#consumismo reloaded

[25 settembre 2014]

La cura per l’ambiente non è un movimento o un’ideologia è il nostro prossimo gradino evolutivo (…) Perché l’uomo è un animale con una nicchia ecologica particolare da salvaguardare: L’intero pianeta Terra” – Daniel Goleman.

Insomma secondo Goleman dopo l’intelligenza emotiva c’è l’intelligenza ecologica, e mi piace molto l’idea, ma ho un po’ di perplessità sulla capacità e la predisposizione di noi uomini a praticare un minimo di ripensamento virtuoso di massa. Isolatamente ci sono azioni individuali derivanti dalla ricerca di un benessere personale, si fanno scelte salutistiche, etiche, di consumo responsabile, di riqualificazione dei modelli di vita, si opta per il bio, l’eco, il green, insomma si cerca di stare nel mezzo tra bisogni e responsabilità ambientale. Ma la coscienza ecologica collettiva di cui parla Goleman è un’evoluzione sociologica e psicologica dalle alte aspettative, disturbata dall’ansia consumistica che attanaglia come un tarlo sovrano le nostre logiche di vita.

La correlazione tra crescita economica e benessere non è così immediata

Secondo Castoriadis il prezzo da pagare per la libertà è l’uscita dall’economia come valore centrale e, di fatto unico. «Non c’è soltanto la dilapidazione irreversibile dell’ambiente e delle risorse non sostituibili. C’è anche la distruzione antropologica degli esseri umani, trasformati in bestie produttrici e consumatrici, in abbrutiti zapping-dipendenti. »

Negli anni ’50 l’economista statunitense Lebow pronuncia il celebre discorso, che avrebbe dato il senso ai comportamenti degli anni a venire.

« La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. […] Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore. Abbiamo bisogno di gente che mangi, beva, vesta, cavalchi, viva, in un consumismo sempre più complicato e, di conseguenza, sempre più costoso[»

Ecco oggi credo che questa abominevole affermazione vada smontata:

la nostra economia difficilmente produttiva non ci deve più richiedere di elevare il consumismo a nostro stile di vita, né di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali (e dipendenze): non ci deve richiedere che si ricerchi la propria realizzazione personale e spirituale nel consumo sfrenato di cose, bensì nella vita di relazione, nella solidarietà, contenendo gli sprechi e vivendo una vita sostenibile; non abbiamo bisogno che sempre più merci vengano consumate, prodotte, distrutte e rimpiazzate, ma abbiamo bisogno di beni utili al nostro benessere che non distruggano l’ambiente, che non sfruttino risorse materiali ed umane, e procurati anche attraverso recupero e riutilizzo. Abbiamo bisogno di gente che mangi, beva, vesta, cavalchi senza essere ossessionata dall’avere sempre tutto, che sia felice, che sia libera….”

Si può essere liberi oggi? Si può non desiderare di avere troppe cose, si può vivere senza parti del proprio tempo? che vilmente ci vengono sottratte facendoci credere che la vita dell’uomo deve essere il lavoro come sola forma di sopravvivenza? Siamo vittime di una bieca obsoloscenza programmata e percepita delle cose che fagocitiamo alla velocità della luce e in questo terribile calderone abbiamo imparato a buttarci dentro anche gli affetti..

Gli affetti sono merci scadute.  A tempo, facile comprarseli come uno smartphone nuovo…

Cosa non ci aiuta a stare nel “meno”? Cosa lenisce il nostro cuore le nostre ansie come cibo dannato?

C’è un’economia possibile.. è quella della felicità

#consumismo reloaded