Ecco il Rei: per la lotta contro la povertà il governo stanzia lo 0,12% del Pil italiano

La «misura a vocazione universale» riguarderà in realtà circa 1/3 dei poveri assoluti. I più discriminati? Ancora una volta «i giovani»

[30 agosto 2017]

Ieri il Consiglio dei ministri ha definitivamente approvato il decreto legislativo che attuale la legge sul contrasto della povertà in Italia, il cui fulcro – a partire dal 1 gennaio 2018 – è costituito dal Reddito di inclusione, definito dal governo «una misura a vocazione universale».

In sostanza, si tratta di un sostegno economico della durata massima di 18 mesi (eventualmente ri-attivabile dopo uno stop di 6) che oscilla tra i 190 e i 490 euro mensili nel caso di una famiglia composta da almeno 5 componenti, una discriminante che si aggiunge a quella dell’Isee del nucleo familiare: per accedere al Rei dovrà essere non superiore a 6.000 euro, al quale va ad affiancarsi la necessità di un valore del patrimonio immobiliare (diverso dalla casa di abitazione) non superiore a 20.000 euro. Per i beneficiari della misura, il sostegno economico mensile sarà infine unito a «una componente di servizi alla persona», ovvero un progetto «diretto all’inserimento o reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale».

Commentando la misura contro la povertà varata dal governo, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ritiene che «il reddito d’inclusione rappresenta un passaggio fondamentale nelle politiche sociali del governo. Lavorare per la ripresa economica vuol dire anche non lasciare indietro i nuclei familiari e i soggetti più indigenti, aiutandoli con una serie di agevolazioni ad emergere dalle difficoltà e dunque anche nell’inserimento lavorativo. La scelta fatta dal governo è chiara a tutti: sostegno vero e serio a migliaia di famiglie deboli, non proposte irrealizzabili di solo assistenzialismo che sfasciano la società prima ancora dei conti pubblici».

Si tratta davvero di una misura di sostenibilità, sociale ed economica? In realtà, solo in parte. La prima, grande lacuna risiede innanzitutto nei finanziamenti coi quali il governo ha deciso di inaugurare questa crociata contro la povertà: come riassume il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, tali risorse ammontano a «1 miliardo e 845 milioni di euro, a cui si aggiungono anche le risorse del “Pon inclusione” per un totale di oltre 2 miliardi l’anno dal 2019». Cifre che permetteranno di garantire l’accesso al Rei solo «ad una platea ristretta, meno di un terzo delle persone in povertà assoluta», sottolinea la Cgil. I criteri di accesso alla misura, inoltre, secondo l’eminente sociologa Chiara Saraceno – intervenuta oggi nel merito su il Manifesto – penalizzeranno inoltre «i giovani soli o in coppia senza figli». Vale qui la pena ricordare che si tratta della fascia d’età in assoluto più penalizzata in questi dieci anni di crisi, dato che dei circa 4,5 milioni di poveri assoluti presenti in Italia il 46,6% ha meno di 34 anni.

Eppure secondo l’Alleanza contro la povertà sarebbero necessari 7 miliardi di euro per iniziare ad aggredire davvero il nodo della povertà assoluta. Tanti, pochi? Dato che l’Istat informa che «nel 2016 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.672.438 milioni di euro correnti», 7 miliardi di euro rappresentano lo 0,41% del Pil nazionale, quanto sarebbe necessario per debellare la povertà assoluta (ma non quella relativa, ben più ampia, per non parlare di offrire sicurezze a quanti sono a rischio povertà, ovvero al 20% circa dei residenti).

Il governo ha puntato però ulteriormente al ribasso, investendo nel Rei (a regime, ovvero a partire dal 2019) 2 miliardi di euro all’anno: in altre parole, alla lotta «una misura a vocazione universale» contro la povertà viene destinato lo 0,12% del Pil italiano. Un primo passo, certo, ma forse un po’ troppo corto.