Il celebre neuroscienziato che ha scoperto i neuroni specchio a greenreport

Rizzolatti, sarà l’empatia a salvarci? «Noi non siamo così cattivi come veniamo descritti»

«La nostra società non è meno empatica rispetto al passato. Direi anzi che tutto il lavoro fatto dal pensiero socialista, comunista e cattolico ci ha cambiato notevolmente»

[1 giugno 2017]

La figura di Giacomo Rizzolatti ha oltrepassato da tempo gli angusti confini accademici, finendo per abbracciare i contorni di una vera e propria rockstar della scienza internazionale. Un’escalation iniziata a Parma nel secolo scorso, quando il team di ricercatori coordinato dal neuroscienziato italiano – nato a Kiev nel 1961, allora ancora all’interno dell’Unione sovietica – osservando dei primati in laboratorio scoprì i neuroni specchio.

Il cosiddetto sistema mirror, identificato ormai oltre che nei primati anche nell’uomo (in aree motorie e premotorie, nell’area di Broca e nella corteccia parietale inferiore) e in alcuni uccelli, rappresenta «una classe di neuroni – come spiegano dall’Ateneo parmense – che si attivano quando un individuo compie un’azione, oppure quando osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto. In altre parole, i neuroni che si attivano nel soggetto esecutore durante il compimento dell’azione vengono attivati anche nel soggetto che osserva lo svolgimento della stessa azione».

Nei neuroni specchio risiede la base fisiologica dell’empatia, potremmo dire, un concetto che viene ormai richiamato (non senza abusi) in ogni campo, scientifico ma anche politico, filosofico, culturale. Per gli innumerevoli meriti di questa scoperta e per la più che brillante carriera scientifica che ne è seguita, Rizzolatti è intervenuto nei giorni scorsi al Palazzo Blu di Pisa, dove il sindaco Filippeschi gli ha consegnato la Torre d’argento – massima onorificenza cittadina – ricordando di quando l’allora 27enne e anonimo neurologo arrivò a lavorare nell’Ateneo toscano, dove per la prima volta intraprese la via delle neuroscienze.

Ma che cosa rimane oggi, nell’uomo moderno, di questo meccanismo evolutivo così indispensabile per capire davvero l’altro? Intanto è necessario specificare che «capire è diverso da sentire», per dirla con Rizzolatti. «Quando si parla di empatia è necessario non confonderla per buonismo, vuol dire semplicemente riuscire a capire l’emozione dell’altro. Anche un’empatia elevata non porta necessariamente a comportamenti “buoni”: il sadico prova piacere empatizzando, ad esempio, sapendo che l’altro soffre».

Eppure, da una parte è proprio la necessità di maggiore empatia che spesso si invoca nella nostra società – basti citare il volume La civiltà dell’empatia, dell’economista Jeremy Rifkin – per imboccare la strada di uno sviluppo più sostenibile e coeso. Dall’altra, la cronaca dei nostri giorni sembra mostrare una continua incapacità di mostrare empatia verso il prossimo. Oggi viviamo indubitabili problemi di sostenibilità sociale, con un incremento robusto delle disuguaglianze, e nuovamente la tendenza a individuare paria – si pensi ai migranti – verso i quali scaricare la tensione. È dunque vero che nella nostra società c’è un difetto di empatia? Alla domanda posta da greenreport, Rizzolatti risponde negativamente. Anzi.

Secondo lo scopritore dei neuroni specchio è in atto un problema di prospettiva: «Oggi siamo abituati ad avere come normale riferimento la società borghese del XXI secolo. Basterebbe però leggere Dickens per capire in che modo vivessero in passato i contadini, o anche gli abitanti delle città. Guardando anche a fatti più recenti, perché mai durante la I Guerra mondiale, i nostri ufficiali mandavano a morire centinaia di persone per conquistare una trincea che il giorno dopo sarebbe magari stata riconquistata dai nemici austriaci? Perché gli ufficiali erano aristocratici, o borghesi ricchi, e consideravano i poveri, i soldati, come carne da macello. Dunque, io non sono d’accordo nel credere che oggi siamo meno empatici rispetto al passato. Direi anzi che tutto il lavoro fatto dal pensiero socialista, dal pensiero comunista, da quello cattolico, ci ha cambiato notevolmente. Noi siamo molto più empatici verso gli altri, consideriamo come persone tutti».

Anche i migranti? «Anche i migranti – continua Rizzolatti – Pure la Lega, che odia tanto gli immigrati, li odia a priori; in concreto, convivono. Quindi bisogna stare molto attenti, non siamo così cattivi come veniamo descritti. Poi, quello che si pone con i migranti è un problema doppio: una cosa è l’individuo, e cadremmo nel nazismo se non l’accettassimo come essere umano. Altro è la politica generale: non può essere accettato che milioni di persone entrino in un’altra società, con una sua struttura. È un problema molto complicato, politico. Tornando alla biologia, studiando i fenomeni di competizioni tra branchi di scimmie, si nota come questi animali accettino un certo numero di “migranti” all’interno del proprio branco, ma non oltre una certa soglia. È una specie di difesa. Dunque dobbiamo stare attenti a non distruggere la nostra empatia, naturalmente presente nell’essere umano, portandola oltre un livello di insopportabilità: e questo dovrebbero capirlo i politici, è necessario portare avanti un piano Marshall per l’Africa».