Dal decreto anti-inchini al Tar che cancella il divieto d’ingresso delle grandi navi a Venezia

Tre anni dopo il naufragio della Concordia, tra nebbie normative e nostalgie del turismo della catastrofe

E intanto restano da bonificare un disastro e da fare un’Area marina protetta

[13 gennaio 2015]

Il terzo anniversario del  naufragio della Costa Concordia rischia, ancora una volta, di essere un’occasione sprecata. All’alba di quel 13 dicembre del 2012, quando, mentre dal mare del Giglio arrivavano notizie frammentate e imprecise, greenreport.it fu fra i primi a capire che nella dinamica dell’incidente che stava circolando c’era qualcosa che non tornava, fra i primi a far notare che al largo, tra l’Argentario e il Giglio non c’era nessuna secca sulla quale il gigante del mare e del turismo avrebbe potuto impattare, fra i primi a dire che gli scogli sui quali il capitano Schettino e chi incoraggiava gli “inchini” erano Le Scole, un pezzo di Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, e la costa sulla quale la fortuna aveva adagiato il transatlantico con le sue sfortunate vittime e il suo carico di turisti terrorizzati e infreddoliti era la Gabbianara, con i suoi fondali popolati da una magnifica biodiversità, ora quasi cancellata e che qualcuno non vorrebbe ripristinare fino in fondo, come vogliono gli accordi presi, come vogliono le normative europee alle quali il nostro Paese troppo spesso si sottrae per fatti privati, salvo per poi dire “lo vuole l’Europa” quando ci sono da imporre pubbliche austerity.

Nei due anni e mezzo successivi, greenreport.it, insieme ad altri (non molti) giornali e alle  associazioni ambientaliste (non tutte), ha seguito passo passo la lenta impresa che ha portato al raddrizzamento e al trasporto della Costa Concordia a Genova, dove giace in attesa dello smantellamento. Non abbiamo mai nascosto gli aspetti non convincenti del progetto iniziale (molti dei quali sono stati cambiati in corso d’opera) e ospitato voci dissonati, abbiamo sempre tenuto al centro della nostra informazione l’ambiente, la biodiversità e la scienza e la loro difesa, rifuggendo dal gossip che ha fatto di Schettino l’unico fellone e il capro espiatorio mediatico di una tragedia che è umana, economica e ambientale e che chiama in causa la sostenibilità di un turismo di massa che sfiorava i Parchi, che penetrava impunemente nelle aree protette marine.

Di quella discussione e di quei proclami sulla sicurezza a mare è rimasto ben poco, se non la testarda insistenza della Regione Toscana e qualche provvedimento dell’Unione europea, ma del decreto anti-inchini – approvato dal governo Monti-Passera-Clini su pressione delle associazioni ambientaliste – è stato fatto carta straccia, fino alla  recentissima sentenza del Tar che cancella il divieto delle grandi navi di entrare nel cuore di Venezia, della città più delicata del mondo e della laguna più a rischio del nostro Paese.

Di quel naufragio è rimasta la grande impresa tecnica del raddrizzamento e del traino della Costa Concordia, mentre nei fondali del Giglio i sommozzatori cercano di ripulire un disastro che si è rivelato più vasto e difficile da bonificare di quello che molti – non noi – pensavano, e almeno il ministero dell’Ambiente sembra aver impedito l’ennesimo regalo che si voleva fare a Costa/Carnival: lasciare in quei fondali feriti e devastati le piattaforme sottomarine che sono servite a sostenere la Costa Concordia quando è stata raddrizzata, per perpetuare quel turismo della catastrofe che sull’isola ha fatto la fortuna di parecchi ma che rischia di relegarla a un marchio di infamia, legarla a una tragedia e al ributtante gossip da rotocalchi scandalistici di Schettino, e che – per inciso – ha già perso molto della sua attrattività.

A tre anni da quella tragedia il Giglio sembra congelato nella sua quieta bellezza invernale, rotta nel 2012 dai due schianti della Concordia sulle rocce, che prima riversarono sull’isola i naufraghi assistiti da una popolazione generosa e poi un esercito di esperti e tecnici pubblici e privati, operai, sommozzatori, informatori e curiosi che hanno riempito alberghi, bar e ristoranti come non mai e mai così a lungo: una “stagione turistica” infinita che qualcuno crede di poter perpetuare rimanendo attaccati al nuovo mito di una catastrofe che è già ricordo.

E’ certamente un caso che, proprio nel giorno in cui si celebra il terzo anniversario del naufragio,  si insedi il direttivo del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, che due governi non sono stati in grado di nominare mentre il relitto era adagiato in pieno Santuario internazionale dei mammiferi marini Pelagos. Ma non è un caso, una (non)scelta politica nazionale che cede alla testardaggine localistica, se quel mare non è ancora Area marina protetta, nonostante la legge lo preveda dal 1982 e nonostante il nostro Paese abbia sottoscritto trattati europei e internazionali che chiedono all’Italia di proteggere meglio e di più il suo mare, a cominciare proprio dalle isole e dai siti già individuati come “sensibili”.

Speriamo solo che la messa che si celebra oggi all’Isola del Giglio, che vede anche la partecipazione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, serva non solo a chiedere il perdono di Dio, ma anche ad invocare che illumini le menti e il cuore di chi pensa che, spenti i riflettori sul naufragio, lasciato Schettino a purgare anche colpe e politiche altrui, non riporti tutto nell’ovattata nebbia normativa e ambientale, nell’ovattato “facciamo finta di niente”,  che portò la Costa Concordia a sbattere sugli scogli protetti il 13 gennaio 2012.

Il Giglio è in questo momento la metafora dell’Italia: la sua comunità può decidere di rimanere incatenata a un passato effimero e a un presente difficile, oppure tuffarsi nel futuro, che è fatto (speriamo) di quella cosa eterna che si chiama ambiente, ma anche di coraggio e innovazione.

E’ un segnale positivo che domani il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano presenti proprio al Giglio, dopo averlo fatto all’Elba, la Carta europea per il turismo sostenibile nelle aree protette (Cets). Il dopo Costa Concordia riparte da lì, senza inchini e catastrofi.