Caso ALCE: le risposte al Comitato Ambiente e salute

[19 novembre 2013]

L’articolo sul progetto relativo all’impianto ALCE pubblicato dall’Agenzia nella propria newsletter (ARPATnews 231-13), ha provocato una vivace reazione da parte del Comitato Ambiente e salute dei comuni di Bagni di Lucca e Borgo a Mozzano, che hanno mosso varie contestazioni ed accuse all’Agenzia.

A tale proposito l’Agenzia reputa di dover fornire alcune precisazioni e puntualizzazioni.

  • Con l’articolo in questione ARPAT non ha inteso minimamente tradire il proprio ruolo di imparzialità e terzietà, e tanto meno “spalleggiare” altre istituzioni. L’articolo in questione, che si colloca in una serie di approfondimenti dedicati al tema delle biomasse, non intendeva affatto costituire una “difesa d’ufficio” di quell’impianto o più in generale di questo tipo di impianti, che – come più volte affermato dall’Agenzia – presentano aspetti positivi e negativi, sia dal punto di vista ambientale che energetico. ARPAT proprio perché è gelosa del suo ruolo tecnico-scientifico super-partes, non assume mai posizione pro o contro, ma fornisce elementi conoscitivi a disposizione di tutti. D’altra parte, il carattere divulgativo e necessariamente sintetico dell’articolo può aver dato luogo a interpretazioni non corrispondenti alla volontà dell’Agenzia, per cui cerchiamo di puntualizzare qui di seguito alcuni dei temi sollevati.
  • Di quale impianto di tratta e che cosa va a sostituire. La centrale a biomasse utilizzerà 100.000 tonnellate di legane di castagno, residuate dalla produzione del tannino (prodotto necessario anche per il Comprensorio del cuoio ai fini di una conciatura vegetale che eviti l’utilizzo di cromo) e ulteriori 50.000 tonnellate di legname. Tale centrale prende il posto di una precedente cartiera, che, a differenza dalle altre cartiere esistenti in Toscana, produceva la carta con cellulosa ricavata direttamente a partire dal legname, in un ciclo integrato che comprendeva l’estrazione del tannino e l’utilizzo energetico del “black liquor”, residuato dalla produzione della cellulosa, con un utilizzo di legname dell’ordine delle 100.000 t/anno a cui si sommava l’uso di notevoli quantità di combustibili fossili. Tale impianto produceva una quantità di polveri sottili, secondo l’Inventario Regionale delle Sorgenti di Emissioni in atmosfera (IRSE), superiore al massimo di emissioni autorizzate per la nuova centrale a biomasse.
  • La criticità della qualità dell’aria nella Media Valle del Serchio e nella Garfagnana. ARPAT conosce bene lo stato della qualità dell’aria e le fonti di particolato che influenzano la qualità dell’aria nella mediavalle del Serchio e nella Garfagnana, ed in particolare nella zona di Fornoli. Non c’è dubbio che ci sia una criticità per quanto concerne la qualità dell’aria per il parametro PM10 e che la conformazione orografica determini condizioni sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti. ARPAT, peraltro, è disponibile, se gli enti locali della zona e la Regione volessero approfondire in dettaglio, nell’ambito di un progetto appositamente finanziato, le motivazioni e quindi le effettive fonti di inquinamento (impianti industriali, traffico, riscaldamento, ecc.), ad effettuare uno studio apposito sull’argomento.
  • Combustione delle biomasse (sfalci e caminetti) e inquinamento dell’aria. In Toscana, anche alla luce dei risultati del progetto Patos , nelle zone dove vi sono criticità per il parametro PM10, nei mesi invernali e specialmente nei giorni in cui viene superato il valore soglia di 50 mg/m3 (che secondo la normativa nazionale – D.Lgs. 155/2010 – non deve essere superato per più di 35 giorni/anno), la fonte prevalente di PM10 è data dalla sorgente combustioni locali (riscaldamento, traffico, combustione di biomasse). In particolare nella postazione di fondo di Capannori il contributo della sorgente combustione di biomasse (derivante prevalentemente dalla combustione in campo di sfalci, potature ed altri rifiuti agricoli, sia dall’utilizzo del legno in caminetti e stufe tradizionali) è risultata dominante nel periodo novembre-marzo.
