I risultati dell’Arpat confermano il trend in peggioramento degli ultimi anni

Acqua potabile, meno qualità per i corpi idrici superficiali toscani

L’analisi sulle acque “grezze”, che normalmente sono poi sottoposte a specifici trattamenti di potabilizzazione

[8 maggio 2015]

Nel report Monitoraggio delle acque superficiali destinate alla produzione di acqua potabile – risultati triennio 2012 – 2014 e proposta di classificazione, pubblicato nel marzo 2015, si legge che dal 2012 al 2014 l’Agenzia ha controllato 121 stazioni di monitoraggio, rappresentative di altrettanti corpi idrici superficiali distribuiti soprattutto nelle province di Firenze, Pistoia e Arezzo, le cui acque sono destinate alla potabilizzazione.

Nel periodo di riferimento sono stati analizzati 3865 campioni d’acqua per un totale di oltre 312.000 determinazioni analitiche. Sul sito Web di ARPAT è consultabile anche la banca dati relativa alla rete di monitoraggio. Il riferimento normativo per la proposta di classificazione e la metodologia di calcolo è il D.Lgs. 152/2006.

Le acque dei corpi idrici monitorati vengono classificate in categorie di livello qualitativo decrrescente: da A1, A2, A3, fino a subA3 attraverso l’analisi di specifici parametri chimico-fisici. Le acque così classificate subiscono un trattamento di potabilizzazione adeguato alle loro caratteristiche, che è più o meno intenso a seconda della categoria di appartenenza.

Questa la distribuzione in categorie delle classificazioni proposte per le stazioni di prelievo della Toscana nel triennio 2012-14 (vedi immagine di fianco, ndr).

I risultati dei controlli effettuati confermano il trend in peggioramento degli ultimi anni: si assiste infatti alla totale assenza di corpi idrici in categoria A1, una ulteriore riduzione di quelli in categoria A2 e un incremento di quelli in categoria A3 e subA3, che insieme rappresentano attualmente il 90% dei corpi idrici valutati e per i quali sono necessari i trattamenti di potabilizzazione più spinti.

Negli ultimi cinque anni di monitoraggio 27 stazioni di campionamento hanno avuto un peggioramento di classe, mentre le rimanenti 90 sono rimaste stabili.

Poco meno di trenta stazioni della rete di monitoraggio delle acque destinate ad uso potabile fanno parte anche della rete di monitoraggio per valutare la qualità delle acque superficiali ai sensi della Direttiva 2000/60/CE. Questo di tipo di monitoraggio, che si basa su parametri e indicatori molto diversi, soprattutto quelli di tipo biologico, conferma la scarsa qualità di queste acque: su 24 stazioni classificate A3 subA3 soltanto 4 hanno al momento raggiunto l’obiettivo di stato “buono”.

I parametri critici che determinano lo stato subA3 sono principalmente temperatura (46%), solfati (19%), conducibilità (17%), idrocarburi (15%), cromo e coliformi totali (8%), COD -Chemical Oxygen Demand (6%). Per 22 dei 46 corpi idrici in subA3 la classificazione è determinata dal superamento di soglia di parametri per i quali la normativa consente deroghe (ad esempio temperatura, BOD5 (Biologic Oxigen Demand), COD, ferro, manganese, solfati. Per quanto riguarda la temperatura, si ricorda che la generale e prolungata scarsità di acqua durante la stagione estiva e le elevate temperature dell’aria nei mesi estivi, contribuiscono in modo determinante al surriscaldamento delle acque, specialmente quelle a lento ricambio).

Se venisse applicata la deroga, come previsto dalla normativa, tali stazioni si potrebbero classificareA2 in 4 casi e in A3 nei rimanenti 18 casi.

Come già visto nei due trienni precedenti, per i parametri che determinano la classificazione in A3 continua la situazione critica nel superamento dei parametri microbiologici e soprattutto di quelli indice di contaminazione fecale: nell’86% dei casi la criticità è data dal superamento del parametro salmonelle, nel 73% da coliformi fecali, nel 56% da coliformi totali. Minore la frequenza di superamento dei limiti previsti per manganese, ferro, idrocarburi e tensioattivi.

Per quanto riguarda metalli e metalloidi, la ricerca effettuata da ARPAT nelle acque è più estesa di quella prevista dalla tabella 1A dell’Allegato II parte terza del D.Lgs. 152/06 e comprende elementi come alluminio, tallio e antimonio. Nel report un’apposita tabella riporta nel dettaglio il numero di superamenti per metalli e metalloidi.

A titolo precauzionale, trattandosi di acque grezze che devono subire i trattamenti di potabilizzazione, i valori limite presi a riferimento sono quelli del D.Lgs. 31/2001 e in mancanza di questi, quelli previsti da normative comunitarie o internazionali.

Gli esiti del monitoraggio 2014 hanno confermato una diffusa presenza di pesticidi, generalmente a concentrazioni basse, tali da non comportare una classificazione scadente. Tuttavia 71 stazioni di monitoraggio nel corso del triennio 2012-14 hanno presentato almeno una volta una analisi con residui di pesticidi misurabili. Su un totale di 1098 campioni analizzati sono stati trovati residui di fitofarmaci in 293 (26,7 %); 73 le diverse sostanze attive ritrovate.

Sempre nel corso dell’ultimo triennio in 25 stazioni di monitoraggio si sono avute analisi con residui di fitofarmaci in concentrazione uguale o superiore a 0,10 μg/L (limite acque potabili D. Lgs. 31/2001).
I casi più frequenti riguardano cinque fungicidi: dimetomorf, tebuconazolo, iprovalicarb, metalaxil, fluopicolide, utilizzati principalmente in viticoltura; gli erbicidi metolaclor e terbutilazina, noti da tempo per il loro spiccato potenziale di contaminazione delle acque e l’insetticida imidacloprid, un neonicotinoide il cui uso è stato sospeso per un certo periodo di tempo, a causa dei possibili effetti negativi nei confronti delle api.
L’erbicida glifosate, per quanto ricercato in un numero ridotto di campioni a causa della complessità del metodo di analisi, è stato rilevato in una percentuale elevata di analisi, con residui di concentrazioni anche superiori a 0,1 μg/l.

Di questi risultati è veramente necessario tenere conto, per quanto si riferiscano ad analisi condotte sulle acque “grezze”, che normalmente sono sottoposte a specifici trattamenti di potabilizzazione prima della loro immissione nella rete acquedottistica. Da una parte, infatti, devono servire a valutare azioni preventive per garantire un uso sostenibile dei prodotti fitosanitari; dall’altra a mantenere un grado di controllo elevato sulla qualità dell’acqua erogata da parte dei Gestori del Servizio Idrico Integrato e delle Aziende Sanitarie Locali, che sono i soggetti deputati a diverso titolo a garantire la verifica del rispetto dei limiti di legge nell’acqua destinata all’utenza.

di Arpat