Albinia, un anno dopo

[12 novembre 2013]

E’ passato un anno da quando parte della Maremma (ed Albinia in particolare) è stata invasa dalle acque esondate dal fiume Albegna e da altri corsi d’acqua minori, provocando morti e disastri su un territorio che più volte aveva affrontato negli anni precedenti il problema della siccità, ma che dal 1966 non era più stato allagato in modo così diffuso. Dal 2012 visto il ripetersi di vari eventi, per fortuna meno gravi, la Maremma si è riscoperta fragile anche sotto questo aspetto.

Dal punto di vista pluviometrico si è trattato di un evento record. Alcune stazioni pluviometriche, vedi Orbetello-San Donato e Magliano in Toscana-Poggio Perotto, in sole 24 ore, tra la sera dell’11 novembre e quella del 12, hanno fatto registrare accumuli precipitativi superiori alla metà della pioggia totale che mediamente cade in un anno in queste zone. Ad Orbetello-San Donato, come riporta il Servizio idrogeologico regionale, sono stati registrati 373,0 mm/24 h ed il precedente record era di 185,0 mm/24 h rilevati il 3 novembre del 1966.

Di fronte a tanta acqua caduta dal cielo il disastro poteva anche essere peggiore, perché l’Ombrone tutto sommato ha tenuto (ha allagato le aree golenali costituite sostanzialmente da campi) aiutato dal mare che ha ricevuto bene le sue acque e quindi è stata evitata l’alluvione di Grosseto. Ma Albinia, la “vasca artificiale” come l’hanno definita i geologi, costruita in una laguna costiera e circondata da argini del fiume e rilevati di Aurelia e ferrovia, questa volta purtroppo è stata alluvionata e tutti hanno potuto constatare la sua fragilità dovuta al luogo dove è stata costruita.

Ancora la cittadina si sta “leccando le ferite” anche perché non sono arrivati i soldi promessi e questa è una vergogna, con il Governo centrale che in questa occasione (più che in altre) è stato il vero latitante fin dalle prime ore dopo il disastroso evento. Emblematica la situazione della sua scuola ancora inagibile che agli occhi di molti è simbolo della mancanza di futuro. Molte piccole aziende agricole del territorio sono ancora in grave difficoltà e alcune hanno dovute abdicare, mentre grandi aziende come la Copaim per fortuna sono riuscite a ripartire.

Cosa fare ora? Come più volte abbiamo sottolineato è impossibile mettere un intero territorio al sicuro da eventi eccezionali e da fenomeni resi più violenti dai cambiamenti climatici. Ma si può ridurre il rischio ad una misura accettabile imparando a convivere con esso, se si lavora investendo in prevenzione. Questo significa operare a scala di bacino e gestire il territorio in modo sostenibile, evitando di edificare in aree a maggiore rischio idraulico; significa rallentare i deflussi, attraverso un’“opera” diffusa di corretta gestione del reticolo minore, delle fosse campestri e ripristinando le “vecchie” sistemazioni idraulico-agrarie; significa realizzare aree di laminazione delle piene ma anche procedere alla delocalizzazione di strutture costruite in aree a rischio quando non vi sono altri modi sostenibili per poter metterle al sicuro.

Inoltre per attuare un sistema serio di prevenzione in tutta la filiera (dalla pianificazione urbanistica fino ai piani di emergenza di protezione civile che molti comuni non sanno ancora cosa sono), è necessario un migliore coordinamento della normativa esistente e una identificazione chiara delle competenze e del sistema delle responsabilità, a partire dalla nomina delle Autorità di distretto. Inoltre vista la scadenza al 2015 dei Piani di gestione alluvioni, è necessario far rientrare le misure e gli interventi da realizzare, in una logica multidisciplinare e nel rispetto delle sinergie previste dalla Direttiva Quadro Acque e dalla Direttiva Alluvioni.

Infine la questione delle risorse economiche. Sono sempre troppo poche quelle destinate alla prevenzione, ma in alcuni casi quelle poche non sono nemmeno state impiegate a causa di ritardi burocratici e/o tecnici. Per garantire risorse economiche adeguate e continue, è necessario trovare appositi meccanismi finanziari, sapendo che investire 1 euro in prevenzione significa risparmiarne 10 per riparare i danni post-evento. Infine aumentare la sicurezza del territorio con l’azione diffusa suddetta, significa anche creare posti di lavoro e migliorare l’economia dei territori. Non so se mai riusciremo a veder nascere un governo che mette questi temi tra le priorità nei fatti e non solo a parole.