A un mese dalla tragedia di Refrontolo, la testimonianza di un geologo

«La cultura della prevenzione coinvolge tutti dalle istituzioni, alle collettività, ai singoli cittadini»

[5 settembre 2014]

Mi decido ad intervenire sul disastro accaduto al Molinetto della Croda di Refrontolo dopo che si è un po’ diradata la polverosa nube mediatica che ha rischiato di offuscare la vista e le menti di coloro che vogliono sinceramente capire quello che è successo e quello che è necessario fare.

Lo faccio ora per rispetto nei confronti delle vittime e dei loro familiari ma anche perché è quanto mai urgente che il nostro Paese inizi ad affrontare con calma e cognizione di causa il grave problema della messa in sicurezza del territorio.

Ed intervengo con cognizione di causa in quanto ho redatto la componente geologica del Piano di Protezione Civile del Comune di Refrontolo  aggiornato nel 2010 (delibera comunale di approvazione n.16 del 21/06/2010 con le modifiche apportate sulla base delle richieste del Comitato Provinciale di Protezione Civile) nel quale è chiaramente indicato che tutta l’area della Croda del Molinetto e della zona dove è avvenuta il disastro è classificata ad elevato rischio idrogeologico!

Partiamo da un dato chiaro anche se dirompente l’impostazione mediatica che ha via via assunto l’accaduto:  deve essere compreso a tutti che l’evento meteorologico che ha causato il disastro è un evento naturale del tutto prevedibile. Il Centro Meteorologico ARPAV della Regione del Veneto ha comunicato che fra le ore 20 e le ore 22 del giorno 2 agosto 2014  nella zona dell’alto trevigiano si sono avute precipitazioni intense pari a  circa 55 mm. Confrontando tali valori  con i dati tecnici disponibili ci si rende facilmente conto che siamo innanzi ad un semplice fenomeno naturale non particolarmente intenso e  non imprevedibile. E si badi bene che queste informazioni non sono di recente acquisizione. Uno studio scientifico del C.N.R. del 1986 (quasi trenta anni fa) indica per la zona di Refrontolo la possibilità che si verifichino precipitazioni intense della durata di 1  ora con un tempo di ritorno di 50 anni pari a 60 mm, cioè una intensità attesa quasi doppia di quella registrata la notte del 2 agosto scorso  (Progetto strategico del C.N.R. “Difesa dal Rischio idrogeologico” –  Sottoprogetto “Rischio da inondazione”  – Distribuzione spazio temporale delle piogge intense del Triveneto, Quaderni di Ricerca n.7, 1986).

A questo punto sono molte le domande che emergono e che emotivamente ci coinvolgono. Ma allora cosa è successo veramente la notte del 2 agosto?  Perché una pioggia un po’ più intesa del solito causa morti e feriti e danni materiali per diversi milioni di euro? Si poteva veramente prevedere quello che successo? …

Non desidero assolutamente entrare nel merito delle eventuali responsabilità per le quali fra l’altro vi è una inchiesta in corso da parte dell’Autorità Giudiziaria competente, ma è opportuno affrontare criticamente la tragedia di Refrontolo per portare all’attenzione generale quello che sta succedendo nel nostro Paese per quanto riguarda la messa in sicurezza del territorio.

Una prima importante riflessione da fare riguarda la mancata considerazione del Piano di Protezione Civile comunale. Da quello che si è letto e visto sembra proprio che nessuno abbia minimamente preso in considerazione tale strumento pianificatorio; né prima dell’evento per verificare se in quel posto vi fossero rischi naturali, né dopo l’evento quando a nessuno è nemmeno venuto in mente di andare a verificare se esiste il Piano di Protezione Civile che una legge dello Stato (L. 225/1992) rende obbligatorio per tutti i Comuni.

Il Piano di Protezione Civile Comunale è uno strumento essenziale per far conoscere alle Amministrazioni, alla Popolazione, agli Enti territoriali ed alle realtà economiche la presenza dei rischi naturali nel proprio territorio e per sapere come bisogna comportarsi in caso di emergenza.

