Scarlino, la certezza delle regole e la confusione della politica

[26 gennaio 2015]

Sembra che si giocherà ancora una volta tutta dentro al Pd la partita del termovalorizzatore di Scarlino, che si è d’improvviso riaperta dopo che la sentenza del Consiglio di Stato ha decretato la chiusura dell’impianto. D’altronde non potrebbe essere altrimenti.

Come abbiamo già riassunto su greenreport, quando si scorrono le pagine incerte che il termovalorizzatore ha segnato nel corso degli anni, a ogni capoverso la storia ricomincia a partire dal Partito democratico. Un partito che di battaglie fratricide se ne intende, e che anche stavolta non ha mancato l’appuntamento con la tradizione: pur concentrando nei propri esponenti il potere politico in ogni ordine e grado riferibile all’impianto di Scarlino (sono a marchio Pd sia Follonica, sia Scarlino, sia Grosseto, senza dimenticare Firenze e Roma), la soluzione della diatriba è stata affidata alla magistratura. Con esiti fausti  e infausti contemporaneamente, a seconda dei diversi punti di vista presenti contemporaneamente dentro lo stesso partito.

Andando infatti oltre la particolarità locale, quel che di più allarmante emerge per il quadro originale consiste nell’inquietante conferma per cui l’Italia si riveli un Paese dove non si può fare impresa «rispettando le leggi e ottenendo autorizzazioni legittime», come non ha mancato di evidenziare Alfredo De Girolamo, presidente di Confservizi Cispel Toscana, chiedendo la riapertura dell’impianto.

Quando però dai problemi si preferisce scappare, si finisce sempre per ritrovarseli tra i piedi. Scarlino non fa eccezione, e la patata bollente già torna nelle mani del Pd; la sezione locale del partito sembra però preferire ancora la soluzione pilatesca, lavandosele di nuovo. Dalla maggioranza marcata Pd di Scarlino, riporta infatti il Tirreno, arriva una nota in cui si annuncia che «questa giunta non intende difendersi dalla sentenza del Consiglio di Stato, dal momento che ha sempre operato affidandosi a tutte le autorità preposte ai controlli nel rispetto delle leggi e dei ruoli istituzionali».

«Posso solo dire che si è introdotto un principio per cui un giudice può stabilire di chiudere un’azienda anche se questa ha tutte le autorizzazioni in regola come Scarlino», dice invece Emilio Bonifazi, presidente della Provincia, nonché sindaco di Grosseto, nonché ex sindaco di Follonica, già a suo tempo marciante contro l’impianto in questione.

Risposta diversa sembra arrivare da piani più alti, dove il presidente di Regione Enrico Rossi, interpellato in proposito da Toscana Media News, dichiara asciutto che la procedura per l’autorizzazione dell’impianto a operare adesso dovrà essere richiesta (di nuovo? E previa indagine epidemiologica che la legge non prevede?) «e questa volta non si può davvero sbagliare» (e quindi chi ha rilasciato le autorizzazioni ha sbagliato?).

Vedremo. Certo è vero, come ha dichiarato il sindaco di Follonica, che salute e ambiente non sono negoziabili (eppure con Tioxide e Solmine proprio questo si sta facendo) ma è anche vero che l’alternativa “fare come Vedelago”, più volte in passato reclamata, non sembra granché praticabile in quella forma: Vedelago, infatti, nel frattempo è fallita.