Scarlino si ferma ancora, dietro la sentenza un paradosso a marchio Pd

[22 gennaio 2015]

Il 25 gennaio 2008 l’azienda Scarlino Energia chiese per la prima volta alla Provincia di Grosseto, le autorizzazioni a costruire quello che poi diverrà il termovalorizzatore di Casone: sono passati esattamente sette anni, e ora le autorizzazioni che permettevano all’impianto di operare sono state tolte. Per la seconda volta.

Il Consiglio di Stato ha infatti annullato, per difetto di istruttoria e di motivazione, le autorizzazioni rilasciate a Scarlino Energia. La conseguenza immediata di questa decisione è stato il fermo del termovalorizzatore dell’azienda, e il proseguo di una storia che la dice lunga sulla possibilità di portare avanti (legalmente) un’attività d’impresa in questo curioso Paese, sotto il governo di un’ancor più strana classe politica e dove lo stesso soggetto responsabile può assurdamente dire sì e no contemporaneamente a qualcosa.

È bene tornare a sottolineare come il paradosso in corso a Scarlino si sia determinato in quanto il partito di governo – lo stesso a Follonica, a Scarlino, a Grosseto, a Firenze e a Roma – non ha saputo dirimere, in un verso o nell’altro, un contenzioso nato e sviluppatosi tutto al suo interno. E per sciogliere questa diatriba apparentemente insanabile è stata chiamata a intervenire la magistratura: dietro il ricorso da parte del Comune di Follonica contro le autorizzazioni della Provincia di Grosseto nonché contro Scarlino, in ogni caso compare il Partito democratico.

Da parte sua, l’esecutivo ha appena presentato il cosiddetto Investment compact, un decreto legge pensato per favorire l’attrazione di investimenti esteri in Italia. La parte più succosa, ossia il tax ruling, non è stata servita: avrebbe garantito la stabilità fiscale a chi, da fuori confine, avrebbe garantito l’afflusso di almeno 500 milioni di euro di investimenti. Una norma ingiusta, che è stata solo differita nel tempo, ma che ha almeno il merito di dare un’occhiata al problema.

Il quadro fiscale e normativo che innerva il Paese è così confuso e capriccioso da rendere altamente rischioso per chicchesia avviare e programmare una sana attività imprenditoriale. Non solo non c’è certezza del diritto, ma nemmeno del dovere. E questo vale a maggior ragione nel cosiddetto campo “ambientale”, dove una diffusa schizofrenia porta da una parte ad esaltare la necessità di punire – giustamente – chi commette reati collegati all’ambiente, dall’altra a non garantire un quadro normativo chiaro per chi voglia operare alla luce del sole, gestendo problemi che è e rimarrà impossibile cancellare a colpi di sentenze.

Nel mentre, dal governo – sponda ministero dell’Ambiente – arrivano indiscrezioni riguardo a un nuovo, prossimo decreto legge che riguarderà proprio una riforma (e un accentramento) delle varie autorizzazioni ambientali, dalla Via all’Aia passando per la Vas, e delle rispettive modalità di concessione. Sarà la volta buona? Anche se la speranza è l’ultima a morire è difficile crederlo, visti i precedenti. Quel che è certo è che, tornando al locale, 60 lavoratori si trovano di nuovo con una spada di Damocle a pendere sopra la propria testa.

I punti di domanda aleggiano sempre più pesanti, ma il problema principale rimane sempre il solito. Quelle denunciato ieri sulle nostre pagine anche dal presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza: «Oggi non esiste un luogo politico che parli del Paese che vogliamo costruire, in cui sia possibile confrontarsi e, mentre la politica è solo difesa di grandi e piccole corporazioni, sia capace di avanzare una proposta di prospettiva e di scelte quotidiane che elabori un progetto di benessere per tutti che risponda a criteri priorità e interessi di ordine pubblico».