Quello che è successo a Refrontolo purtroppo è  la semplice dimostrazione della scarsa attenzione che si presta nel nostro Paese alla pianificazione di protezione civile e più in generale a tutta la prevenzione. Purtroppo in moltissimi comuni mancano ancora i Piani di protezione Civile ma è altrettanto vero che anche dove esistono non vengono costantemente aggiornati oppure non vengono presi in considerazione dalle amministrazioni e nemmeno divulgati e fatti conoscere.

Un altro aspetto importante riguarda l’apparente incoerenza pianificatoria per la zona del disastro. Infatti, mentre il Piano di Protezione Civile indica la presenza di rischio idrogeologico elevato il Piano Urbanistico comunale (PAT) classifica il sito come “zona edificabile a condizione” senza precisare se nella condizione imposta esistono limitazioni direttamente riconducibili al rischio idrogeologico. Non voglio entrare nel merito della validità della pianificazione urbanistica che è del tutto conforme alla normativa regionale ma è necessario portare l’attenzione generale su alcuni aspetti molto importanti.
1) In Italia esistono moltissimi strumenti pianificatori che sono organizzati su più livelli (regione, province, comuni, distretti idrografici) e per diverse competenze (urbanistica, difesa del suolo, protezione civile ecc); mentre per alcuni settori esiste di fatto la verifica della coerenza (ad esempio l’urbanistica ha una chiara organizzazione verticale con verifiche quasi automatiche fra i vari livelli) per altri settori ed in particolare per quello della messa in sicurezza del territorio le relazioni pianificatorie risultano talora assenti e molto spesso  frammentate e confuse con il risultato che i vari strumenti possono risultare localmente incoerenti o addirittura fortemente contrastanti.
2) Un altro aspetto molto importante che la collettività deve comprendere appieno riguarda il fatto  che ancora oggi esistono pesanti lacune conoscitive sul rischio idrogeologico.  In molti Comuni non esistono conoscenze adeguate ed aggiornate dei fenomeni naturali generatori di rischio quali frane, alluvioni, valanghe e si confondono le carte dei fenomeni con la conoscenza del pericolo. Ad esempio, l’esistenza di una carta delle frane ci mostra dove ci può essere un dissesto ma quasi sempre nulla dice sulla intensità del fenomeno che bisogna attendersi e sulle sue probabili frequenze di accadimento. Queste sono informazioni essenziali per la prevenzione che dovrebbero essere contenute in adeguate carte del pericolo da inserire obbligatoriamente alla base di una qualsiasi pianificazione territoriale ed urbanistica. Tranne rari casi riconducibili alle attività di virtuose Amministrazioni le Carte del Pericolo sono completamente assenti nella Pianificazione di tutti i livelli; ma che prevenzione sarà mai possibile attuare se non siamo in grado di sapere come la natura può manifestarsi?

Il disastro di Refrontolo dimostra ancora una volta  che siamo di fronte ad una grave difficoltà del nostro sistema istituzionale/politico/amministrativo a garantire una adeguata e più completa sicurezza del territorio. Tentare di trovare le cause in un fenomeno naturale solo un po’ più intenso del solito dimostra l’ingiustificata ignoranza degli addetti ai lavori e la preoccupante incapacità di coloro che hanno la responsabilità di fare tutto il possibile per perseguire una efficace politica di riduzione del rischio idrogeologico.  Basti solo pensare che da approfonditi studi e ricerche che ho condotto su archivi storici, riguardanti le calamità geologiche avvenute in passato nel Triveneto, emerge che i disastri che avvengono nei nostri territori per almeno il 95 % dei casi non sono altro che nuove manifestazioni di fenomeni già avvenuti nel passato.

