Arpat trova una specie aliena durante il monitoraggio dei fiumi

[21 maggio 2015]

Branchiura sowerbyi

Tra le attività dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana  c’è anche il controllo biologico dello stato di qualità dei corpi idrici  che s avvale anche di bioindicatori,  come invertebrati, alghe microscopiche, muschi, piante acquatiche… sensibili alle alterazioni naturali o antropiche dell’ambiente e che così forniscono informazioni sul livello di alterazione e sulla qualità chimico- fisica ed ecologica degli habitat.

Durante un campionamento effettuato nel canale “Fosso Reale” che scorre fra Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio (Firenze), della campagna di monitoraggio nell’anno 2013, due  ricercatori dell’Arpat, applicando il metodo multihabitat proporzionale che si basa sullo studio delle comunità di macroinvertebrati (gruppo di organismi, di piccole dimensioni, in prevalenza riscontrabile allo stato larvale) «hanno riscontrato, tra i vari organismi del macrobenthos catturati, un particolareOligochete Tubificidae, riconosciuto successivamente dal Laboratorio Biologia della medesima Area Vasta: Branchiura sowerbyi». Nelle successive campagne di monitoraggio non sono stati riscontrati altri Arpat in una nota spiega che «Questo organismo è caratterizzato dall’avere dimensioni relativamente grandi, la caratteristica peculiare che permette la sua facile identificazione, unica del suo genere, è la presenza di filamenti branchiali presenti negli ultimi segmenti del corpo. I filamenti hanno una lunghezza di circa 2 mm e tendono a diminuire verso la parte caudale. È una specie euriterma cioè capace di vivere entro intervalli molto ampi di temperatura, resiste bene alla variazione della concentrazione di ossigeno disciolto, mostra notevoli capacità di adattamento a condizioni ambientali variabili, è una specie piuttosto versatile, più o meno ubiquitaria e può essere invasiva. E’ resistente all’inquinamento, ha un tasso di mortalità piuttosto basso, anche se, essendo piuttosto visibile a causa delle dimensioni corporee e per le modalità di comportamento è sottoposta a predazione. E’ presente in laghi e fiumi italiani anche se non con frequenza elevata».

I ricercatori sottolineano che «Come la maggior parte degli oligocheti che vive nelle acque dolci, si trova nel fondo sabbioso – limoso, ricco di detrito organico, in ambienti lentici (acque non correnti), è un organismo fossorio che forma dei tubi mucosi dove vi si posiziona a testa in giù con l’estremità posteriore libera, con la quale pratica continui movimenti oscillatori per facilitare la traspirazione e la eliminazione delle scorie metaboliche verso l’esterno. Inoltre, ogni filamento branchiale è in grado di muoversi in maniera indipendente, in estensione o ritrazione. Questa specie proviene da ambienti acquatici tropicali a flusso molto lento, alta temperatura dell’acqua, elevate concentrazioni di sostanza organica. Nelle regioni più fredde, dove questo Oligochete si è adattato, si può trovare in acque riscaldate artificialmente ad esempio da scarichi industriali caldi o in zone termali».

Si tratta di uno dei moltissimi “alieni” che hanno invaso i nostri ambienti. Come evidenzia Arpat in una nota, «Branchiura sowerbyi è originario dell’Asia Tropicale sub – tropicale ed è stata introdotta in quasi tutti i continenti per opera dell’uomo attraverso gli scambi commerciali di piante acquatiche provenienti dall’Asia e pesce di allevamento. Questo organismo è usato come bioaccumulatore ad esempio per la ricerca dei floruri e conseguenti effetti tossici, con misure sul tasso di mortalità e sugli effetti negativi nella riproduzione. L’attenzione verso Branchiura sowerbyi è legata al fatto che si tratta di una specie aliena o allocotona cioè che si trova in un ambiente diverso dal suo di origine ma essendo piuttosto adattabile anche in altri habitat può essere causa di problemi per le specie autoctone (tipiche di un determinato ambiente) in termine di competizione e/o sostituzione di queste ultime, risultando invasiva. La presenza nell’ambiente di questa specie non indigena, è un dato interessante, che sarebbe necessario segnalare, perché, nel caso di una sua crescita numerica, potrebbe causare alterazioni nell’ambito delle comunità viventi tipiche dei siti monitorati, portando conseguenze a livello della catena alimentare, sull’ ecosistema acquatico e sulla biodiversità».