Trump, l’ambientalismo «fuori controllo» e l’inizio di una nuova era

La ritirata degli Stati Uniti obbliga l’Europa (e l’Italia) a un nuovo protagonismo, pena un inevitabile declino

[25 gennaio 2017]

Come nelle più classiche ammissioni implicite di razzismo (io non sono razzista, ma…), il presidente Usa Donald Trump ha chiarito la sua posizione verso l’ambientalismo: «Io sono, in larga misura, un ambientalista. Ci credo. Ma è fuori controllo». L’osservazione, servita durante una colazione di lavoro con i leader di General Motors, Ford e Fiat Chrysler, ha anticipato la promessa di ridurre lacci e tasse ai magnati dell’industria se questi investiranno su suolo americano. «I nostri amici che vogliono costruire negli Stati Uniti – ha dichiarato Trump – attendono molti, molti anni per poi non ottenere un’autorizzazione ambientale su qualcosa di cui nessuno ha mai sentito parlare prima. Ed è assolutamente pazzesco». Gli «amici» naturalmente hanno molto apprezzato, Sergio Marchionne compreso, che in più occasioni si è vantato delle performance “eco” della propria casa automobilistica: è singolare come gli ambientalisti siano invisi alla destra neoliberista come a quella protezionista praticamente in tutto il mondo quando poi i suoi leader, dopo aver deriso “i verdi”, si dichiarano più ambientalisti degli ambientalisti, magari guidando un Suv smarmittato o inaugurando una nuova centrale a carbone.

Ammesso e non concesso che questo porti guadagni alla collettività, a preoccupare dovrebbero essere i costi. Per fare un parallelo con il contesto europeo, l’Eea ha appena certificato con il suo rapporto Climate change, impacts and vulnerability in Europe 2016 che a partire dal 1980 i soli «eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nei paesi membri dell’Aea hanno generato perdite economiche superiori ai 400 miliardi di euro». Un dato in forte aumento, che si associa – ad esempio – alla perdita di vite umane su suolo Ue a causa dell’inquinamento atmosferico pari a 467mila morti l’anno, oltre dieci volte quelli provocati dagli incidenti stradali. Agli Stati Uniti di certo non va meglio: mentre il presidente Usa agita lo spettro di un ambientalismo fuori controllo, l’ambiente fuori controllo miete vittime americane.

Numeri noti e validati scientificamente, che pure non sono riusciti a evitare la democratica elezione di Donald Trump e l’ascesa dei suoi fan, in Italia come in Europa. Non sarà dunque la sola scienza a permetterci di vivere in un mondo più sostenibile. Da una parte è necessario rendere accessibile e comprensibile al più vasto numero possibile di persone questa conoscenza, dall’altra è indispensabile esigere che i propri rappresentanti politici vi dedichino un’attenzione adeguata.

Secondo il noto economista Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute alla Columbia University, siamo all’alba di una nuova era. «Trump porta avanti campagne sbagliate e pericolose – continua Sachs – sia in politica estera che all’interno. Quella americana è ancora di gran lunga l’economia più ricca del mondo e far sentire gli americani minacciati, costruire muri, diffondere la paura del diverso, è incredibilmente ingiusto e scorretto. Una politica interna di questo tipo apre la strada a una politica estera estremamente pericolosa. Ma ormai bisogna prendere consapevolezza che siamo in una nuova era. La leadership globale degli Stati Uniti è finita».

La prima candidata a sostituirne la guida appare la Cina. Nonostante i crescenti sforzi profusi sul piano ambientale – dalla ricerca all’implementazione di leggi e filiere industriali all’avanguardia – il gigante asiatico giocherà ancora per molto tempo in retroguardia. Come ricorda oggi il Sole 24 Ore, nell’ultimo «piano quinquennale dell’Amministrazione nazionale dell’energia il Governo cinese punta a ridurre la quota di carbone nella generazione elettrica dal 75 al 55% entro il 2020, ma visto che i consumi sono in forte crescita questo implica comunque la costruzione di nuove centrali a carbone dagli attuali 900 a ben 1.100 Gigawatt di capacità: un incremento superiore all’intera potenza installata in Canada».

La terza via tra Usa e Cina è quella potenzialmente in carico a noi europei, il 6,9% della popolazione mondiale. Nonostante otto anni di crisi economica, se l’Ue fosse un unico Paese varrebbe ancora il 23,8% del Pil globale, la fetta più grande di tutte. Inoltre, l’Europa rimane ancora il fulcro della tradizione culturale occidentale, l’esempio più avanzato di welfare a livello internazionale, ma sembra aver sciaguratamente lasciato le redini della transizione ecologica come ha già fatto in passato con quelle della ricerca scientifica. Con il seggio vacante lasciato dagli Usa di Trump nello scacchiere internazionale, è in primo luogo nel nostro interesse riscoprire un ruolo di leadership (non da ultimo impostando politiche commerciali coerenti).

Per farlo non sono le risorse economiche a difettare, ma il motore politico. I cambiamenti climatici e l’esaurimento delle risorse naturali sono già in atto, e finché abiteremo questo pianeta non potremo che agire di conseguenza. La paura del cambiamento è comprensibile ma non per questo ineliminabile. L’Italia rappresenta un caso-scuola: da una parte la cittadinanza mostra una crescente insofferenza verso livelli di disuguaglianza economica tornati al livello del Medioevo; dall’altra, società civile e (buona) industria chiedono a gran voce non la tabula rasa sulle norme ambientali evocata da Trump, ma la stabilità e chiarezza normativa necessarie per investire. Rimangono questi i due primi punti sui quali agire per una rinascita verde.