Non è, invece, altrettanto facile individuare le colpe e le mancanze che sottendono ad un tale fallimento senza cadere nel qualunquismo e nella superficialità. Infatti, se da un lato la natura può influire sulla distribuzione e sull’aumento della pericolosità di fenomeni estremi, dall’altro va evidenziato quanto le continue trasformazioni, dettate da necessità produttive e industriali, insediamenti e interessi urbanistici, hanno contribuito all’incremento della vulnerabilità del territorio. Il tema della sicurezza geologica e idraulica è stato in passato ampiamente sottovalutato e la pianificazione territoriale e urbana che ne è derivata ha prodotto un sensibile aumento dell’esposizione al rischio delle zone di maggior interesse urbanistico.

Ma quello che più mi ha colpito della tragedia di Refrontolo è stato vedere l’atteggiamento delle persone coinvolte durante l’evento. Persone che invece di scappare si spostano sui tavoli e sulle panchine e continuano a scherzare e parlare come nulla fosse. Purtroppo troppo spesso si assiste a simili comportamenti sbagliati della popolazione durante le emergenze geologiche quali terremoti, frane ed alluvioni. Sono atteggiamenti che dimostrano da una parte una errata percezione del pericolo e dall’altra la mancata conoscenza dei corretti comportamenti da tenere, a volte anche banali, ma che possono fare la differenza fra la vita e la morte.

Le considerazioni sopra esposte sono quelle che possiamo rifare costantemente analizzando i molti disastri ai quali siamo oramai abituati ad assistere ed a fronte delle quali le domande che mi sento porre sono sempre le stesse:  ma allora che possiamo fare? come possiamo uscire da una tale disastrosa situazione?

Esiste una unica soluzione possibile. Avviarci velocemente verso una adeguata e diffusa cultura della prevenzione del rischio idrogeologico che purtroppo stenta ancora a venire e che troppo spesso viene confusa con l’adozione di singole e sporadiche azioni riparatrici di disastri oramai accaduti.

Deve essere al più presto perfezionato un unico grande disegno politico-istituzionale che metta innanzitutto al centro della prevenzione la previsione. Infatti non vi può essere vera prevenzione se prima non si fa uno sforzo per comprendere i fenomeni naturali, capire dove possono avvenire, con quali modalità possono manifestarsi e come possono modificarsi alla luce delle variazioni climatiche in atto, nel convincimento che la previsione sarà tanto più efficace quanto migliore sarà la previsione.

Solo allora sarà possibile attuare dei validi programmi di intervento che risultino attendibili sul lungo periodo in modo da permettere una progressiva attuazione degli interventi ed il necessario reperimento delle risorse economiche. Però bisogna comprendere che non tutti gli interventi di ripristino sono giustificati. Se ad esempio si è costruito un edificio in una golena di un fiume non è possibile pensare di restringere lo spazio vitale del fiume per mantenere l’edificio al suo posto; bisogna togliere l’edificio; punto!

D’altra parte è anche necessario che le opere che si ritengono fondamentali per la messa in sicurezza del territorio possano essere rapidamente realizzate. Non è possibile che da quando si decide di attuare l’intervento al momento del suo collaudo possano trascorrere anche decine di anni. E’ quanto mai urgente compiere un efficace disboscamento istituzionale di enti secondari che spesso rallentano ed a volte stupidamente ostacolano la realizzazione  di opere ritenute strategiche.

Ma anche il cittadino una volta informato dei rischi presenti sul suo territorio deve assumere adeguati comportamenti responsabili. Anzitutto non può pretendere che si intervenga ovunque e comunque in quanto per prima cosa bisogna rispettare gli spazi pericolosi della natura e poi perché il rischio zero non esiste. Inoltre deve avere padronanza dei comportamenti basilari della autoprotezione partendo dalla conoscenza dei fenomeni naturali al fine di capire come comportarsi nel modo più corretto e come sia possibile difendersi da eventuali pericoli.

Come si vede la cultura della prevenzione coinvolge tutti dalle istituzioni, alle collettività, ai singoli cittadini. Penso sinceramente che sia arrivato il momento che ognuno faccia la propria parte!

Geol. Roberto Cavazzana