Carrione, le proposte di Legambiente per il Piano di gestione del rischio alluvioni

[8 luglio 2015]

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L’autorità di bacino Toscana Nord ha predisposto il progetto di Piano di gestione del rischio alluvioni che, per il Carrione, prevede sostanzialmente risagomature dell’alveo, asportazioni di sedimenti e messa in sicurezza di argini. Come previsto dalla Direttiva Alluvioni, per la costruzione del piano assume un’importanza strategica il coinvolgimento della comunità che, con l’esplicita assicurazione “la tua opinione conta”, è stata chiamata a contribuire con le proprie idee alle scelte.

Raccogliendo l’invito, Legambiente ha inviato all’Autorità di bacino Toscana Nord una ponderosa relazione proponendo 5 misure specifiche che, discostandosi dagli interventi tradizionali, configurano un approccio radicalmente innovativo al rischio alluvionale. Per la serietà delle argomentazioni Legambiente confida nel loro accoglimento: per Carrara sarebbe una vera rivoluzione.

Il documento originale, più approfondito (22 pagine) e arricchito da un corredo di illustrazioni molto nutrito e curato, è accessibile da questo link.

  1. Ripristinare l’alveo occupato da strade montane e collinari (ricostruendole a mezza costa)

Il punto di partenza dell’analisi è che, data la conformazione ad anfiteatro dell’alto bacino del Carrione, le piene dei vari torrenti tendono a convergere simultaneamente nel centro abitato di Carrara, generando improvvisi e rilevanti incrementi della portata.

Una misura strategica per ridurre le piene dei singoli affluenti e, ancor di più, la loro sommatoria a Carrara, è dunque riuscire a rallentare la velocità della corrente, in modo da distribuire su tempi più lunghi le quantità d’acqua cadute e ottenere così picchi di piena più contenuti.

Nel bacino montano del Carrione si è fatto l’esatto contrario: le strade sono state costruite occupando parzialmente o interamente gli alvei dei corsi d’acqua. Così le acque di piena sono costrette a scorrere su superfici lisce (in canali in cemento a lato della strada o addirittura direttamente sull’asfalto stradale); ciò, unito alle elevate pendenze, accelera la corrente accentuando in maniera esasperata i picchi di piena.

Si tratta di un caso “da manuale” di modalità gestionali da evitare: si accelerano i deflussi laddove l’esondazione arrecherebbe ben pochi danni (vista la pochezza dei beni esposti nel territorio montano), accentuando invece i picchi di piena che transitano dal centro abitato di Carrara al mare, cioè accrescendo il rischio proprio nel territorio in cui l’inondazione arreca danni molto ingenti. È per questi motivi che abbiamo parlato di “alluvioni procurate” e indicato il Comune come una vera e propria “fabbrica del rischio idraulico”.

È un vero caso di autolesionismo tuttora attivo: ne è un esempio l’idea di asfaltare la carreggiabile a fondo cieco che costeggia il Carrione in loc. Bacchiotto e prolungarla fino al piazzale del Tarnone per alleggerire il traffico sulla strada Bedizzano-Tarnone (in particolare per i camion del marmo e i bus turistici). Più spenderemo in questo tipo di interventi, più aumenterà il danno alluvionale complessivo.

Da queste premesse questa analisi discende con rigorosa logica la misura da noi proposta: ripristinare gli alvei montani, demolendo le strade che li occupano parzialmente o totalmente (e ricostruendole a mezza costa). Grazie alla maggior larghezza, scabrezza e sinuosità degli alvei così ripristinati aumenterebbe la loro capacità d’invaso e si ridurrebbero la velocità della corrente e i picchi di piena: ne gioverebbe grandemente tutto il territorio più urbanizzato (da Carrara alla foce).

  1. Ridurre gli apporti solidi agli alvei: rimozione dei ravaneti (e pulizia delle cave)

Gli scarti dell’esca­vazione, scaricati nei ravaneti, mettono a disposizione del trasporto operato dalle precipitazioni una quantità pressoché illimitata di detriti inducendo un abnorme incremento degli apporti solidi agli alvei e un progressivo innalzamento del letto dei torrenti che innesca la necessità di continui interventi di asportazione di sedimenti e di risagomatura degli alvei.

La rimozione di sedimenti dagli alvei presenta peraltro costi molto elevati (soprattutto per il loro conferimento in discarica) ed è un intervento particolarmente iniquo e inviso alla cittadinanza poiché scarica su di essa i costi che gli imprenditori del marmo risparmiano abbandonando i detriti sui versanti (profitti privati, costi pubblici).

Occorre però distinguere tra vecchi e nuovi ravaneti. I vecchi ravaneti, anteriori agli anni ’60-’70 e originati dalle varate con esplosivi, sono costituiti in netta prevalenza da scaglie di marmo di colore grigio (per decenni di esposizione agli agenti atmosferici); il colore stesso, peraltro, ne testimonia la stabilità da lunga data. Essi, pertanto, non solo non apportano detriti agli alvei (vista la loro stabilità) ma, per la loro grande porosità, si comportano come grandi spugne che assorbono le acque meteoriche, per rilasciarle poi lentamente. I vecchi ravaneti vanno perciò mantenuti poiché, riducendo i picchi di piena, sono importanti fattori di sicurezza.

