Se sono i padroni che mordono il cane ambientalista

[12 dicembre 2014]

Ma che strane cose accadono nel nostro Paese e nei nostri mezzi di informazione: proprio nel giorno in cui sul Sole24Ore l’editorialista Adriana Cerretelli consiglia un New Deal spiccatamente “verde”, non vi è traccia (neppure una breve) su alcun quotidiano di stampa nazionale dell’Agenda ambientalista per la ri-conversione ecologica del Paese presentata dalle associazioni ambientaliste riconosciute al Sottosegretario  alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio.

Strane cose perché quando c’è una “bomba ecologica” le pagine si riempiono e i commenti si sprecano, ma quando qualcuno propone qualcosa di costruttivo per risolvere magari anche quei problemi che hanno causato la suddetta “bomba” non è una notizia. Eppure leggere sul Sole24Ore che «il piano Juncker va nella giusta direzione ma non basta, perché insufficiente, perché scommette essenzialmente su garanzie e un effetto leva da 1 a 15 quasi certamente sopravalutato. Perché punta tutto sugli investimenti privati che, se arriveranno, saranno quelli che sarebbero stati fatti comunque, visto che non è chiaro quali sarebbero i nuovi stimoli in grado di mobilitarne di nuovi» già sarebbe un buon terreno sul quale coltivare una proposta politica comune come Paese, visto che arriva da una certa parte del Paese, ma che è condivisibile anche da quell’altra o da quelle altre pur in uno Stato “liquido” come il nostro.

Tuttavia il “padrone che morde il cane”, ovvero la notizia sta nelle successive affermazioni della Cerretelli quando afferma che per allargare «risorse e spettro degli interventi (…) sono indispensabili i contributi degli Stati membri che godrebbero, come nella ricetta Juncker, della neutralità nel calcolo dei deficit-debiti» e quindi siamo alla richiesta di interventi pubblici in barba al mercato che risolve tutti i problemi; e poi nell’ulteriore passaggio «questi contributi verrebbero convogliati in un Fondo europeo tipo Esm, l’attuale strumento Salva-Stati, per raccogliere denaro sui mercati da redistribuire investendolo in iniziative mirate a una crescita più “verde” e digitale, più innovativa e sociale, sorvegliate nella loro effettiva attuazione e condizionate al rispetto delle regole di bilancio e alle riforme da parte di chi ne benefici».

In poche righe si va dalla necessità di interventi di Stato per cambiare il modello di crescita! Vi suona familiare? A noi sì e dunque come si fa a non cogliere il nesso tra una proposta di questo tipo e l’Agenda ambientalista? Il filo “rosso” (o “verde”) tra le due cose è dal nostro punto di vista una robusta corda e semmai ci dispiace che quell’agenda, come abbiamo rimarcato ieri, ignori del tutto la sostenibilità dei flussi di materia che, al pari di quelli energetici che invece vengono ben affrontati, sono i due pilastri del metabolismo economico. Non solo i flussi di materia, peraltro, ma persino la loro coda, i rifiuti, vengono completamente ignorati. Un deficit gravissimo che vorremmo indagare e cercheremo di farlo, anche se un’idea – speriamo sbagliata – ce la siamo fatta: che si sia trovato sintesi su tutto tra le 16 associazioni ambientaliste tranne che sui rifiuti? E’ ovvio che chi crede ai “rifiuti zero” non può capire i flussi di materia e questo è un guaio serio.

Restiamo comunque convinti più che mai che di fronte alla crisi economico/ecologica e ormai non più finanziaria del nostro Paese, un green New Deal sia la marcia in più per l’Italia e per l’Europa tutta, e che qui si gioca il presente e il futuro dell’Unione e del nostro Paese.