Il Papa comunista, l’ambiente, il mondo, la Leopolda e la Sinistra smarrita

[29 ottobre 2014]

«Terra, casa, lavoro e diritti per tutti», secondo la vulgata neo-democratica corrente sembrerebbe l’obsoleto programma di una residuale sinistra che ancora si attarda a difendere i diritti e il posto fisso acquisiti con decenni di lotte dimenticate, invece è il riassunto (fatto non da Granma, ma dall’Osservatore Romano) di quanto detto da Papa Francesco, il Pontefice unanimemente considerato il più innovatore nella storia recente della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ai partecipanti all’Incontro mondiale dei Movimenti Popolari.

Il Papa non è comunista, ma molti di quelli che aveva davanti, a cominciare dal Presidente della Bolivia Evo Morales, sono considerati pericolosi comunisti e sovvertitori dell’ordine costituito.

Chi scrive è inossidabilmente laico e non andrà certo a rimpinguare le schiere degli atei devoti di sinistra che rischiano di sostituire le falangi degli atei devoti di destra capitanate da Giuliano Ferrara ai bei tempi di Berlusconi che baciava l’anello del Papa al Family Day (prima di essere convertito dalla Pascale ed incontrare Vladimir Lussuria sulla via di Macherio). Ma il discorso di questo Papa che viene dalla fine del mondo (che oggi pubblichiamo integralmente su greenreport.it) propone dalla cattedra di Pietro una visione del mondo così vasta, difficile, complicata e piena di disperazione e speranza che è impossibile da trovare nell’asfittica politica italiana, chiusa nella contemplazione dell’ombelico del leader populista di turno. E infatti la politica italica, che prima acclamava ed analizzava ogni starnuto di un Papa, ora è stranamente silente ed in altre faccende affaccendata di fronte a un Pontefice che rimette ordine nelle priorità della Chiesa e del mondo.

Papa Bergoglio, parlando ai cartoneros ed ai campesinos, che conosce bene perché sono la sua gente che incontrava ogni giorno nelle strade di Buenos Aires, sa che il futuro del mondo è loro, è delle periferie del Pianeta dove si rimettono a posto le vene malate della Madre Terra, come la chiama Morales, o di Sorella Terra, come continua a chiamarla Francesco in omaggio al Santo al quale si ispira. E’ ai poveri, non ai finanzieri, che Papa Francesco chiede di rivitalizzare la democrazia, consapevole che nel suo dimenticato continente la democrazia l’ha costruita e la sta costruendo, con tutte le contraddizioni e gli errori del mondo, la strana Sinistra india e radicale andina, o le socialdemocrazie cilena e brasiliana che viste dall’Europa della crisi neoliberista sembrano la Comune di Parigi. E’ ai lavoratori senza diritti che Papa Francesco ricorda che non si vince «lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che solamente convertono i poveri in esseri domestici e inoffensivi. Chi riduce i poveri alla “passività. Gesù li chiamerebbe ipocriti».

E’ ai poveri che Papa Francesco chiede di fermare la Terza guerra mondiale in corso, lottando anche contro «Un sistema economico, incentrato sul denaro che sfrutta la natura per sostenere il ritmo frenetico di consumo” e di qui derivano effetti distruttivi come il cambiamento climatico e la deforestazione».  E’ a loro che il Papa conferma che sta preparando un’Enciclica sull’ecologia che conterrà le preoccupazioni dei Movimenti Popolari.

“Tierra, techo, y trabajo” – Terra, tetto, lavoro per tutti dice Papa Bergoglio ed aggiunge: «E’ strano ma quando parlo di queste cose per qualcuno sembra che il Papa sia comunista. Non si capisce che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo».  Sono le stesse cose dette in piazza dalla grande manifestazione della CGIL, fatta passare per una rimpatriata di reduci da un premier cattolico che, con un’Opa fin troppo facile, si è impadronito di quello che fu il più grande Partito comunista occidentale e la più grande forza della sinistra italiana. Viene da pensare che se Papa Francesco  fosse stato invitato alla Leopolda gli sarebbe stato riservato un tavolo nell’angolo più buio e discreto, insieme a Landini, o magari sarebbe rimasto fuori dai cancelli, insieme agli operai delle acciaierie di Terni.

Ma Papa Bergoglio probabilmente non sa neppure cosa sia la Leopolda e considera Renzi solo l’ennesimo premier di un paese marginale nel quale ha avuto la ventura di venire a vivere per dirigere la sua parrocchia mondiale. Papa Francesco sa bene che il futuro dell’umanità è ben lontano dalle parole di un finanziere che vuole eliminare il diritto di sciopero per il quale continuano a lottare e morire i poveri ed i lavoratori di mezzo mondo, sa che la modernità, il futuro, la speranza non sono nel conservatorismo compassionevole mascherato da efficienza, ma nella sterminata maggioranza degli esseri umani, che sono poveri, che scavano la Madre terra per far crescere la speranza e il cibo, che la difendono sfidando galera e pallottole per lasciare un mondo migliore a chi erediterà il pianeta.

E’ la modernità irriducibile della giustizia sociale ed ambientale che in Italia è stata dichiarata fuori moda, quasi fosse il vestito di un qualche stilista cucito in Bangladesh, ma quel che resta in Italia della sinistra politica, sindacale e sociale sbaglierebbe a credere che il nemico sia asserragliato nella Leopolda del Partito della Nazione, il nuovo Palazzo di inverno da espugnare è dentro la sinistra stessa, nella sua incapacità di vedere il mondo nuovo, di capire le sue paure e bellezze con lo sguardo lungo, preoccupato  e pieno di consapevole speranza del Papa.

La Bastiglia da conquistare per la sinistra italiana – se vuole avere un futuro e partecipare al futuro – è nell’autonomia politica, nel coraggio di dire, come ha fatto il Papa,  che «è un crimine che milioni di persone soffrano la fame, mentre la speculazione finanziaria condiziona il prezzo degli alimenti, trattandoli come qualsiasi altra merce» e poi di essere conseguenti, di organizzare la rabbia e la speranza, di essere nuovamente forza di rinnovamento del mondo, di essere alternativa, non residuale critica alla luccicante poltiglia  neo-centrista che trasuda dalle televisioni e dai giornali. Se la sinistra crede di risolvere la sua crisi di identità prendendosela con Renzi, cercando un altro facile bersaglio polemico dopo Berlusconi,  ha già perso, anche perché il renzismo leopoldiano pare molto più mobile, onnivoro, sfuggente ed ideologicamente e tatticamente strutturato del berlusconismo pecoreccio.

Ma per far questo c’è bisogno di una nuova sinistra, di un nuovo ambientalismo, di nuovi leader non compromessi con la triste e devastante storia di divisioni, integralismi e cedimenti che ci hanno portato a questi tristi giorni. C’è bisogno di unire la protesta e la speranza in una forza del lavoro e dell’ambiente nuova e che ancora non si intravede all’orizzonte ingombro dalle macerie di troppi partitini. La Sinistra italiana, se vuole vivere nel mondo che cambia ed essere seme di rinnovamento, ha bisogno di (ri)costruire una nuova consapevolezza sociale, che vada dalle parole del Papa alla piazza rossa e smarrita della CGIL, fino ai campesinos e cartoneros dell’America Latina. Perché il futuro della giustizia sociale è solo in un  mondo più giusto, vivibile e democratico ancora tutto da costruire.