Corno d’Africa, la tempesta perfetta di El Niño su guerre, profughi, migranti e dittature

15 milioni di persone a rischio fame. E i migranti ritornano dallo Yemen in guerra

[22 gennaio 2016]

Corno d'Africa Ue

L’insicurezza alimentare è uno dei problema umanitari nel Corno d’Africa e la situazione nei prossimi mesi potrebbe peggiorare. Infatti, dal marzo 2015 nella regione El Niño colpisce in  maniera diversa i Paesi dl Corno d’Africa: le ex colonie Italiane di Etiopia, Eritrea e Somalia, il Kenya ex britannico e la piccola Gibuti ex francese.

La crescente insicurezza alimentare è all’origine delle migrazioni forzate interne nella regione. Il Paese con la situazione più allarmante è l’Etiopia, dove all’inizio del 2015  le persone in stato di insicurezza alimentare erano 2,9 milioni all’inizio dell’anno e a ottobre erano già saliti a 8,2 milioni e attualmente si calcola siano più di 10 milioni.  In numerose aree del Corno d’Africa i  livelli di denutrizione sono ben al di sopra della soglia di emergenza, ma la risposta a questa situazione è ostacolata da una grave penuria dui prodotti alimentari. Nelle zone più colpite, le regioni del nord, del centro e del nord dell’Etiopia è stata segnalata la morte di centinaia di migliaia di capi di bestiame. Nel nord-ovest  della Somalia e in Etiopia le precipitazioni durante la stagione delle piogge del 20’15 sono state deboli e irregolari. El Niño ha invece portato precipitazioni superiori alla norma in alcune zone del sud della Somalia, colpendo duramente 150.000 persone nelle regioni fluviali della Somalia meridionale, in quelle di pianura del centro e nel  e nel Puntland semi-indipendente, mentre la siccità ha messo in ginocchio almeno 30.000 abitanti dell’auto-dichiarato Stato del Somaliland.

In uno Stato fantasma come la Somalia, frammentato in Stati auto-dichiaratisi indipendenti, signori della guerra tribali, amministrato da un governo federale tenuto in piedi dall’intervento dell’Unione Africana e dal sostegno dei Paesi occidentali e dove operano le feroci bande jihadiste di Al Sheebab che hanno compiuto poche ore fa l’ennesima strage a Mogadiscio, anche della catastrofi naturali non eccezionali possono avere un effetto devastante sulla popolazione.  I somali sono prostrati da una guerra civile infinita – diventata guerra regionale del Corno d’Africa – che prosegue dalla caduta della dittatura di Mohammed Siad Barre (un ex carabiniere italiano) nel 1991. I profughi interni ed esterni sono milioni e il Paese, ormai privo di infrastrutture, non si è ancora ripreso dalla fame che ha devastato la Somalia nel 2011. In Somalia più di 340.000 persone hanno urgente bisogno di aiuto, per non morire di fame.

Anche se la minuscola Gibuti non è stata così duramente colpita come Etiopia e Somalia, nelle pianure dell’ovest e negli altipiani del centro dell’Eritrea, dove la feroce dittatura non fornisce dati, nel 2015 le precipitazioni sono state inferiori alla media, quindi non c’è acqua per Gibuti. El Niño dovrebbe avere un impatto sulla sicurezza alimentare ed aumentare i livelli  di malnutrizione già elevati a Gibuti, dove infatti stanno crescendo le proteste contro il regime autoritario del presidente filo-occidentale Ismail Omar Guelleh, sostenuto dalle monarchie assolute arabe del Golfo.

In Kenya El Niño ha già provocato inondazioni e nel 2016 potrebbe aggravare ancora di più la vulnerabilità di 1,1 milioni di persone soggette a insicurezza alimentare.

Il Cono d’Africa ospita più di 1,7 milioni de rifugiati. Dalla fine del 2013, la guerra civile in Sud Sudan ha provocato oltre 625.000 profughi,  425.000 dei quali si sono rifugiati in Etiopia, in Uganda e in Kenya. Si tratta soprattutto di donne e bambini,  in particolare di minori non accompagnati, che hanno bisogno urgentemente di un aiuto di prima necessità.

