Riceviamo e pubblichiamo

Carrione, fermare la fabbrica del rischio alluvionale e salvare i ponti storici

[16 marzo 2016]

carrione

Nell’incontro pubblico di presentazione del progetto di sistemazione del Carrione la relazione del prof. Seminara ha richiamato l’attenzione su alcuni aspetti della massima importanza: senza un intervento radicale sulle cave e al monte la messa in sicurezza del Carrione rischia di essere vanificata; le attuali modalità d’escavazione sono insostenibili; i ravaneti vecchi (senza terre) assorbono acqua riducendo il rischio alluvionale; le ingenti quantità di marmettola e terre scaricate nei ravaneti, invece, oltre ad inquinare le sorgenti, aggravano il rischio (riducendo la funzione di “spugna” dei ravaneti e favorendo colate detritiche che colmano gli alvei); occorre ripristinare il reticolo idrico montano eliminando le strade montane di fondovalle costruite sull’alveo (poiché diventano fiumi ad alta velocità che provocano piene improvvise a Carrara).

Si tratta di un’autorevole conferma di quanto sosteniamo da anni imputando al Comune di funzionare tuttora come una vera e propria “fabbrica del rischio alluvionale”: in poche parole, mentre la Regione appresta i lavori di messa in sicurezza, il Comune rema contro aumentando il rischio. Questi concetti sono spiegati e riccamente illustrati, ad esempio, nei nostri recenti documenti: Carrione: le proposte di Legambiente per il piano di gestione del rischio alluvioni (lug. 2015), Come opera la fabbrica del rischio alluvionale (la bonifica dei ravaneti) (ott. 2015), Come fermare la fabbrica del rischio alluvionale (nov. 2015).

Per quanto riguarda le strade montane costruite occupando l’alveo dei torrenti, infatti, il Comune sta proseguendo imperterrito negli errori del passato. Ad esempio, visto che con le piogge la via Canaloni (Colonnata) diventa un torrente e viene invasa da detriti che ostacolano la circolazione, si è proceduto a più riprese a interventi di sistemazione stradale, senza rendersi conto che ogni suo miglioramento –essendo basato sulla canalizzazione e sul rapido scorrimento delle acque (per liberare la sede stradale)– induce un aggravamento del rischio alluvionale a valle.

Un altro recente contributo all’incremento del rischio alluvionale viene dai lavori di bonifica di alcuni ravaneti nei bacini di Miseglia e di Torano (finalizzati alla protezione delle sorgenti) poiché, anche in questo caso, si è proceduto ad interventi di canalizzazione.

Un altro esempio, per il momento allo stadio di ipotesi (che ci auguriamo non sarà mai attuata), è l’idea di asfaltare la strada da Mortarola al Tarnone per favorire l’auspicato afflusso di bus turistici all’area mercatale del Tarnone e realizzare, con via Colonnata, un doppio percorso a senso unico. Il consolidamento della strada richiederebbe l’arginatura e la cementificazione del Carrione, accentuando i picchi di piena in città

Ma le fertili menti comunali sono instancabili: in un recente documento dell’ufficio marmo, si giustifica la mancata previsione a breve termine del ripristino del vecchio canale alla base della fossa di Canalbianco presso Ravaccione (sepolto dalla strada) adducendo la motivazione che tale intervento potrà essere realizzato solo dopo la formazione di nuove opere di canalizzazione lungo la strada comunale di fondo valle. Ciò rivela che l’ispirazione di fondo della nostra fabbrica del rischio alluvionale è la canalizzazione delle acque montane, un’idea che, se fosse consapevole delle conseguenze (aggravare le alluvioni proprio in pieno centro città, con danni ben maggiori), sarebbe veramente criminale.

Se vogliamo raccogliere la raccomandazione del prof. Seminara dobbiamo invece invertire completamente la rotta: dobbiamo cioè smantellare le strade di fondovalle per ricostruirle a quota più elevata (a mezza costa) e restituire l’intero spazio ai torrenti oggi sepolti. I torrenti così ricostruiti, per la loro larghezza, sinuosità e scabrezza, rallenteranno sensibilmente il deflusso delle piene riducendo il rischio alluvionale. Un esempio-tipo di tali interventi –che dovremmo pianificare in tutti i bacini montani– è mostrato nella simulazione grafica della Fig. 4.

Il prof. Seminara ha confermato quanto sosteniamo, inascoltati, da anni: i vecchi ravaneti, accumulatisi ai tempi delle “varate” con esplosivo e del filo elicoidale, sono costituiti quasi esclusivamente da scaglie; pertanto funzionano come spugne che assorbono grandi quantità di acque meteoriche e le rilasciano poi lentamente, fornendo così un importante contributo alla riduzione dei picchi di piena.

I nuovi ravaneti, invece, contengono grandi quantità di marmettola e terre che, inzuppandosi, tendono a liquefarsi favorendo l’innesco di debris flow (colate detritiche) che vanno a colmare gli alvei sottostanti riducendone la capacità idraulica e favorendone l’esondazione.

Esaminando i dati della pesa comunale si deduce che ogni anno vengono abbandonate al monte (violando la legge e le stesse prescrizioni dell’autorizzazione all’escavazione) oltre mezzo milione di tonnellate di terre, una quantità che Seminara non ha esitato a definire insostenibile. Questa pratica, abusiva ma tollerata, ha cambiato perfino il paesaggio: i ravaneti, infatti, un tempo bianchi, stanno assumendo il colore della miscela di terre e marmettola.

Sorvolando in questa sede sul danno economico (per il mancato versamento del contributo regionale) e sull’inquinamento delle sorgenti, limitiamoci a considerare solo il rischio alluvionale che le cave, col tacito consenso del Comune, scaricano sulla città abbandonando le terre al monte.

Considerato che i ravaneti di sole scaglie riducono il rischio alluvionale e quelli contenenti terre lo aumentano, la soluzione è elementare: Carrara ha bisogno di un grandioso intervento che preveda lo smantellamento di tutti i ravaneti recenti, da sottoporre a vagliatura e all’allontanamento delle terre e da ricostruire con le sole scaglie pulite. Ovviamente, per non vanificare l’intervento, occorrerà porre alle cave prescrizioni ferree sul mantenimento di una pulizia assoluta nelle cave, pena l’immediato e definitivo ritiro dell’autorizzazione. In tal modo i ravaneti ripuliti si comporterebbero da spugne, svolgendo un ruolo in qualche modo analogo a quello dei previsti bacini montani di laminazione delle piene.

Merita evidenziare che l’importante riduzione del rischio alluvionale conseguibile con questi due grandiosi interventi (ripulitura dei ravaneti e ripristino degli alvei oggi soffocati da strade) consentirebbe con ogni probabilità di salvare anche i ponti storici in centro città dei quali è previsto l’abbattimento o la sopraelevazione. Una ragione in più per raccogliere le raccomandazioni e tradurle subito in atti concreti.

di Legambiente Carrara