Acque contaminate da PFAS in Veneto, la Commissione parlamentare conferma i rischi ambientali

Legambiente: «Agire subito bonificando falda e siti contaminati e mettendo al bando i PFAS»

[10 febbraio 2017]

Quattro anni dopo la scoperta dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) delle acque potabili nelle province di Vicenza, Verona e Padova, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati ha approvato una relazione che ribadisce la gravità della situazione ancora in atto e la necessità di applicare interventi risolutivi per la tutela della salute dei cittadini coinvolti. «L’obbiettivo della relazione – si legge nelle conclusioni – è stato quello di abbracciare in una visione di insieme, seppure in maniera non esaustiva, il complesso quadro relativo alle conoscenze attuali sull’inquinamento da PFAS, con particolare riferimento all’inquinamento di corpi idrici per uso irriguo e per approvvigionamento di acqua potabile, focalizzandosi sul caso del rilevamento di inquinamento da PFAS nella regione Veneto. Si è cercato di compendiare in poche pagine, integrando lavori selezionati dalla letteratura scientifica e parte dei documenti acquisiti dalla Commissione, lo stato attuale delle conoscenze tecnico scientifiche sulle fonti e la diffusione di questi inquinanti e sui loro effetti tossicologici».

Secondo le conclusioni della Commissione parlamentare, «Il quadro generale che emerge dalla analisi della letteratura scientifica e dei documenti ed audizioni acquisiti dalla Commissione è caratterizzato da un alto grado di frammentarietà, ed in alcuni casi di contraddittorietà, delle conoscenze sugli effetti tossicologici di queste sostanze. Ciò riguarda non solo le correlazioni causa-effetto tra l’esposizione all’inquinante (nella fattispecie, l’esposizione all’inquinante attraverso l’acqua potabile) e l’insorgenza di patologie, ma anche i termini quantitativi attraverso cui questa esposizione debba essere valutata. I dati sino ad ora in nostro possesso evidenziano dei possibili nessi di causalità tra l’esposizione a PFAS e vari tipi di patologie, come discusso in dettaglio nel paragrafo precedente, tra cui principalmente alcuni tipi di tumore, disordini del sistema endocrino, problemi cardiovascolari e disturbi della fertilità».

La Commissione evidenzia che «I dati in letteratura non sono concordi né nell’elenco di queste patologie, né nei limiti quantitativi di esposizione con i quali l’insorgenza di queste patologie sarebbe correlata. In molti casi gli studi epidemiologici si concludono affermando che, sebbene vi siano sospette correlazioni, non si possono trarre conclusioni causa-effetto certe, e vi sono numerosi esempi in cui gli studi si contraddicono tra di loro, giungendo a conclusioni opposte. Complessivamente, tuttavia, le ricerche e le indagini tossicologiche forniscono indicazioni sufficienti a suggerire la necessità di adottare misure di massima precauzione consistenti nel ridurre o annullare l’esposizione dei cittadini a questi inquinanti, anche in considerazione della loro spiccata tendenza ad accumularsi nell’ambiente e nell’organismo e dei lunghissimi tempi necessari per l’espulsione delle sostanze dall’organismo stesso una volta accumulate. I limiti di presenza di PFAS nelle acque sono stati definiti dalla normativa solo per alcuni di questi inquinanti, mentre per altri sono suggeriti dei parametri di qualità ambientali, calcolati sulla base delle attuali conoscenze».

I parlamentari sottolineano: «Sebbene non sia noto, a causa della frammentarietà dei dati, se questi limiti siano efficaci, sottostimati o sovrastimati, essi rappresentano al momento un importante parametro quantitativo a cui far riferimento per l’adizione di quelle misure precauzionali che le informazioni oggi in nostro possesso ci impongono di adottare. Va sottolineato che la persistenza ambientale e la tendenza ad accumularsi nell’organismo per esposizioni prolungate, in combinazione con la sospetta associazione con l’insorgenza di alcune patologie rappresentano i maggiori fattori di preoccupazione riguardo la presenza di queste sostanze nelle acque potabili e negli alimenti, anche in basse concentrazioni».

La relazione della Commissione afferma anche che «Va rilevato che anche il monitoraggio dei corsi d’acqua dei bacini idrografici del Veneto conferma che la fonte dell’inquinamento parte dall’area occupata dalla società Miteni e che il barrieramento in atto dentro e fuori lo stabilimento industriale è tuttora insufficiente a bloccare la diffusione delle sostanze perfluoroalchiliche nei bacini idrografici direttamente collegati alla fonte della contaminazione», e per questo la Commissione propone di applicare la recente legge sugli ecoreati (68/2015), per i reati di inquinamento ambientale e omessa bonifica nei confronti della Miteni.

La relazione è il frutto di diversi mesi di studio e approfondimenti da parte della Commissione e di numerose audizioni, tra cui quella di Legambiente che 22 giugno 2016  è stata ascoltata dai parlamentari sulla gestione dell’emergenza PFAS da parte della Regione e degli altri enti regionali e nazionali competenti. Ora gli  ambientalisti del Cigno Verde dicono che «Dal marzo 2013 – data della pubblicazione da parte del CNR dello studio sull’inquinamento del bacino dell’Agno Fratta Gorzone con concentrazioni di PFAS spesso superiori a 1000ng/litro, con preoccupante contaminazione delle acque potabili campionate da punti di erogazione pubblica e privata – tutti i controlli hanno confermato la gravità della situazione sia dal punto di vista ambientale che sanitario».

Secondo Legambiente, «La dettagliata relazione della Commissione ribadisce l’urgenza di applicare interventi efficaci e risolutivi in Veneto, sia sul fronte della tutela sanitaria che ambientale. In particolare, si evidenzia come il problema ad oggi sia tutt’altro che risolto chiedendo un maggiore impegno da parte delle amministrazioni regionali e nazionali coinvolte, a partire dalla Regione e dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Ad oggi tali sostanze continuano ad essere sversate nell’ambiente: il collettore Arica, nel fiume Fratta, che riceve gli scarichi di diversi depuratori consortili con i reflui industriali, secondo le stime dei tecnici riversa infatti nel fiume, circa 200 kg/anno di queste sostanze».

Il presidente di Legambiente Veneto, Luigi Lazzaro, è convinto che «A partire da questi presupposti chiediamo a tutti gli organi regionali e statali di applicare da subito la nuova legge sugli Ecoreati nei confronti dei responsabili di questa contaminazione e di avviare un’azione più efficace sul fronte della tutela ambientale e sanitaria, che vada oltre l’applicazione di filtri a carboni attivi da parte dei gestori degli acquedotti pubblici».

Il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti, conclude: «Occorre intervenire su tutti gli aspetti connessi con questa contaminazione  dall’acqua potabile, con nuovi allacci per gli acquedotti, al suo utilizzo a fini irrigui; dai controlli sui prodotti di allevamento e agricoli fino alla totale rimozione dei PFAS dagli scarichi industriali e alla bonifica dei siti contaminati. Queste sostanze devono essere messe al bando e sostituite con altri prodotti che non presentino rischi e conseguenze per l’ambiente e la salute, come ribadito anche da diversi scienziati nell’appello firmato a Madrid nel 2015 (The Madrid Statement PFASs)».