Se anche il Financial Times si schiera in difesa del clima

L’editorialista di punta Martin Wolf spiega le ragioni economiche della scelta di campo

[10 giugno 2015]

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La bibbia di finanzieri e uomini d’affari in ogni angolo del mondo, il londinese Financial Times, si è appena schierata in favore della lotta contro i cambiamenti climatici. Martin Wolf, una delle firme più autorevoli del quotidiano britannico (ma sarebbe meglio dire internazionale, con un’influenza paragonabile solo a quella del Wall Street Journal, rimanendo ai quotidiani), si è speso in un lungo editoriale per illustrare le ragioni dell’economia verso un impegno globale a favore del clima, di fronte a una platea spesso restia a digerire quelle delle scienze naturali.

«La sfida ambientale – spiega Wolf nel suo Perché l’incertezza climatica giustifica l’azione – è un problema di assicurazione contro l’eventualità di una catastrofe». Sia chiaro che l’incertezza di cui parla il Financial Times non riguarda l’esistenza del riscaldamento globale, o il ruolo dell’attività umana nel suo incedere. Questo è un elemento che viene liquidato come ormai assodato. L’incertezza riguarda, appunto, gli effetti prossimi venturi dei cambiamenti climatici.

Alcuni sono già in azione, come l’aumento di eventi climatici estremi, ma come motteggiava uno dei padri della meccanica quantistica, il fisico danese Niels Bohr, «è duro fare previsioni, soprattutto riguardanti il futuro». Per questo la scienza si muove con margini d’incertezza, ma questo non significa fare finta che il rischio non esista.

Le concentrazioni di gas serra immediatamente precedenti all’era industriale galleggiavano attorno a quota 280ppm (parti per milione). Oggi siamo attorno alle 400ppm, e se non ci diamo una mossa dovremmo arrivare a 700ppm (più del doppio della quota iniziale) da qui a fine secolo, con un aumento della temperatura media globale pari a 3,5 °C. Una variazione allarmante, e questo in media. Per quanto riguarda invece i valori estremi?

«Con 400 ppm – snocciola Wolf – le possibilità di un aumento di 6 °C sono vicine allo zero. A 550 ppm, le probabilità sono solo il 3%. Ma a 700 ppm, le probabilità possono superare quota 1 su 10». In quanti salirebbero su un aereo che ha il 10% di possibilità di precipitare? Solamente dei disperati, o dei pazzi. «Se aveste una probabilità del 10% di perdere la maggior parte del vostro patrimonio – spiega Wolf in termini da finanza spicciola – manterreste lo stesso portafoglio titoli? Per la stragrande maggioranza, la risposta sarebbe un secco “no”. Potreste assicurarvi contro un simile disastro, ma non possiamo assicurare noi stessi con gli abitanti di Marte davanti alla possibilità di autodistruggere il nostro pianeta. Possiamo però ridurre tale rischio».

Di fronte a questa logica necessità, il Financial Times mostra però tutto il suo scetticismo di fronte alla possibilità di raggiungere nel merito un accordo politico, nonostante un primo segnale d’ottimismo sia arrivato dal recente G7 tedesco. «Abbiamo sentito obblighi simili per quasi un quarto di secolo, ma abbiamo visto solo aumentare i flussi di emissioni e lo stock di gas serra nell’atmosfera».

Per Wolf, è «sempre più evidente che la risposta debba essere tecnologica. L’umanità non è disposta, forse è semplicemente incapace di superare gli ostacoli politici, economici e sociali per un’azione collettiva. I costi, per le generazioni attuali, sembrano troppo scoraggiante. Quindi – chiosa Wolf –  quei costi devono cadere».

Ed è quanto sta già accadendo. I prezzi dei moduli fotovoltaici, ad esempio, sono crollati in media del 75% dal 2009, e la discesa sta continuando. Anche in questo scenario, non pare possibile però prescindere dal dato politico. È necessario ritrovare uno spazio per governare il cambiamento: lo stesso Financial Times, riportando uno studio dell’università di Harvard, sostiene come il minimo che si possa fare è imporre «un prezzo globale sulle emissioni di CO2 pari a 40 dollari per tonnellata», mentre ora quello effettivo è attorno ai «15 dollari per tonnellata, a causa di enormi sussidi all’energia fossile pari a 550 miliardi di dollari l’anno».

Un’inversione in tal senso non può che essere politica. E nonostante l’ottimismo sparso a piene mani dal premier Renzi, anche in Italia al momento siamo molto indietro, nonostante l’intensità energetica del nostro Paese sia tra le più basse anche rispetto ai principali paesi europei. Il trend delle emissioni nostrane mostra miglioramenti, sia “grazie” alla crisi economica sia alla corsa delle energie rinnovabili. La prima però sembra fortunatamente rallentare, mentre alla seconda il governo Renzi sta tagliando le gambe. Prima con lo spalma-incentivi, poi con la spinta alle trivellazioni petrolifere, infine con la revisione in arrivo per gli incentivi alle rinnovabili non fotovoltaiche, che penalizza le fonti pulite in favore di termovalorizzatori e zuccherifici. Al contempo, l’ultimo rapporto di Legambiente sui sussidi pubblici (diretti e non) alle fonti fossili in Italia indica, per il solo anno 2014, la cifra monstre di 17,5 miliardi di euro: quanto una sostanziosa finanziaria. Questo non è solo uno scottante tema economico, ma anche politico, di cui non solo il governo ma anche l’opinione pubblica dovrà decidere di farsi carico: in tutto questo, anche i media hanno la loro bella parte di responsabilità.