    Sulla base del fattore di emissione definito in sede europea [EMEP/EEA “Air pollutant emission inventory guidebook 2013 ”], risulta che 4 t/anno di PM10 corrispondono alla combustione in campo di circa 900 tonnellate di sfalci e potature ovvero a 650 tonnellate di legna utilizzati in caminetti e stufe tradizionali. Se si pensa che la centrale a biomasse è autorizzata ad emettere 4 t/anno di polveri totali (l’emissione effettiva risulterebbe ampiamente inferiore a tale valore massimo), a fronte della combustione di circa 150.000 t/anno di legna, si comprende quanto efficaci siano i sistemi di abbattimento previsti dal progetto, fra i quali i filtri a maniche di si è trattato nell’articolo contestato.
    Avviare gli sfalci e le potature all’utilizzo energetico in una moderna centrale a biomasse costituirebbe una efficace azione di risanamento strutturale della qualità dell’aria. Allo stesso modo il risanamento della qualità dell’aria richiede che venga fortemente ridotto l’utilizzo della legna per il riscaldamento in caminetti e stufe tradizionali. Basta infatti che una piccola parte delle esigenze di riscaldamento venga soddisfatta con queste modalità, come oggi avviene pur essendo metanizzata la grande maggioranza degli edifici, per avere un importante effetto negativo sulla qualità dell’aria.
  • La centrale a biomasse può alimentarsi con sfalci e potature. Nell’articolo era stato affermato che la centrale a biomasse può costituire una occasione di risanamento della qualità dell’aria costituendo una filiera per recupero ed il riutilizzo energetico delle potature e dei rifiuti agricoli, che attualmente vengono per lo più bruciati in campo, con un rilevante contributo ai livelli di inquinamento. Ci è stato contestato tale affermazione dicendo che l’impianto è autorizzato all’utilizzo solamente di legno vergine. Ebbene, l’art.185 del D.lgs 152/06 prevede proprio la possibilità di utilizzare per tali tipi di centrali sfalci e potature provenienti da attività agricole o forestali, considerandoli quindi proprio come legno vergine. Sono al momento esclusi, anche se ci sono iniziative volte a superare tale esclusione, quelli provenienti dalla manutenzione del verde pubblico e privato. Tuttavia, nella zona in questione si può ritenere che i primi siano decisamente prevalenti.
  • Emissioni diffuse derivanti dai piazzali e dalle attività di cippatura. Tale problematica è stata affrontata da ARPAT e soprattutto dall’azienda ASL, nel corso del procedimento e tali emissioni (peraltro già presenti nell’impianto precedente), in relazione alla salvaguardia dell’igiene del lavoro, con particolare riferimento alla tutela degli operatori che in tale azienda lavorano. A tale proposito, nel suo parere, la ASL ha richiesto di prescrivere un piano di monitoraggio delle polveri ed anche ha indicato dei limiti ai quali attenersi. Si fa altresì presente che: – il cippato contiene un elevato tasso di umidità e pertanto la sua movimentazione e stoccaggio non dovrebbe causare formazione di polvere aggiuntiva.
  • Movimentazioni di mezzi pesanti In sede di esame del progetto è stato verificato che le emissioni derivanti dal movimento di mezzi collegato all’esistenza della centrale sono modesteper quanto attiene alla qualità dell’aria, in quanto, rispetto al numero di mezzi pesanti circolanti sulle principali vie di comunicazione della zona, il numero di veicoli pesanti collegati all’attività dell’impianto rappresentano solo qualche punto percentuale, senza considerare il contributo dei veicoli leggeri a trazione diesel.
    Si tenga inoltre conto che i 13.662 viaggi di veicoli pesanti, indicati dalla nota del Comitao, si traducono nell’emissione di meno di 100 kg/anno di PM10.
  • Sulla correttezza del procedimento. Il percorso seguito nel caso dell’autorizzazione dell’impianto ALCE è rispettoso delle leggi e che le verifiche compiute anche in sede di TAR e di Consiglio di Stato hanno confermato la validità delle autorizzazioni concesse.