Confini planetari, l’uomo ha già infranto quello dell’acqua dolce

Dall’università di Stoccolma uno studio che rivoluzione la percezione dell’impatto umano sulle risorse idriche

[17 giugno 2015]

diga acqua

L’acqua dolce rappresenta una risorsa indispensabile alla vita (umana e non), sotto crescente pressione antropica sia a causa dello sfruttamento intensivo sia per inquinamenti che ne minano l’utilizzabilità. Fino a che punto possa reggere l’attuale equilibrio ecosistemico dell’acqua dolce è tema di assoluta rilevanza, tanto da essere inserito all’interno dei confini planetari (Planetary Boundaries) da monitorare con attenzione. La cattiva notizia, secondo l’università di Stoccolma, è che questo confine l’abbiamo già oltrepassato.

Quello dei “confini planetari” è un tema noto e dibattuto in seno alla comunità scientifica internazionale sin dal 2009, con la pubblicazione su Nature di un lavoro frutto di 29 autori di spicco; primo firmatario Johan Rockstrom, direttore dello Stockholm Resilience Centre. L’allarme sull’acqua arriva dunque, oggi, da uno dei maggiori centri al mondo per lo studio dei confini planetari.

Il limite planetario per l’utilizzo di acqua dolce è stato da tempo individuato in 4mila metri cubi l’anno; finora, le stime più affidabili individuavano l’utilizzo effettivo in 2.600 metri cubi/anno, dunque ancora abbondantemente al di sotto della soglia di sicurezza. La ricerca Comment on “Planetary boundaries: Guiding human development on a changing planet” afferma però come tale stima sia inesatta, e abbondantemente sottostimata. Tenendo conto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nell’impiego diretto dell’acqua dolce da parte dell’uomo, e nei mutamenti ambientali dovuti al suo impatto (comprese le variazioni nell’evapotraspirazione delle piante), si arriva a un utilizzo globale di acqua dolce pari a 4.664 metri cubi l’anno: stima che supera già il limite planetario proposto per questa risorsa.

La popolazione umana in aumento (dai 7,2 miliardi di persone attuali passeremo a 9,6 nel 2050) e i cambiamenti climatici peggiorano ulteriormente lo scenario. I risultati ottenuti dall’università di Stoccolma, che rivoluzionano la percezione dell’impatto umano sulle risorse idriche, necessitano urgentemente di verifiche da parte della comunità scientifica internazionale; gli stessi autori, Fernando Jaramillo e la Georgia Destouni, sottolineano il bisogno impellente di ridurre l’incertezza in merito. Se le risorse di acqua dolce diventeranno insufficienti, non avremo un altro pianeta sul quale rimettere mano al pallottoliere per correggere il tiro.