I ravaneti recenti, invece, sono ricchi di terre, abbandonate (abusivamente, ma largamente tollerate) nei ravaneti e sulle scarpate delle vie d’arroccamento; il colore è biancastro o marrone (quando lo scarico di terre è molto recente). Le terre, occludendone gli interstizi, rendono questi ravaneti non solo impermeabili, ma anche suscettibili a frane poiché le terre, imbibite, fluidificano e agiscono da lubrificante. Ne derivano colate detritiche che, depositandosi nell’alveo dei corsi d’acqua, ne riducono la capacità idraulica, favorendo le esondazioni.

Agli apporti improvvisi ed imponenti di detriti agli alvei, si aggiungono quelli graduali derivanti dai ravaneti per frequenti fenomeni di rotolamento, solchi d’erosione, smottamenti che producono un progressivo innalzamento del letto, impercettibile alla vista ma, nel tempo, molto consistente.

La misura da noi proposta consiste nel mantenimento dei vecchi ravaneti (porosi, stabili, poveri di terre) e nella radicale rimozione dei ravaneti recenti (ricchi di terre e instabili), compresi quelli utilizzati come supporto per le vie d’arroccamento alle cave (che vanno ricostruite incidendo il substrato roccioso). Comprende anche (ma ai soli fini della tutela delle acque superficiali e sotterranee dall’inquinamento) il costante mantenimento della scrupolosa pulizia di tutte le superfici di cava, con lo stoccaggio di materiali fini (terre e marmettola) esclusivamente in contenitori a tenuta stagna. Riteniamo che la misura debba consistere nell’emanazione di prescrizioni o che, qualora attuata da enti pubblici, i costi debbano comunque essere a carico delle cave.

Un ulteriore ed auspicabile sviluppo della proposta può essere, dopo la rimozione dei ravaneti recenti, la loro ricostruzione con le sole scaglie di marmo (eliminando dunque completamente le terre) e adottando tecniche costruttive che ne assicurino l’assoluta stabilità anche nei confronti di eventi idrologici estremi. I ravaneti ricostruiti in questo modo avrebbero una porosità superiore anche a quella dei vecchi ravaneti e darebbero un ulteriore importante contributo alla riduzione dei picchi di piena (senza gli inconvenienti dell’apporto di detrito agli alvei e dell’intorbi­damento delle acque superficiali e sotterranee). Anche in questo caso i costi dovrebbero essere posti a carico delle cave, alle quali, in compenso, potrebbe essere consentito di ricostruire le vie d’arroccamento sui ravaneti (escludendo comunque ogni utilizzo di materiali fini).

  1. Restituire spazio e naturalità al Carrione, delocalizzando le segherie (da Carrara al mare)

Da Carrara alla foce il Carrione è confinato tra stretti ed alti argini in cemento, realizzati nel tempo con innumerevoli interventi, giustapponendo materiali diversi e con modalità costruttive inadeguate (soprattutto nelle fondazioni), come i recenti crolli arginali (2012 e 2014) e i successivi controlli hanno ampiamente mostrato. I recenti lavori d’emergenza hanno messo in sicurezza le criticità immediate riscontrate, ma anche ricostruendo interamente gli argini attuali (per assicurarne realmente la stabilità), ne risulterebbe un alveo dimensionato in maniera risicata ed esposto a potenziali criticità (ad es. nei confronti del trasporto solido e/o di precipitazioni superiori a quelle previste).

La misura proposta consiste in un allargamento veramente generoso dell’alveo (da raddoppiare-triplicare rispetto all’attuale) da Carrara alla foce, delocalizzando segherie o altri insediamenti artigianali (di tratto in tratto in destra o in sinistra, secondo la convenienza).

La misura, restituendo all’alveo ampi spazi non strettamente necessari, si pone in aperta discontinuità con l’approccio idraulico tradizionale (ispirato al principio di restringere il più possibile i corsi d’acqua per “guadagnare spazio” ad altri usi del territorio). A nostro parere è da concepire come un intervento pilota di adattamento ai cambiamenti climatici in quanto –anziché limitarsi a dimensionare le opere alla piena duecentennale– si propone di garantire margini di sicurezza decisamente sovrabbondanti, alvei similnaturali e una riqualificazione paesaggistica generale.

In un territorio così urbanizzato la proposta può apparire irrealizzabile; tuttavia, a ben vedere, l’intero corso del Carrione dalla foce a Carrara è fiancheggiato da segherie o insediamenti artigianali in maniera praticamente continua. Si tratta dunque di una sfida che può essere raccolta.

