita in salute per i cittadini, il “basso” consumo interno di materiali (guardando invece a tutte le materie prime coinvolte nei processi produttivi, comprese quelle importate, il risultato peggiora di molto), l’efficienza nel consumo di energia. Pessima invece la situazione per quanto riguarda corruzione, disoccupazione (soprattutto giovanile), competenze e istruzione, inquinamento dell’aria. Il tutto porta «livelli molto bassi di soddisfazione della vita, con una tendenza decrescente da diversi anni».

«L’Italia dimostra di essere ancora molto lontana dal percorso di sostenibilità delineato dall’Agenda 2030 e dagli impegni sottoscritti all’Onu un anno fa – sottolinea il portavoce dell’Asvis, l’ex presidente Istat e ministro Enrico Giovannini (nella foto) – Eppure sappiamo di non avere alternative per garantire un futuro al Paese». I numeri citati dall’Asvis parlano chiaro: 4,5 milioni di poveri assoluti, tasso di occupazione femminile inferiore al 50%, oltre 2 milioni di giovani Neet, investimenti in R&S di poco superiori all’1% del Pil, 36% di persone che vive in zone ad alto rischio sismico, tassi di abbandono scolastico del 27,3% per i figli di genitori meno istruiti a fronte del 2,7% per i figli di genitori in possesso di laurea e un rapporto tra ricchi e poveri tra i più squilibrati dell’area Ocse, degrado ambientale forte soprattutto in certe zone del Paese e un’alta mortalità a causa dell’inquinamento atmosferico nei centri urbani.

Per tornare a dare respiro in un contesto così opprimente le iniziative politiche da portare avanti sarebbero numerose, e l’Asvis – che riunisce quasi 130 organizzazioni della società civile – ne offre varie, molte a saldo zero o positivo per i conti pubblici. Dal varo di Piano nazionale di lotta alla povertà a uno di incentivazione fiscale che incoraggi il pieno uso delle materie prime, dall’inserimento nella Costituzione del principio di sviluppo sostenibile) al censimento e l’eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambiente. Quel che più manca però non sono le proposte, quanto la «carenza di una visione sistemica», per dirla con Giovannini.

Non esistono venti favorevoli se il marinaio non sa dove andare, avvertiva già Seneca, e la politica sconta oggi lo stesso errore. Nel mentre, la risorsa più scarsa a nostra disposizione per raggiungere uno sviluppo sostenibile – il tempo – passa veloce e inesorabile. «Lo sviluppo sostenibile richiede l’adozione di una logica integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo: economica, sociale, ambientale e istituzionale. Per questo – sottolinea Giovannini – è quanto mai urgente la definizione di una Strategia di sviluppo sostenibile che guidi le scelte di tutti gli operatori economici e sociali, e l’adozione di immediati provvedimenti da inserire nella prossima legge di Bilancio». Difficile però che in meno di un mese, quanto ci separa dalla presentazione della legge, le priorità del governo cambino così radicalmente.