Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Consumi idrici, l’emorragia di acqua e i biologi italiani

In Europa la principale fonte di consumo è rappresentata dalla produzione di energia, seguita dall’agricoltura

[23 marzo 2015]

Quando si parla di consumi idrici siamo istintivamente portati a pensare a quanta acqua utilizziamo per i fabbisogni personali e viene in mente quanto abbiamo appreso dagli studi fatti o attraverso la lettura di specifici articoli e cioè che ogni essere umano ha bisogno di pochi litri di acqua al giorno per compensare le perdite dovute ai normali processi fisiologici.

Dopo queste prime riflessioni siamo portati a considerare la nostra vita domestica e tutta l’acqua che dilapidiamo per cucinare, per la pulizia personale, della casa e degli indumenti. Molti di noi successivamente riflettono sui potenziali consumi generati dall’industria e dal settore agricolo (attività agronomiche e zootecniche) e solo qualcuno riesce ad ipotizzare i consumi idrici dovuti al terziario (scuole, ospedali, uffici vari, caserme, attività commerciali, ecc.) di cui tutti usufruiamo. Ma quasi nessuno arriva a capire che la maggior parte dei consumi idrici sono dovuti alla nostra alimentazione. Può sembrare strano e quasi impossibile eppure è proprio così. Cerchiamo di capire come e perché.

Secondo i dati ISTAT del 2011 il consumo giornaliero medio reale di acqua nei Comuni capoluogo si aggira intorno ai 160-180 litri procapite. Questo valore può sembrare esorbitante, ma in realtà rappresenta solo un “piccolo numero” nell’oceano della cosiddetta “Impronta idrica italiana” (volume di acqua dolce impiegato per produrre beni e servizi) che in Italia è pari a oltre 130 miliardi cubi l’anno cioè a un consumo di circa 6 mila litri di acqua al giorno per persona!

Per limitare questa “emorragia di acqua” sono state avviate, e tuttora sono in essere,  parecchie campagne informative, ma quasi tutte erano e sono basate su una comunicazione poco esatta infatti in questa si sono lanciati imput quasi esclusivamente sui consumi domestici facendo credere alla popolazione che i consumi globali dell’acqua sono generati soprattutto da un mal uso che si fa di questa nell’ambito delle mura delle proprie case. Insomma ci hanno fatto credere che chiudendo il rubinetto mentre ci laviamo i denti o laviamo le stoviglie, che facendo docce meno durature o facendo un minor numero di lavaggi con lavatrici e lavastoviglie avremo dato un forte contributo ai consumi idrici. Niente di più falso in quanto nessuno ci ha mai detto che i consumi domestici di acqua incidono su circa il 4% del nostro bilancio complessivo quindi anche a seguito di una forte contrazione di questi consumi si potrebbe agire su piccoli valori, lo dimostra il fatto che a seguito di questa incessante comunicazione sul consumo idrico si è passati da 206/litri/abitante/giorno del 2002 agli attuali 160-180 litri (cioè si è registrata una riduzione di circa  il 15 per cento sul sulla quota dell’impronta idrica domestica che come detto risulta essere pari al 4% del totale)!

Con ciò non si vuole affermare che i messaggi di questo tipo rivolti alla popolazione siano completamente sbagliati e forvianti bensì che bisognerebbe indirizzare la comunicazione verso altri fronti! Ma quali? Sull’industria o sull’agricoltura?

Bé, senza alcun dubbio, appare evidente che riducendo il galoppante consumismo (tutti comperiamo beni di cui non abbiamo un reale bisogno se non quello indotto dalle mode e/o dalla pubblicità) ed effettuando un razionale uso agronomico dell’acqua si inciderebbe più proficuamente sui consumi idrici. Il Rapporto UE del 2007 e poi quello del 2012 sulle “Potenzialità di risparmio idrico in agricoltura” hanno permesso di evidenziare che il prelievo totale annuo di acqua dell’UE-27 è di circa 247.000 milioni di metri cubi di cui il 44% viene impiegato nel comparto energetico, il 24% in attività agronomiche e zootecniche, il 17% per il rifornimento idrico pubblico di acqua potabile e 15% per le attività industriali.

Appare chiaro che in Europa la principale fonte di consumo idrico è rappresentata dalla produzione di energia e successivamente dall’agricoltura; quindi, ritornando alla comunicazione al cittadino, sarebbe sicuramente più proficuo dare messaggi tipo “riduci i consumi energetici in ambito domestico” attraverso un uso più razionale della corrente elettrica (lavaggi in lavatrice e in lavastoviglie a temperature più basse, spegnere le luci quando non necessarie, ecc.).