Inoltre, temendo di essere attaccati dai gruppi al armati che si contendono il potere dopo il golpe del presidente Pierre Nkurunziza, nel 2015 più di 20.000 burundesi sono scappati in  Uganda, passando per il Rwanda e la Tanzania. In Uganda c sono più di 450.000 rifugiati e, secondo il governo di Nairobi e l’ United Nations High Commissioner for Refugees (Unhcr) entro la fine del 2016 saranno 560.000.

Anche la guerra contro gli sciiti scatenata dall’Arabia Saudita nello Yemen – alla quale l’Italia contribuisce inviando rifornimenti di armi a Riyadh –   sta avendo pesanti ricadute sul Corno d’Africa: nel 2015 a Gibuti sono arrivate più di 30.000 persone dallo Yemen e più di 30.000  hanno ripassato il mare per approdare in  Somalia. Si tratta soprattutto  di somali ed eritrei che avevano tentato la strada dello Yemen per raggiungere i Paesi del Golfo e l’Europa e che si sono trovati intrappolati tra i trafficanti di carne umana e la guerra. Questo flusso di migranti di ritorno esercita una pressione insostenibile su Gibuti e Somalia che hanno capacità estremamente limitate di assorbire rifugiati e di accogliere i rimpatriati. Una massa di profughi e migranti che aspetta solo di racimolare i soldi necessari a tentare nuovamente di migrare verso l’Europa.

In Kenya, l’accordo concluso nel 2013 tra Unhcr, governo kenyano e governo federale somalo  punta a favorire il ritorno volontario assistito  degli emigrati somali da Dadaab, il più grande campo profughi del mondo che l’Unhcr ha approntato nel distretto kenyano di Gaissa. Nel 2015 l’Unhcr puntava a far tornare in Somalia almeno 10.000 dei 450.000 profughi attendati a Dabaab, ma intanto è stato identificato a Kakuma un altro sito in grado di accogliere altri 50.000 profughi.

L’Etiopia in piena crisi alimentare accoglie oltre 247.000 rifugiati somali e la maggioranza di loro vive da anni nel gigantesco campo di Dolo Ado.

Quindi, senza contare quel che accade all’interno degli impenetrabili confini della feroce dittatura eritrea, secondo la Commissione europea nel Corno d’Africa circa 15 milioni di persone hanno bisogno di aiuto alimentare: a fine 2015 erano almeno 10 milioni in Etiopia, 1,6 milioni in Kenya e 3,2 milioni in Somalia. Nel Corno d’Africa ci sono almeno 2 milioni di profughi interni e 1,7 milioni di rifugiati.

Cifre che ridicolizzano le grida sull’invasione dei migranti in Europa e soprattutto il frusto slogan “aiutamoli a casa loro”, visto che casa loro – nell’Abissinia, Somalia e Eritrea di “Faccetta nera” –  era diventata con la forza anche casa nostra e ce ne siamo dimenticati, abbandonandoli ad un destino che abbiamo minuziosamente costruito con le nostre furbizie geopolitiche e con l’avidità neocolonialista.

Nel 2015 l’Ue, il maggior donatore nel Corno d’Africa  ha fornito aiuti umanitari per 93 milioni di euro, meno dei 104 milioni del 2014 e dei 108,5 milioni del 2013. Ieri la Commissione europea ha annunciato che «Nel 2016, l’Ue fornirà 77 milioni di euro di aiuto umanitario alle regione. Questo servirà principalmente a coprire i bisogni nei settori dell’alimentazione, della nutrizione, della salute, dell’acqua, dell’igiene, degli alloggi, della protezione e dell’educazione nelle situazioni di emergenza».

Una cifra che va ad aggiungersi allo stanziamento di 79 milioni di euro annunciato nel dicembre 2015 a favore dei Paesi del Grande Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Gibuti, Kenya, Somalia, Sudan e Uganda) colpiti da El Niño. Perché ai profughi figli delle dittature e degli uomini forti nostri amici si aggiungeranno anche quelli ambientali, figli incolpevoli dei cambiamenti climatici provocati da uno sviluppo economico che non conoscono e al quale vorrebbero partecipare, attraversando deserti e mari, per fuggire da guerre, carestie e dittature.