Chi programma e gestisce il suolo? Tra confini ambientali e amministrativi

[7 gennaio 2014]

Alle tante e sempre più ricorrenti e sferzanti denunce sullo stato comatoso della gestione del suolo e più in generale del nostro ambiente non sempre –anzi poche volte – si accompagnano proposte concrete e chiare su come se ne può uscire sul piano nazionale e anche regionale. In particolare risulta tutt’altro che chiaro chi deve farlo, e non solo con quali risorse ma con quali modalità, tenendo conto che in 50 anni – se qualcuno l’avesse dimenticato – abbiamo perso irreversibilmente 25.000 Km quadrati di terreno.

In un recente intervento dei geologi si auspica una nuova legge che prenda a riferimento il bacino idrografico e non più i limiti amministrativi. In effetti la legge 183 introdusse i piani di bacino (poi via via diventati distretti o in attesa di diventarlo) i cui confini – come del resto quelli dei parchi e delle aree protette, anche fluviali – hanno confini ambientali e non amministrativi. Tanto è vero che una seria indagine parlamentare di parecchi anni fa si era conclusa con la proposta di affidare la gestione dei piani di bacino ad enti istituzionali rappresentativi sul modello di quello della legge 394 sui parchi. Un organo, insomma, che come quello dei parchi non opera sulla base dei confini amministrativi. Vedremo tra un momento cosa bolle in pentola al riguardo ancora una volta, in maniera peraltro pressoché clandestina. Ora torna bene il riferimento ad una interessante iniziativa nazionale dello scorso dicembre tenutasi a Firenze e promossa dall’ARPAT su ‘I contratti di fiume’. Nella lettera del ministro Orlando si sottolinea l’esigenza e l’urgenza di identificare ‘nuovi modelli di governo del territorio’, ‘per dare vita ad una politica differente nella gestione del territorio e dei sistemi fluviali che punti all’arresto del consumo del territorio e della artificializzazione dei corpi idrici, al ripristino degli equilibri e delle dinamiche naturali per ottenere gli obiettivi sinergici di ridurre il rischio idrogeologico e restituire valore all’ambiente e al paesaggio’. Insomma, la tutela delle aree naturali e della valorizzazione dei territori di qualità devono tornare al centro della nostra politica.

I ‘contratti di fiume’ sono strumenti volontari di tutela dei territori e di riqualificazione fluviale da attivare attraverso la stipula dei ‘Patti per i Beni Collettivi’: fiumi, laghi, coste, intervenendo direttamente sulle cause del rischio idrogeologico. I Contratti impegnano infatti i soggetti pubblici e i portatori di interessi privati, e non è un caso che i più qualificati protagonisti siano al Po come al Magra, Serchio e tanti altri casi l’autorità di bacino e i parchi nazionali e regionali. E la dice lunga su come sono andate finora le cose nel Paese il fatto che all’indomani della firma della Convenzione europea sul paesaggio, mentre il nuovo codice dei beni culturali toglieva ai parchi la competenza sul paesaggio, proprio dalla istituzione di un parco fluviale piemontese partì l’offensiva statale che la impugnò per negargli la competenza paesaggistica così da ridurre il suo piano a intervento non coerente con la legge 183 e la legge 394 riservato a poco più che argini e dighe.

Ecco perché – e torniamo così a cosa bolle in pentola – è sconcertante apprendere quasi per caso che le autorità di bacino o distretti come poi sono stati ribattezzati in sede comunitaria dovrebbero estendersi a più regioni mentre bacini come quello del Magra o del Serchio, dove da sempre la gestione è stata caratterizzata positivamente da una stretta collaborazione tra bacini e parchi regionali di Montemarcello-Magra e San Rossore dovrebbero essere sciolti per confluire in ambiti tanto estesi quanto ingestibili. Il tutto reso ancor più assurdo nel momento che i Consorzi di Bonifica vengono eletti con  voto diretto, mentre vengono abrogate le province.

Ora nel momento in cui, come abbiamo già avuto modo di dire, si torna a parlare non soltanto in Toscana di programmazione del territorio dopo tanto digiuno non è pensabile si possa farlo non rimettendo al centro della nostra riflessione e iniziativa regionale e nazionale questioni di tale rilievo. Diceva Italo Calvino  che ‘non c’è fiume senza territorio e territorio senza fiume’. Ecco, quel territorio va ricondotto ad una programmazione di cui devono essere chiari confini e esigenze niente affatto ‘settoriali’.

Nell’ottobre del 2007 in un incontro nazionale a Sarzana su ‘Parchi fluviali e bacini idrografici’  promosso dal Parco e da Federparchi affrontammo questi temi, su cui poi purtroppo calò la tela. E’ oggi una buona occasione per riprendere quel discorso come abbiamo già cercato di fare come Gruppo di San Rossore con  il  Quaderno presentato a dicembre alla Sapienza di Roma su parchi e biodiversità.

Le opinioni espresse dall’autore non rappresentano necessariamente la posizione della redazione