  1. Mantenere inedificabili le aree a pericolosità idraulica elevata (anche dopo la loro “messa in sicurezza”)

Nelle aree a pericolosità idraulica elevata o molto elevata l’interdizione alla nuova edificazione viene a cadere qualora le aree vengano messe in sicurezza. Questo meccanismo fa sì che molti amministratori locali concepiscano la messa in sicurezza come un cavallo di Troia, cioè strumentale all’urbanizzazione delle aree (che resta il loro obiettivo prioritario). Non si tiene sufficientemente conto del fatto che spesso la “messa in sicurezza”, se seguita dall’edificazione, conduce al risultato paradossale di aumentare i danni alluvionali.

Ad esempio, se l’area inondabile di Villa Ceci (oggi con 100 abitanti) venisse messa in sicurezza con un argine che dimezzasse la pericolosità (portando la probabilità di inondazione da una volta su 200 anni ad una su 400 anni), ma poi l’area venisse edificata portando gli abitanti a 1.471, il danno potenziale (in caso di inondazione) aumenterebbe di 14,7 volte. Il risultato finale sarebbe quindi un aumento del rischio idraulico di 7,4 volte (in quanto inondati 2 volte di meno ma, quella volta, con un danno 14,7 volte maggiore).

La misura proposta consiste nel mettere in sicurezza le due aree di Villa Ceci e di Viale Galilei, ma mantenendone l’inedificabilità, in quanto tali aree sarebbero comunque inondate nel caso di rottura arginale del T. Carrione e del T. Parmignola, entrambi pensili di alcuni metri sul piano campagna.

  1. Porto turistico e commerciale: non strozzare la foce del Carrione (revocare previsioni di porto turistico e di ampliamento porto commerciale)

Il Master Plan dei porti toscani prevede un intervento di grande rilevanza urbanistica alla foce del Carrione: un porto turistico da 1.400 posti barca a sinistra della foce e, in destra, l’ampliamento dell’attuale porto commerciale, mediante un ulteriore ampliamento del piazzale Città di Massa e un nuovo molo. A tal fine la foce del Carrione verrebbe deviata verso est e prolungata in mare di 600 m, formando un porto canale tra i due nuovi moli (commerciale e turistico); il primo tratto di circa 150 m, peraltro, sarebbe coperto dal nuovo piazzale di raccordo tra i due porti.

Vi è il fondato timore che questa previsione possa rendere particolarmente critico lo sbocco a mare del Carrione, soprattutto in condizioni meteomarine avverse (e anche per la presenza della barra di foce, ripetutamente asportata, ma continuamente riformatasi), producendo così un rigurgito idraulico che innalza il livello della piena favorendo l’esondazione nel tratto di pianura.

La realizzazione del porto turistico, inoltre, indurrebbe una colata di cemento sulla costa (per i servizi nautici e turistici): oltre alla pericolosità idraulica aumenterebbe pertanto (notevolmente!) il valore dei beni esposti al rischio alluvionale.

Considerate anche le priorità della Direttiva Alluvioni che mettono al primo posto le misure di prevenzione, la misura da noi proposta prevede la revoca delle previsioni del nuovo porto turistico e dell’ulteriore ampliamento del porto commerciale esistente.

  1. Osservazione alla VAS: obiettivo specifico 2 – Tutela dell’ambiente. Integrare sempre la progettazione idraulica con quella ecologica

Il Rapporto ambientale Toscana Nord rivela una concezione limitata degli elementi che contribuiscono allo stato ecologico dei corpi idrici. Quest’ultimo, infatti, ancor più che alla qualità delle acque (quindi alla mitigazione dell’effetto di inquinamenti in caso di alluvioni), è legato alla diversità degli habitat fluviali (pozze, raschi, barre, vegetazione riparia, ecc.) e pertanto può essere migliorato garantendo le dinamiche idromorfologiche naturali (divagazione dell’alveo, erosione, deposito, connessione con la piana inondabile, ecc.). L’artificializzazione dell’alveo (rettifiche, canalizzazioni, difese spondali, arginature, ecc.), infatti, esercita un impatto ambientale spesso superiore a quello dell’inqui­namento.

Ne discende la necessità di prestare una particolare attenzione, nelle fasi di individuazione, progettazione e attuazione delle misure, ad evitare l’introduzione di uniformità ambientale (es. forme geome­triche) e a garantire il libero esplicarsi delle dinamiche idromorfologiche fluviali (che sono il “motore” del mantenimento/ripristino/rinnovamento della diversificata morfologia naturale degli alvei). Da qui la nostra proposta di inserire nel PGRA una direttiva esplicita di integrare in ogni misura la progettazione ecologica a quella idraulica, rispettando o ripristinando la morfologia naturale degli alvei.

Ne discende che i lavori fluviali non devono conferire uniformità ambientale (es. spianamento dell’alveo, come avvenuto anche nei recenti interventi) ma, al contrario, favorire la diversità ambientale (creando così il prerequisito per la diversità biologica). Oltretutto lo spianamento dell’alveo, non è una reale necessità idraulica, ma discende da un malinteso concetto di lavoro ordinato, “eseguito a regola d’arte”.

di Legambiente Carrara