Uno studio Cgil mette in fila i ripetuti errori di previsione economica

Ocse: «Tra 10 anni Pil italiano a +6%». Ma in 7 anni ha già sbagliato di 200 miliardi di euro

Intanto Istat e Caritas (ri)lanciano l'allarme povertà: lavoro in crisi e giovani Neet al top d'Europa

[19 febbraio 2015]

Italia, stai serena: le difficoltà non mancano e «molto resta da fare», ma per l’Ocse la strada d’uscita dalla crisi sembra ormai in discesa. Secondo il report Economic Survey of Italy 2015, pubblicato oggi dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, per il nostro Paese si prevede una crescita del Pil dello 0,4% nel 2015 e del 1,3% nell’anno successivo, con schiarite nel weekend. Il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurrìa, durante la presentazione del documento ha infatti dichiarato che la crescita del Pil italiano sarà quest’anno addirittura dello 0,6%, ossia lo 0,2% in più di quanto riportato dal suo stesso dossier.

Difficile sapere se si sia trattato di uno slancio di ottimismo, o di uno scusabile errore. La preoccupazione più seria riguarda piuttosto l’affidabilità delle stime scritte nero su bianco dall’Ocse: il Pil italiano crescerà davvero di quanto previsto? Il recente passato induce invero al pessimismo. Se si vanno a mettere in fila le previsioni stilate dall’istituzione parigina dal 2007 al 2013, come ha fatto appena pochi giorni fa l’Ufficio economico della Cgil in un suo studio, si vede che la distanza con quanto poi realmente successo arriva a un imbarazzante -10,5%. Tradotto in euro, spiega il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, si tratta di «errori che in termini assoluti si traducono in un ammanco, dall’inizio della crisi, di 200 miliardi». Non esattamente spiccioli.

E non è consolatorio scoprire che, in ogni caso, l’Ocse (il cui capo economista era Pier Carlo Padoan, l’attuale ministro dell’Economia del governo Renzi) è risultata una delle istituzioni più precise nelle sue stime, in confronto almeno a quelle prodotte dai governi italiani – che hanno “gonfiato” il Pil di circa 330 miliardi di euro nello stesso periodo –, dalla Banca d’Italia, dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale; rispettivamente, i loro errori sono stati di 14,3, 13,6, 12,4 e 11,6 punti percentuali. Un’enormità.

Ma se anche avessero avuto ragione, osservano dalla Cgil, quali sarebbero state le conseguenze? «Nonostante le ripetute previsioni ottimistiche della Banca d’Italia, confermate dall’ultimo bollettino economico (gennaio 2015), con i ritmi di crescita calcolati si tornerebbe ai livelli pre-crisi di crescita solo nel 2026, e di occupazione nel 2031». Se questi numeri continuano ad avere un senso (e la domanda non è retorica), significano condannare un ampia fascia della già provata cittadinanza italiana ad anni e anni di cronica mancanza di lavoro, e questo al di là delle rosee promesse del governo Renzi, dei piccoli (e benvenuti!) segnali di ripresa che paiono affacciarsi sul Bel Paese, nonché dell’avvallo arrivato oggi dall’Ocse – le riforme del governo sono «senza precedenti, serve coraggio», ha affermato entusiasticamente Gurrìa, elogiando in particolare il Jobs Act.

A triste conferma arrivano oggi sia il Terzo Rapporto su impatto della crisi economica in Europa stilato dalla Caritas che l’analisi Noi Italia dell’Istat. Entrambi non sono in grado di fare previsioni, ,a come tutte le statistiche affidabili, volgono lo sguardo non a quanto già accaduto, e le conclusioni sono simili. La Caritas pone l’accento sul fatto che «numerose situazioni di povertà o di esclusione sociale sono state provocate o aggravate dalle politiche di austerity messe in atto dai governi nazionali, in risposta alle richieste di contenimento della spesa pubblica sollecitate dall’Unione Europea». Anche grazie a queste politiche, evidentemente, l’Italia conquista il triste primato di Paese dell’Ue28 «con il più elevato tasso di giovani che non lavorano, non studiano e non sono impegnati in attività di formazione». Per l’Istat le persone in povertà relativa sono poco più di 10 milioni (il 16,6% della popolazione), mentre la povertà assoluta coinvolge il 7,9% delle famiglie, per un totale di circa 6 milioni di individui.  Non va meglio guardando agli investimenti pubblici: in materia d’ambiente, ad esempio, la spesa in conto capitale delle amministrazioni regionali è precipitata alla media di 33,4€ procapite all’anno (solo nel 2010 era 42,1€).

Più che testimonianze dell’Italia che si lagna e non sogna, per dirla con la retorica del premier Renzi, sembrano descrizioni di un paradigma socio-economico che si è dimostrato inefficace in questi anni di crisi, e che è necessario cambiare. Non è un problema di mancanza di alternative: queste già ci sono, e spaziano dal Piano del lavoro proposto dalla stessa Cgil alle proposte portate avanti dalle associazioni ambientaliste, talvolta dagli stessi partiti già impegnati sul campo o da altre fette della società civile. Tutto ciò si può discutere e migliorare, ma non prescinde dalla necessità di riconoscere che il percorso di sviluppo economico finora imboccato in Italia – e salendo di piano, anche in Europa – non porterà ai cittadini il benessere promesso: anche nella migliore delle ipotesi le disparità tra sommersi e salvati non faranno che ampliarsi. Ripartire dal perno della sostenibilità sociale, ambientale ed economica risulta oggi non solo necessario, ma indispensabile.