Per quanto concerne l’agricoltura si può agire su due fronti: sulla produzione e sui consumi (diretti e soprattutto su quelli indiretti).

Per quanto interessa la produzione va detto che si sta già facendo tanto, infatti “l’agricoltore” moderno non è più come il “contadino” di 20-30 fa in quanto, nell’ambito dell’ottimizzazione della risorsa idrica (che adesso si paga), l’agricoltore è molto più informato e soprattutto ha strumenti che in passato non esistevano. Infatti questo è sempre più spesso sensibilizzato al problema idrico e soprattutto è informatizzato (non è raro incontrarle agricoltori in campagna con un pc portatile o con un tablet adoperati per leggere in tempo reale dati necessari alla produzione che vengono costantemente aggiornati).

Grazie all’attività delle Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale (ARPA) che gestiscono le centinaia stazioni meteo distribuite quasi uniformemente su tutto il territorio gli agricoltori hanno accesso on-line a tantissimi dati utili all’ottimizzazione della produzione e ai consumi idrici. Tra questi dati come vi sono quelli Idro-Meteo-Climatici, il Bilancio Idrico-Meteorologico e l’importantissimo Servizio di Ausilio all’Irrigazione (specifico per coltura, suolo, metodo irriguo, eventuale pioggia, ecc.) che permettono una razionale pianificazione irrigua attraverso la piattaforma offerta su internet. Ovviamente tutti questi dati vanno saputi interpretare quindi la formazione degli agricoltori e la loro informatizzazione risulta essere un punto cardine sull’ottimizzazione dei consumi idrici.

Per ridurre gli sprechi di acqua in agricoltura bisognerebbe agire anche su altre soluzioni quali l’implementazione di pratiche sempre più tecnologiche e quindi innovative, dove possibile sul riuso dell’acqua (quindi attuando la raccolta e lo stoccaggio di questa nel periodo invernale per poi usarla in estate), selezionando le specie più adatte ai fattori climatici locali (es. in Italia il Kiwi, di cui siamo i maggiori produttori al mondo pur non essendo una pianta tipicamente mediterranea che oltretutto richiede molta acqua, è coltivato soprattutto nel Lazio e nel Veneto cioè in aree ad alta intensità piovosa), cambiando il periodo di semina, migliorando i sistemi irrigui (es. privilegiando, ove possibile, quelli a subirrigazione che permettono di ottenere un buon risparmio idrico in quanto non si verificano perdite per evaporazione del terreno).

Per quanto concerne le azioni atte a ridurre i consumi idrici diretti ed indiretti che si possono intraprendere in ambito agronomico va subito specificato che non bisogna assolutamente agire riducendo i consumi procapite dei prodotti orto-frutticoli, anzi questi andrebbero privilegiati in virtù degli apporti indispensabili di sostanze nutritive per l’organismo umano (vitamine, sali minerali, antiossidanti, ecc.) bensì si dovrebbe agire sulla quota di proteine e grassi di origine animale che ogni giorno consumiamo.

Può sembrare bizzarro, ma per avere una gestione sostenibile dell’acqua, limitando la pressione che le attività agricole e zootecniche hanno sui corpi idrici (acque superficiali e sotterranee), bisogna ridurre i consumi di carne e dei suoi derivati.

Quasi nessuno ci dice che le nostre abitudini alimentari, molto cambiate negli ultimi decenni, incidono drasticamente sull’Impronta Idrica soprattutto attraverso i cresciuti consumi di carne avvenuti negli ultimi decenni. Per produrre una bistecca di carne di circa 300-400 grammi (ottenuta attraverso allevamenti intensivi, attualmente i più frequenti) ci vogliono approssimativamente 1.000 litri di acqua! Appare chiaro che il consumo di cibi, e quindi le differenti abitudini alimentari dell’italiano medio (dieta molto ricca di carne bovina e suina), implicano un impatto idrico molto forte e spesso trascurato dalla popolazione che spinta dall’informazione fondata soprattutto sul risparmio idrico in ambito domestico non considera la propria alimentazione come fattore importantissimo per tutelare le risorse idriche. Sarebbe quindi auspicabile che le future campagne informative sul risparmio idrico siano più protese a quest’aspetto piuttosto che considerare e soffermarsi su “quanto tempo rimane aperto un rubinetto mentre ci laviamo i denti”! Senza entrare nel merito degli utili vantaggi salutari che si avrebbero attraverso la giusta riformulazione della quota di proteine animali nella dieta (che demando agli specialisti del settore: nutrizionisti e dietologi) rimane importante il fatto che la nostra Dieta Mediterranea non solo risulta essere sana e utile al mantenimento della salute, ma incide veramente poco sull’impronta idrica.

