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Alluvioni, Emilia Romagna in emergenza permanente per cambiamenti climatici e cemento

Legambiente al prossimo presidente regionale: basta autostrade e più prevenzione

[15 ottobre 2014]

Il caso di Parma, ennesimo territorio messo in ginocchio dalle alluvioni, conferma drammaticamente che il mix tra cambiamenti climatici, cementificazione e abbandono della montagna ha costretto il territorio ad una condizione di emergenza permanente. Ma inseguire le emergenze e pagare i danni è un esercizio (dovuto) privo di prospettive, sia sotto il profilo economico che politico.

In questo contesto, la vera priorità ambientale, sociale ed economica dell’Emilia Romagna e del Paese è una sola: la messa in sicurezza del territorio.

Un approccio che di certo non è supportato dalle scelte politiche del governo, con lo Sbloccaitalia orientato alla realizzazione di grandi opere spesso manifestamente inutili e sbagliate, come quelle previste nella nostra regione, né dagli obblighi imposti alle amministrazioni locali, costrette a impegnare risorse umane e economiche per avviare progetti inutili come la nuova autostrada Cispadana, anziché per progettare una manutenzione del territorio.

Suona come una beffa che proprio nel parmense, mentre l’Appennino frana e il capoluogo va sott’acqua, con le casse di espansione sul torrente Baganza ferme da tempo, negli stessi giorni si stiano posando i picchetti della futura autostrada TI-BRE, 9 km di un’opera inutile che si fermerà nel bel mezzo della pianura, senza collegare nulla. Con un risultato certo, però: devastazione del territorio, al costo di oltre 500 milioni di euro, in cambio del rinnovo della concessione ad Autocisa ed appalti ai grandi gruppi di costruzione.

Occorre quindi cambiare davvero direzione, mettendo al centro delle priorità politiche e di spesa la cura del territorio e le opere di prevenzione e mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici.

La prova di tali effetti è sotto i nostri occhi: oggi il parmense, a settembre l’esondazione del Lamone e del Santerno tra Faenza e Bologna, non più tardi di 6 mesi fa la rottura del Quaderna a Medicina e l’alluvione del modenese, e nel 2011 i comuni di Sala Baganza e Collecchio con una vittima… Questo solo sul fronte dei corsi idrici.  Ma sono oltre 70.000 le frane censite nelle nostre montagne, destinate progressivamente all’incuria e all’abbandono, e sono sempre più frequenti episodi di siccità come quella che di recente ha messo in crisi il territorio romagnolo. Senza dimenticare le trombe d’aria del modenese, e le mareggiate sempre più violente sulla costa cementificata che, con l’abbassamento del terreno dovuto al fenomeno della subsidenza, determinano un rischio sempre più alto di inondazioni.

A questi eventi climatici estremi si risponde però con opere di cementificazione senza freno che impermeabilizzano il terreno, interventi sbagliati che costringono i corsi d’acqua ad alvei sempre più stretti e artificializzati, canali intubati, edifici ed attività a ridosso degli argini.

In questo contesto il prossimo governo regionale dovrà scegliere se continuare ad alimentare un circolo vizioso e nefasto di scelte sbagliate, o se invece cambiare rotta: superare visioni politiche che non hanno fondamento strategico e sono spesso la risposta a vecchi schemi clientelari, mettere da parte la visione ormai superata delle grandi opere autostradali e impegnarsi seriamente sulla prevenzione.

«C’è un solo grande cantiere da aprire nella nostra regione  – dichiara Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia Romagna – quello che consentirà di svincolare le risorse davvero utili dalle pastoie burocratiche, avviare rapporti di partenariato tra pubblico e privato, affrontare il tema dei fiumi garantendo maggiori spazi naturali di esondazione, favorire modalità di uso dei fondi europei efficaci che tengano vivo un presidio della montagna. Insomma, un cantiere delle buone pratiche e non del cemento, che ci aspettiamo venga messo in piedi dal prossimo governo regionale. Se così non fosse, il prezzo sociale ed economico da pagare sarà salatissimo».