Dissesto idrogeologico: via al gioco “Scopri chi è il colpevole”! Ricchi premi

L'esecutivo in cerca di 9 miliardi (in 7 anni) di euro, ma ne servirebbero 40

[17 novembre 2014]

Tra alluvioni e bombe d’acqua ha preso ufficialmente il via, come accade ormai ogni autunno, il gioco al rimpallo delle responsabilità su condoni e dissesto idrogeologico. Il risultato, come accade ormai ogni autunno, è sempre lo stesso: i più rivendicano che ancora non erano in carica quando si compiva il misfatto, e gli altri se c’erano dormivano. Includendo in quest’ultima risma, ovviamente, le imprese che materialmente hanno tombato fiumi e costruito con la speranza (o la certezza) di un prossimo condono.

Nel balletto autunnale è facile perdere di vista i numeri. Solo nel 2013 – ricorda l’Aduc – il Cresme ha contato la costruzione di 26mila immobili illegali, tra ampliamenti e nuove costruzioni: dov’erano i sindaci? «Oggi il pensiero – scrive l’associazione dei consumatori – è tutto focalizzato sull’attribuzione di responsabilità nel classico gioco dello scarica barile. Il condono del 1985 fu sponsorizzato da una parte politica opposta a quella che lo varò nel 1994; pochi sanno che il condono stesso proseguì fino al 1998 (altro governo), con la riapertura dei termini per pagare l’oblazione del condono del ’94, e nel 1997 con il condono degli abusi sugli immobili pubblici».

Dovremmo dunque parlare di responsabilità diffuse a tutti i livelli, e sarebbe un eufemismo. Anche fare di tutta l’erba un fascio non è però utile alla causa, e dei distinguo sono doverosi. Non tutte le regioni, ad esempio, si comportano allo stesso modo: la Toscana, che ha appena approvato una nuova legge sul governo del territorio (e attende a breve  quella sul paesaggio) è un esempio di virtuoso cambiamento, pur con i suoi numerosi difetti e le sue frequenti alluvioni. Anche il governo Renzi si muove verso un timido cambiamento, con l’istituzione di un’unità di missione contro il rischio idrogeologico e una rinnovata attenzione al tema. In questo caso però si rischia di rimanere a livello di conversazione o poco più.

«Da una parte il Governo con Italiasicura – dichiara Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi – ci chiama per essere parte integrante del Piano di messa in sicurezza del territorio mentre dall’altra, la notizia è di queste ore, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, massimo organo tecnico dello Stato, relega la geologia in un angolo non comprendendo quanto sia importante sviluppare politiche per il territorio attraverso progetti coerenti ed efficaci. Troppe volte abbiamo costruito opere inutili e dannose». E le conseguenze sul territorio si vedono.

In Liguria i movimenti franosi oggi attivi sono più di 7mila, e stanno crescendo. Ma il piano casa della giunta ligure guidata da Claudio Burlando (Pd) «ha autorizzato ampliamenti fino al 35 per cento (quindi aumenti di volume) con possibilità di demolire e ricostruire con aumento volumetrico estesa a tutti gli immobili: gli ampliamenti volumetrici fino a un massimo del 35 per cento non riguardano più solo le abitazioni ma anche i manufatti industriali e artigianali – spiega Angelo Bonelli, co-portavoce dei Vedi – Insomma, i capannoni, dove un ampliamento può significare migliaia di metri cubi in più. Com’è successo a Cogoleto».

Vogliamo parlare di Milano? Il Seveso è appena esondato per la nona volta in 11 mesi, mentre da più di 50 anni il problema è sempre il solito,  la mancanza di spazi liberi utilizzabili dai fiumi in caso di piena prima di entrare all’ interno dell’area urbanizzata cresciuta senza un adeguato controllo. Tale situazione secondo i geologi «potrà trovare una soluzione definitiva solo a seguito della realizzazione delle vasche di laminazione».  In giro per l’Italia progetti che vadano ad affrontare problemi simili ce n’è molti, forse anche troppi, e importi per più di 2 miliardi di euro sono rimasti bloccati – come giustamente denunciato dal governo Renzi – perché sommersi dalla burocrazia (e, aggiungiamo noi, dai ricorsi delle imprese rimaste tagliate fuori dagli appalti pubblici).

Il governo si propone adesso di sbloccare tali fondi, e presenta una proposta organica all’Europa per ottenerne di aggiuntivi. Il presidente della commissione Ue si è visto recapitare sul tavolo una lista di 1.956 progetti di prevenzione per il rischio idrogeologico, dal valore di 7,6 miliardi di euro. Contando anche le risorse già presenti e “solo” da recuperare, il piano del governo Italiasicura conta di stanziare 9 miliardi di euro in 7 anni. Sono tanti o pochi? Potrebbero sembrare molti (e di sicuro sono meglio di niente), ma la reale necessità del territorio italiano parla di ben altre cifre: 40 miliardi di euro, che spalmati su un ragionevole lasso di tempo per essere spesi (15 anni)  fanno 3 miliardi di euro l’anno. Il governo di fondi freschi ne stanzia 1 all’anno: nel 2014 non basterebbe per coprire i danni della sola Liguria. Se di più al momento non si può fare – o non si vuole, spostando voci di bilancio – che almeno vengano dunque reinvestiti ogni anno i soldi risparmiati proprio grazie a questi 9 miliardi, che qualche frutto lo daranno pure. Il dissesto idrogeologico costa all’Italia una media di 3,5 miliardi di euro ogni 12 mesi: ciò che verrà evitato grazie alla prevenzione torni al territorio sottoforma di nuovi investimenti. È l’unica opzione che abbiamo per ricucire il territorio, e a saldo di bilancio invariato.