Insomma per tutelare i comparti idrici dovremo “rispolverare” le vecchie abitudini alimentari e soprattutto la nostra Dieta Mediterranea (frutta, verdura, olio di oliva, pesce, ecc.).

A questo punto la disamina sulle implicazioni che l’alimentazione ha sull’acqua sembrerebbe terminata, ma in realtà se così fosse l’indagine appena fatta sarebbe “monca” poiché non è stata trattata la problematica definita “inquinamento”. Infatti con un’alimentazione di tipo occidentale si intensificano le produzioni agricole per produrre i foraggi destinati agli animali d’allevamento e ciò spesso porta ad un maggior uso agronomico di pesticidi e di fertilizzanti chimici che possono incidere sull’inquinamento idrico.

Un esempio di quanto scritto sono la presenza di nitrati (NO3) e nitriti (NO2), composti adoperati per intensificare la qualità e quantità dei prodotti agricoli, nelle acque superficiali e soprattutto di falda. Queste sostanze possono determinare seri problemi alla salute umana sui quali non ci soffermeremo.

Per quanto concerne l’analisi dei pesticidi presenti nei corpi idrici risulta molto utile il “Rapporto nazionale pesticidi nella acque – dati 2011-2012”, edizione 2014, redatto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) in collaborazione con le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) e delle Agenzie Provinciali per la Protezione dell’Ambiente (APPA) che hanno effettuato indagini e analisi sul territorio.

La normativa considera sia i “prodotti fitosanitari” (sostanze utilizzate per la protezione delle piante e per la conservazione dei prodotti vegetali – Reg. CE 1107/2009) che i “biocidi” (sostanze impiegate in diverse attività quali disinfezione, preservazione, uso non agricolo, ecc. – Reg. UE 528/2012) come pesticidi. Attualmente vengono adoperate in agricoltura circa 400 sostanze e nel 2012 (dati ISTAT, 2013) sono state vendute 134.242 tonnellate di prodotti fitosanitari.

 

Nel rapporto è emerso che delle 335 sostanze cercate (attraverso quasi 28 mila campioni per un totale di 1.208.671 determinazioni analitiche) su tutto il territorio nazionale (anche se alcune regioni quali il Molise e la Calabria non hanno fornito dati) nelle acque superficiali sono stati trovati pesticidi nel quasi 57% dei punti controllati mentre nelle acque sotterranee (anche nelle falde profonde e quindi spesso considerate protette) sono risultati contaminati il 31% dei punti. Anche se le concentrazioni rilevate spesso sono basse, i dati rendono evidente la diffusione dell’inquinamento. Delle 175 sostanze rilevate predominano gli erbicidi (spesso utilizzati nei periodi di maggiori precipitazioni meteoriche che ne determinano la lisciviazione e trasporto nei corpi idrici sotterranei e soprattutto in quelli superficiali) e risultano più presenti gli insetticidi e i fungicidi.

L’area più contaminata da pesticidi è la pianura Padano-Veneta sia a seguito delle caratteristiche idrogeologiche dell’area che per l’intensa attività agricola.

Nelle acque sotterranee il 6,3% dei punti di monitoraggio esaminati (152 punti) hanno evidenziato concentrazioni superiori ai limiti di legge (soprattutto di bentazone, terbutilazina, metalaxil, atrazina come coda di una contaminazione di vecchia data in quanto non più utilizzabile, atrazina-desetil, oxadiaxil, imidacloprid, bromacile, 2,6-diclorobenzammide e metolaclor) mentre nelle acque superficiali si sono riscontrati valori oltre i limite di legge del 17,2% (253) dei punti esaminati (principalmente di glisofate e il suo metabolita AMPA, metolaclor, triciclazolo, oxadiazon, terbutilazina e il suo principale metablita).

Le vendite dei prodotti fitosanitari hanno registrato una forte diminuzione e soprattutto dei “molto tossici e tossici”, considerati i più pericolosi; però si ha un incremento di vendite di quelli “nocivi”. Questi valori principalmente sono dovuti alle recenti norme UE che indirizzano verso una difesa fitosanitaria a ridotto impatto.  Dal rapporto emerge la crescente presenza nelle acque di più sostanze contemporaneamente (una sorta di “pericoloso cocktail”) di cui non si conoscono i reali rischi per l’ambiente e per la salute umana.

di Luciano O. Atzori* e E. Tarsitano, E. Baviera, S. Rubini, G. Amoruso, M.G. Foddis, A. De Rosa, D. Di Martino*

*Consigliere Segretario dell’Ordine Nazionale dei Biologi   

** Biologi esperti in Sicurezza degli Alimenti