Cave di marmo delle Apuane, la “poesia dei cavatori” e l’inquinamento delle sorgenti [FOTOGALLERY]

[11 aprile 2014]

Legambiente Toscana ha inviato alla Regione, all’Autorità idrica Toscana e all’Arpat una preoccupata lettera per chiedere la protezione delle sorgenti dalla cave di marmo delle Alpi Apuane, accompagnata da un dettagliato dossier corredato di foto.

Gli ambientalisti, dopo aver subito attacchi dagli industriali del marmo, dimostrano, dati e foto alla mano, la vera immagine di quella che qualcuno ha definito la “poesia dei cavatori” e sottolineano che «Tra gli impatti esercitati dalle cave di marmo vi è l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee da parte degli inquinanti liquidi e solidi, principalmente gasolio, oli esausti e dei circuiti oleodinamici, terre e fanghi di segagione (marmettola). Il fenomeno più percepito dalla popolazione, in quanto evidente ad occhio nudo, è la torbidità dei corsi d’acqua: a Carrara, dopo ogni pioggia, le acque divengono lattescenti (per la marmettola in sospensione) o marroni (se cariche di terre). La dinamica del processo è chiarissima: la marmettola – che, in spesso strato, ricopre i piazzali e le altre superfici di cava – e le terre – sia quelle presenti in cumuli all’aperto nelle cave, sia quelle scaricate, abusivamente ma impunemente, nei ravaneti e sulle scarpate delle vie d’arroccamento – sono dilavate dalle piogge e, scorrendo negli impluvi, sui versanti e sulle strade, raggiungono i corsi d’acqua provocandone l’intorbidamento. Merita osservare che le quantità di terre scaricate al monte – abusivamente ma impunemente – sono veramente ingenti: solo a Carrara circa 500.000 t/anno». La marmettola non è tossica ma ha un impatto ambientale devastante perché, dove sedimenta, provoca la scomparsa delle comunità di macroinvertebrati acquatici e la distruzione dei microhabitat.

Un’altra via dell’inquinamento, spiega Legambiente, «E’ quella del dilavamento seguito da infiltrazione nell’acquifero carsico e dalla riemersione nelle sorgenti che alimentano i corsi d’acqua. Questa modalità diviene evidente, ad esempio, quando dalla sorgente del Frigido esce acqua fortemente lattescente pur in assenza di piogge di rilievo nel suo bacino idrografico: in queste occasioni, la marmettola è dilavata dalle precipitazioni verificatesi al di là dello spartiacque, nell’area compresa nel bacino idrogeologico del Frigido (M. Pisanino, Tambura, Sella)».

Il Cigno Verde nel dossier fa notare che «A differenza dell’inquinamento dei corsi d’acqua, immediatamente visibile per la torbidità delle acque, gli episodi di inquinamento delle sorgenti immesse negli acquedotti sfuggono quasi del tutto alla percezione diretta della popolazione, sia per il trattamento di filtrazione impiegato nella potabilizzazione che rimuove la torbidità (se contenuta), sia perché le sorgenti con torbidità eccessiva (superiore alle capacità dell’impianto di filtrazione) vengono escluse dalla rete acquedottistica, che viene alimentata dalle restanti sorgenti». I carraresi si accorgono dell’inquinamento solo quando coinvolge contemporaneamente tutte le 12 sorgenti che alimentano l’acquedotto cittadino: da qui la percezione fortemente sottostimata del fenomeno. Ma Legambiente sottolinea: «Eppure gli episodi di intorbidamento delle sorgenti sono molto frequenti» Uno studio del CNR del 2002 sulle sorgenti di Carrara li ha rilevati per circa un terzo dei giorni dell’anno. «Così – si legge nel dossier – trascorsi ormai molti anni dall’evento traumatico dell’estate 1991 (inquinamento delle sorgenti di Carrara e di Massa da idrocarburi di cava) che costrinse i carraresi a rifornirsi di acqua potabile dalle autobotti della Protezione Civile, la memoria e la percezione del rischio si sono affievolite. Ma il rischio permane».

