Alluvioni, esondazioni e frane: l’Italia del nord al tempo dei cambiamenti climatici

L’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr documenta 77 vittime in 12 anni. E oggi i fiumi tornano a esondare, mentre i laghi sono in secca

[12 dicembre 2017]

I cambiamenti climatici avanzano rapidi in Italia, come dimostra un aumento della temperatura atmosferica già più consistente della media globale, ma sarebbe riduttivo misurarli solo in gradi centigradi. In contemporanea alla temperatura salgono – tra gli altri – il rischio siccità, incendi, frane, alluvioni ed esondazioni. Insieme. Rischi capaci di mettere in ginocchio l’intero Paese, come è toccato oggi tornare a dimostrare alle Regioni del centro nord.

A seguito di piogge abbondanti quanto concentrate il fiume Enza ha rotto gli argini nel reggiano, obbligando oggi all’evacuazione di oltre mille persone, alcune anche in elicottero; nello spezzino invece, i fiumi Entella, Vara e Magra rientrano tra i sorvegliati speciali mentre il Serchio è già esondato ieri nella lucchesia, obbligando alla chiusura della statale 12 del Brennero. È la drammatica cronaca di un inverno italiano, che si ripete ormai ogni anno. Ma della quale è ancora più importante avere una visione d’insieme.

Per quanto riguarda il nord Italia arriverà domani, a Torino, con la presentazione del volume Eventi di piena e frana in Italia settentrionale nel periodo 2005-2016, a cura dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Irpi-Cnr). I dati parlano chiaro: delle regioni prese in esame – Valle d’Aosta, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna – la più colpita è il Piemonte con 513 casi, il 24% del totale, seguita dalla Liguria (413 casi, il 19%). Lo stesso Piemonte dove non è mai caduta una goccia di pioggia da metà settembre al 3 novembre, dove sono ben 36mila le frane attive censite e dove, infine, in un solo mese (ottobre 2017) sono andati a fuoco 2.000 ettari di bosco con conseguenze dirette in termini di rischio idrogeologico.  «Il terreno, una volta spenti gli ultimi focolai – spiega al proposito Simona Fratianni, docente di Geomorfologia climatica all’Università di Torino e consigliere nazionale dei Geomorfologi italiani –risulta impoverito dalla copertura vegetale che svolgeva una funzione protettiva nei confronti dell’erosione causata dalla pioggia battente che presto si instaurerà sul suolo nudo».

Ma il problema non è certo solo piemontese. «Se si rapportano le informazioni censite alla superficie di ogni regione, la Liguria risulta quella più frequentemente citata con un dato puntuale ogni 13 kmq, seguita dal Friuli-Venezia Giulia con uno ogni 42 kmq – aggiungono gli autori del rapporto Irpi-Cnr – L’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr dal 1970 ricerca, raccoglie e classifica dati di attualità e storici, pubblicati e inediti, a partire dall’inizio del 1800, relativi a frane, alluvioni, piogge, portate dei corsi d’acqua e comuni coinvolti. Questo libro si colloca in continuità con la tradizione istituzionale», offrendo anche un importante spaccato sulle vittime dirette di frane e piene nell’Italia del centro nord: «Nell’arco dei 12 anni le vittime sono state 77, di cui 54 per inondazioni di fiumi e torrenti e 23 per frane (di cui una per valanga), registrate soprattutto in Liguria (25 persone) e Trentino-Alto Adige (14 vittime). Il 2011 è risultato di gran lunga l’anno più luttuoso, con 22 morti in totale: in pochi giorni, il 25 ottobre persero la vita 11 persone in Liguria e due in Toscana, il 4 novembre si ebbero sei vittime a Genova».

E mentre le piogge continuano a ingrossare le fila delle vittime, per i paradossi dei cambiamenti climatici lasciano al contempo un territorio sempre più siccitoso. Come ha spiegato lo stesso Cnr, il 2017 è l’anno nel quale le precipitazioni italiane sono state più scarse (almeno) dal 1800; non a caso anche i grandi laghi del nord – come denunciano dall’Anbi, l’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue – sono in grande sofferenza.

I livelli del lago Maggiore hanno raggiunto il minimo storico ed il bacino racchiude solo il 6,5% della capacità di invaso, ma tutti i grandi serbatoi del Nord sono abbondantemente sotto media e verso record negativi: il riempimento del lago di Como è al 6,5%, quello del lago d’Iseo è al 10,7%, il lago di Garda è riempito per il 26,4% . «Questi dati – Francesco Vincenzi, presidente Anbi – dimostrano come l’insufficienza idrica del nostro Paese stia assumendo, a causa dei cambiamenti climatici, caratteristiche strutturali, cui si deve rispondere aumentando la capacità di resilienza del territorio. Non sono bastati, infatti, alcuni giorni di maltempo per recuperare le risorse idriche mancanti a causa delle insufficienti precipitazioni registrate nei mesi scorsi. È indispensabile – aggiunge Massimo Gargano, direttore generale di Anbi – avviare sollecitamente il Piano nazionale invasi, cui la Legge di Stabilità destina 50 milioni di euro all’anno per un quinquennio, al fine di aumentare la quantità di acqua meteorica, trattenuta prima di terminare in mare; attualmente conserviamo solo l’11% dei circa 300 miliardi di metri cubi di pioggia, che annualmente cadono sull’Italia». Mentre il resto provoca ormai sempre più sfracelli.

L. A.