Oggi i leader di Italia, Francia e Germania sull’isola del Manifesto

Ventotene, l’Europa ha un futuro solo se non lo ruba ai propri figli

Uno sviluppo sostenibile e inclusivo come unica strada per valorizzare i giovani

[22 agosto 2016]

File source: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Francisco_de_Goya,_Saturno_devorando_a_su_hijo_(1819-1823).jpg

Sull’isola di Ventotene, un fazzoletto di neanche 2 chilometri quadrati in mezzo ai flutti del mar Tirreno, venne piantato il seme di un’Europa unita e federale. L’omonimo e celebre Manifesto, redatto clandestinamente nel 1941 dagli antifascisti Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, è ancora oggi indicato come il testo fondante dell’Unione europea – sebbene nella sua moderna versione questa sia poco unita e ancor meno federale. Per trarre linfa vitale dal quel grande e concreto sogno, oggi il premier italiano Matteo Renzi, il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel si riuniscono sull’isola «per rilanciare dal basso – come ha sottolineato Renzi – l’Unione europea», oggi in profonda agonia.

Il vertice vero e proprio si terrà al largo dell’isola, all’interno della portaerei Garibaldi, in un trilaterale blindato (al quale non parteciperanno neanche rappresentanti delle istituzioni Ue). Come approccio «dal basso» lascia qualche dubbio, ma la scelta di Ventotene merita il rispetto dovuto alla Storia. Oggi come nel 1941 l’Europa ha l’urgente bisogno di ritrovarsi in un disegno ideale, riconoscendo che i problemi che l’affliggono son in gran parte auto-inflitti: «Bisogna far ripartire gli investimenti, la parola austerity in Europa ha creato solo danni», ha sottolineato il premier.

L’Europa, nonostante tutto, ancora oggi rappresenta (unita) l’area economica più ricca del pianeta. Culla del pensiero occidentale e del welfare state, deve tornare a domandarsi cosa vuol diventare da grande prima di mangiarsi ogni possibilità di prospero futuro. Come il titano greco Kronos, padre di Zeus, divorava i propri figli (e sappiamo come andò a finire), l’Europa tarpa ciecamente le ali ai propri. I giovani Ue sono pochi – 90 milioni, il 17% di tutta la popolazione – e ancor meno valorizzati.

L’Italia rappresenta purtroppo l’apice di questo processo auto-distruttivo. All’interno dei nostri confini almeno un terzo dei giovani non studia e non  lavora. Il recente rapporto McKinsey Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sulla disuguaglianza dei redditi pone l’Italia a fanalino di coda. Il demografo Alessandro Rosina, curatore del ‘Rapporto Giovani’ promosso dall’Istituto Toniolo e membro del nostro think tank redazionale, certifica che «l’Italia è uno dei paesi che meno hanno aiutato i giovani a proteggersi dai rischi della crisi. Eppure i giovani italiani non sono rinunciatari. Hanno in partenza progetti di vita importanti da mettere in atto e un atteggiamento positivo verso il lavoro».

Per non soccombere davanti a un futuro che cambia sempre più velocemente, l’Italia e l’Europa non possono che dare fiato ai loro giovani, proponendo un modello di sviluppo sostenibile e (dunque) inclusivo. A Ventotene i tre leader europei si confronteranno anche sui giovani, nonché sui (sempre giovani) migranti che bussano alle nostre porte scappando da fame e guerra.

Il recente rapporto Sustainability now! A european vision for sustainability pubblicato dall’European political strategy centre ricorda che «già alla fine degli anni ’70 Willy Brandt avvertì che l’Europa non sarebbe potuta sopravvivere come un’isola di ricchezza in un mare di povertà». Oggi non solo questa consapevolezza risulta quanto mai affievolita, ma l’Europa stessa non riesce a fermare il diffondersi di sacche di povertà all’interno dei propri confini.

La mancanza di risorse finanziarie non sembra essere il principale ostacolo da affrontare. Come argomentato sul Sole 24 Ore dall’economista e presidente dell’Accademia dei Lincei Alberto Quadrio Curzio, c’è una «enorme sproporzione tra il Piano Juncker, che è partito con una dotazione di 21 miliardi di euro e l’espansione monetaria della Bce che tra il 2011 e il 2016 supera i 2.800 miliardi. Il primo pesa 0,2% del Pil dell’Eurozona mentre la secondo è pari al 28%». A quasi due anni dal suo avvio, il Piano Juncker si è dimostrato totalmente inefficace (come del resto la Garanzia giovani europea), mentre la necessità di investimenti continua a salire.

L’Europa, che solo unita può dare un senso alla propria presenza in un mondo ormai globale, ha ancora l’opportunità di delineare il proprio futuro investendo – con risorse pubbliche, se quelle private latitano – in sostenibilità: infrastrutture verdi, economia circolare, energie rinnovabili, cultura, innovazione. Sta a tutti noi chiedere di non perire lentamente d’ignavia.