Riforma del lavoro? Il successo tedesco in questi anni di crisi arriva da più lontano

Politica industriale, la Germania investe in aiuti di Stato il doppio dell’Italia

I risultati del Rapporto Met 2015: progressi economici se migliora la performance ambientale

[17 marzo 2015]

Germania e Italia occupano rispettivamente il primo e secondo posto nella speciale classifica delle potenze manifatturiere d’Europa, ma hanno da tempo intrapreso due diverse strade per mantenere e rilanciare la propria posizione di predominio. In una delle due realtà il tessuto produttivo è un sistema fortemente sussidiato attraverso gli aiuti pubblici, ed è in grado di farli fruttare al meglio; nell’altra emerge invece un progressivo disimpegno nella politica industriale, che dalla fine degli anni ’90 si protende fino al 2013 in termini di risorse erogate, e si suppone anche di capitale politico investito.

Al contrario di quanto potrebbero pensare l’ opinione pubblica italiana e soprattutto quella tedesca, il Paese sussidiatore è proprio la Germania: dal Rapporto Met 2015, presentato oggi a Roma presso la sede di Banca Monte dei Paschi di Siena, emergono robuste evidenze a sostegno di questa tesi. Tedeschi e francesi, i nostri principali competitor industriali in Europa, nel 2013 hanno registrato un impegno delle politiche sul Pil pari rispettivamente a 0,44% e 0,63% (mentre 0,48% è la media UE-28), mentre l’Italia si è fermato a un misero 0,23%, poco più di quanto investito dalla Germania.

Ma i tedeschi, si dirà, hanno spazi di bilancio per permettersi lussi che non fanno per noi; dal Met tengono invece a precisare che il progressivo e forte calo delle risorse dedicate in Italia «non pare poter essere riconducibile al solo effetto degli accresciuti vincoli di bilancio, ma ad una tendenza consolidata che ha radici lontane».

«In tal senso, basti pensare che, nel triennio 1992-1994, gli aiuti di stato alle imprese italiane (esclusi quelli diretti al settore ferroviario) equivalevano all’1,43% del Pil, contro una media europea di 1,07% (valori più elevati si registravano solo in Grecia e in Germania). Da allora il valore è sceso costantemente, divenendo a fine periodo quasi 1/3 di quanto registrato nel triennio 2001-2003. Se consideriamo il 2013, ultimo anno disponibile, si raggiunge il minimo storico dello 0,23%, inferiore anche al valore del Regno Unito (0,24%) tradizionalmente collocato sui valori più bassi di intervento pubblico […] Nel 2013 le erogazioni in Equivalente Sovvenzione Lorda della politica industriale in Italia, considerando l’industria e i servizi alla produzione, sono state pari a circa 2 miliardi di euro (1,57 a prezzi costanti). Gli importi si riferiscono al totale delle agevolazioni alle imprese dell’industria in senso stretto e dei servizi alla produzione, includendo le misure nazionali, quelle gestite dalle regioni e gli incentivi comunitari cofinanziati».

Insieme alla progressiva riduzione delle risorse, la politica industriale italiana è stata abbandonata anche sotto il profilo delle idee e delle proposte politiche, dietro una spinta ideologica dalla quale stiamo peraltro pagando ai nostri giorni il salatissimo conto. L’impegno della Germania su questo fronte, definito nel lavoro del Met come «impressionante per estensione  e per risorse finanziarie impegnate», è a risultato infatti «probabilmente più incisivo per la competitività» dei teutonici rispetto alle tanto decantate «riforme sul lavoro del 2003», il noto Piano Hartz. Dati che consolidano un filone di pensiero recentemente rilanciato a livello mediatico dall’economista Mariana Mazzucato nel suo bestseller «Lo Stato innovatore», e che non cessa di mietere conferme empiriche.

Fortunatamente, o magari fortunosamente, l’Italia sembra iniziare a invertire la rotta: «Dal 2012 si sono succeduti numerosi provvedimenti che hanno indicato, proposto o rifinanziato strumenti vecchi e nuovi con una gamma estesa di possibilità», anche se l’insieme che si viene a disegnare è «tutt’altro che coerente». Ma un secondo errore non possiamo permettercelo, e gli spiragli della ripresina economica che sembrano affacciarsi anche in Italia – e dovuti prevalentemente a fattori esterni, in primis il calo del prezzo del petrolio e il quantitative easing della Bce – potrebbero rappresentare l’occasione giusta, se solo lo si volesse.

La politica industriale deve tornare a essere governata anche in Italia, e con un indirizzo preciso. La scelta di fondo deve premiare occupazione, produzione e produttività, un connubio che si manifesta in pieno nell’industria verde: migliorando la performance ambientale della produzione – sottolinea il Rapporto Met – sono sempre più evidenti anche i progressi economici, soprattutto nel caso di tecnologie sostenibili inserite a monte dei processi produttivi.

«Tuttavia i comportamenti proattivi di questo tipo, anche se in crescita, restano marginali all’interno del nostro sistema industriale». E per questo è oggi necessario dar loro l’aiuto dello Stato, con un sostegno trasparente e solido, lontano dalla logica secondo la quale gli aiuti di Stato sono arbitrariamente un male o un bene a seconda degli interessi – troppo spesso torbidi – in gioco. È una sfida che l’Italia può vincere, se batterà anche i pregiudizi politici ed economici che ne legano ancora oggi le possibilità di sviluppo.