Il documento spiega quale sia il percorso degli inquinanti: «Dilavamento degli inquinanti da parte delle acque meteoriche, trasporto in sospensione (marmettola) o emulsione (idrocarburi), infiltrazione nelle fratture del marmo, discesa nell’intricato reticolo di condotti carsici, fino all’acquifero di base e all’emersione dalle sorgenti (fig. 9). L’abbondante fratturazione del marmo, le numerose grotte e l’imponente sviluppo del reticolo carsico, nonché l’elevata vulnerabilità all’inquinamento (tipica dei sistemi carsici), fanno sì che il rischio per tutto l’acquifero carsico apuano sia molto elevato. Le connessioni tra cave e sorgenti sono state indagate con l’ausilio di traccianti solubili (sostanze fluorescenti) o in sospensione (spore di licopodio colorate) e con l’analisi di isotopi».  Il dossier riporta una sintesi degli elementi emersi dai numerosi studi effettuati: l’inquinamento delle sorgenti da parte delle cave non è un’ipotesi, ma una certezza, documentata sia dal rilascio di traccianti in cava e dal loro successivo rinvenimento nelle sorgenti, sia dall’esame al microscopio elettronico dei granuli di marmettola prelevati dalle sorgenti (presentano gli stessi “graffi” prodotti dal filo diamantato);  una cava può inquinare più sorgenti (con diversi tempi di percorrenza), anche appartenenti a bacini idrografici diversi (passando al di sotto di uno o più rilievi montuosi, attraverso il reticolo carsico) e distanti diversi chilometri; una sorgente può essere inquinata da più cave, anche situate in diversi bacini idrografici; le sorgenti sono compromesse anche dagli inquinanti presenti nei ravaneti o nell’alveo dei corsi d’acqua montani (evidentemente perché, lungo il loro percorso, le acque incontrano fratture connesse a condotti carsici, nelle quali si infiltrano); anche cave con marmo non fratturato possono, indirettamente, inquinare una o più sorgenti (anche situate in diversi bacini); ciò avviene quando gli inquinanti presenti in cava, dilavati dalle piogge, si infiltrano in fratture carsiche incontrate lungo il loro scorrimento sui versanti e/o nell’alveo di corsi d’acqua; la molteplicità delle possibili fonti di inquinamento di una data sorgente (derivante dalle intricate interconnessioni dei condotti nel reticolo carsico e dalla vastità dell’area d’alimentazione) rende praticamente impossibile attribuire ad una data cava le responsabilità dell’inquinamento, non potendosi escludere la responsabilità di altre cave o di altre fonti inquinanti (anche lontane e in bacini diversi). È questa una delle principali criticità che limitano l’efficacia dei controlli dell’Arpat. Arpat che, tra l’altro, sembra condividere le preoccupazioni di Legambiente.

E’ proprio questo ultimo punto che secondo Il Cigno Verde «E’ di importanza pratica determinante per la tutela delle sorgenti di tutto l’acquifero carsico delle Apuane, indubbiamente tra i più estesi ed importanti dell’intera Toscana. Se, infatti, ad inquinamento avvenuto non è possibile individuare e sanzionare il responsabile, è evidente che occorre prescrivere alle cave l’adozione di accorgimenti volti a prevenire  l’inquinamento delle sorgenti, sanzionando severamente le inadempienze».

Dopi il 1991, i Comuni di Massa e Carrara si sono mossi per prevenire l’inquinamento delle sorgenti da idrocarburi e il dossier fa il punto delle principali misure prescritte ed evidenzia che «Alla prova dei fatti, per le cave di Carrara le misure di prevenzione dell’inquinamento da idrocarburi si sono rivelate efficaci e non hanno comportato difficoltà né costi rilevanti: sono stati sufficienti un ammodernamento delle attrezzature e una nuova consapevolezza ambientale dei cavatori. È pertanto necessario estendere queste buone pratiche a tutte le cave apuane».

Infatti per Legambiente le misure attuali sono del tutto insufficienti per prevenire l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee dalla marmettola e dalle terre, anche dove sono prescritte e attuate.

Basta infatti uno sguardo alle foto del dossier per rendersi conto che «La raccolta e trattamento delle acque di taglio e lo smaltimento della marmettola, così separata, sono di ben poca utilità se inserite in quel contesto in cui ingenti quantitativi di terre sono esposti al dilavamento e tutte le superfici di cava sono abbondantemente invase da fanghi».

Legambiente Toscana chiede di istituire le zone di protezione delle sorgenti e ricorda che «Già il DPR 236/88 prescriveva alle Regioni l’istituzione delle aree di salvaguardia delle sorgenti (zone di tutela assoluta + zone di rispetto) e delle zone di protezione (ben più ampie, comprendenti le aree di ricarica della falda, le emergenze della falda e le zone di riserva). Tale prescrizione è stata ribadita dal D.Lgs. 152/99 e poi dal D.Lgs. 152/2006 (art. 94). Tuttavia, a 25 anni di distanza, per l’acquifero carsico delle Apuane tali zone non sono ancora state individuate, né sono state adottate le conseguenti misure di destinazione del territorio e le limitazioni e prescrizioni alle attività produttive».

Gli ambientalisti sono consapevoli che, tenuto conto del complesso di conoscenze e degli studi più recenti e considerate l’unitarietà dell’acquifero apuano e le connessioni multiple del reticolo carsico, «Sarebbe scientificamente arduo e poco appropriato istituire una zona di protezione per ogni sorgente. La scelta più ragionevole è l’istituzione di una zona di protezione unica per tutte le sorgenti dell’acquifero carbonatico delle Apuane, prescrivendo a tutte le cave in essa comprese le misure di protezione sopra elencate».

La richiesta alla Regione è quella di adottare subito le misure di protezione delle sorgenti. «Oggi – conclude il dossier –  le misure di protezione delle sorgenti dalle attività di cava sono state adottate – solo parzialmente – dai Comuni di Carrara e di Massa, mediante ordinanza. Data l’unitarietà dell’acquifero e il concreto rischio che le sorgenti di un Comune siano inquinate da cave situate in altri Comuni, è evidente che la protezione delle sorgenti apuane non può essere demandata all’emanazione di un’ordinanza da parte di ogni singolo Comune. È dunque necessario che la Regione Toscana si faccia direttamente carico di prescrivere a tutte le cave di marmo le misure di protezione delle sorgenti sopra proposte. Chiediamo perciò alla Regione che, ancor prima dell’istituzione della zona di protezione delle sorgenti (che dovrà porre vincoli e limitazioni anche agli altri insediamenti civili e industriali), colga l’occasione della revisione della L.R. 78/98 per introdurre e rendere operative fin da subito tali misure».