Cresce la preoccupazione umanitaria (e ambientale) per Gibe III, la diga “italiana” sull’Omo

[25 marzo 2014]

In Europa e in America  finalmente anche i politici esprimono la loro preoccupazione per la diga  Gibe III e le piantagioni irrigue che sono legate a questa opera faraonica che sta costruendo la ditta italiana Salini Costruttori. Nel luglio del 2006, il governo etiope ha appaltato alla società italiana la realizzazione del più grande progetto idroelettrico mai concepito nel Paese, la diga Gibe III, che con i suoi 240 metri di altezza è destinata a diventare la più alta diga mai realizzata al mondo con quel tipo di tecnologia.  Iniziati nel 2006 subito dopo la firma della commessa da 1,4 miliardi di euro, i lavori di costruzione sono già arrivati a circa metà del totale e i suoi costi continuano a lievitare. Survival International sottolinea che «La diga sbarrerà il corso centro-settentrionale dell’Omo, il fiume che scorre impetuoso per 760 km dall’altopiano etiope fino al Lago Turkana, al confine con il Kenya. Il fiume attraversa i parchi nazionali Mago e Omo e, nel 1980, il suo bacino è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco per la sua particolare importanza geologica e archeologica». Proprio Survival lancia nuovamente l’allarme: «I progetti avranno un impatto catastrofico su uno dei luoghi culturalmente e biologicamente più diversificati sulla Terra. La valle inferiore del fiume Omo  in Etiopia ed il lago Turkana in Kenya sono la patria di 500.000 persone tribali  e noti siti Patrimoni  mondiali dell’Unesco su entrambi i lati del confine».

A raccogliere l’appello dell’associazione che difende i popoli tribali è stato l’eurodeputato del Pd Andrea Zanoni che ha presentato l’interrogazione “Violenze sui popoli indigeni e distruzione dell’ecosistema in Etiopia, fenomeni legati alla costruzione di una diga da parte di una multinazionale italiana”  nella quale si legge: «Nel luglio 2006 il governo dell’Etiopia ha appaltato a una società italiana, parrebbe addirittura senza gara, i lavori per la realizzazione della diga sul fiume Omo denominata “Gibe III”; l’opera, che si trova già in fase avanzata di costruzione, dovrebbe produrre 6.500 Gigawattora all’anno destinati sia al consumo interno che alla vendita all’estero. Secondo quanto riferito da vari organi di stampa, il progetto sembrerebbe essere stato approvato senza alcuna preventiva valutazione del suo impatto socio-ambientale, in violazione dello stesso ordinamento giuridico etiope. L’Epa (Ethiopian Environmental Protection Authority) avrebbe infatti dato retroattivamente il via libera ai lavori solo nel 2008, dopo aver ricevuto un dossier elaborato da un’agenzia milanese che definiva l’impatto socio-ambientale legato al progetto “trascurabile” o addirittura “positivo”.

Ciononostante, gli studi effettuati da vari esperti indipendenti sostengono il contrario, ovvero che la diga avrà un impatto devastante sul delicato ecosistema della regione e sulle comunità indigene che vi abitano. Secondo costoro, infatti, la portata dell’Omo andrà a subire una drastica riduzione, con interruzione del ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente riversano acqua e humus nei terreni limitrofi, rendendo attualmente possibili l’agricoltura e la pastorizia di sussistenza delle comunità locali. L’acqua verrà invece convogliata in canali per consentire l’irrigazione della regione, di cui il governo etiope ha cominciato, a partire dal 2011, ad affittare enormi appezzamenti a investitori statali e privati specializzati nella produzione di biocarburanti. La stampa descrive questo processo quale fenomeno di land grabbing accompagnato dal trasferimento forzato delle tribù, già avviato dalle Autorità etiopi e portato avanti attraverso violenze fisiche e morali(2). Gravissimo potrebbe anche essere, infine, l’impatto sui popoli e sull’ecosistema del lago Turkana in Kenya, alimentato dalle acque dell’Omo. Contro tale scempio, che ridurrà alla dipendenza dagli aiuti stranieri centinaia di migliaia di persone fino a oggi autosufficienti, si sono attivati molti enti e organizzazioni internazionali, primi fra tutti l’Unesco e Survival International».

Quindi Zanoni  chiede alla Commissione europea: « 1. È la Commissione a conoscenza della situazione drammatica che si svolge in Etiopia, relativa alla costruzione di una diga da una ditta europea? Qual è la sua visione della questione? 2. Quali misure si potrebbero adottare per contribuire a porre fine alla violenza contro i popoli indigeni e impedire la distruzione dell’ecosistema?»

Una interpellanza simile è stata presentata da Lord Jones of Cheltenham al Parlamento britannico, chiedendo anche conto sull’utilizzo dei fondi del Department for International Development (Dfid) in progetti di “villaggizzazione” che hanno  comportato lo sgombro forzato di popoli tribali che viola la Carta africana dei diritti dell’uomo.  Lord Jones ha anche chiesto se il governo britannico intenda applicare finalmente anche in Etiopia  le “‘Good Practice Guidelines and Principles Regarding Resettlement”’

Grandi donatori come l’United States Agency for International Development (Usaid)  e la Dfid hanno rinunciato a indagare su quanto sta succedendo nell’area, pur avendo ricevuto rapporti dettagliati sui gravi abusi perpetrati lungo il basso Omo. A febbraio però il Congresso Usa ha chiesto ad Usaid di relazionare sulla situazione ed ha chiesto se i soldi dei contribuenti statunitensi vengano impiegati per finanziare la “villaggizzazione”, il reinsediamento forzato dei popoli tribali del basso Omo.

International Rivers ha messo in rete il video che pubblichiamo che illustra come la diga Gibe III, insieme alle piantagioni di canna da zucchero,  cotone e palme realizzate sui territori tribali da grandi compagnie straniere e legate al governo centrale etiope comportino gravi rischi idrogeologici nella regione. La diga alimenterà centinaia di chilometri di canali di irrigazione deviando l’acqua verso le piantagioni. I progetti avranno anche costi umani estremi, distruggendo le attività di pesca,  gli orti ed sistemi di coltivazione sofisticati ed i pascoli dai quali dipendono gli indigeni che vivono da sempre nel basso Omo.

Da parte sua Human Rights Watch ha realizzato una impressionante infografica che, utilizzando immagini satellitari, dimostra quanto velocemente stia avvenendo ha creato una serie di interessanti infografiche che dimostrano la rapidità con la quale sta avvenendo il furto di terre tribali.

Survival e altre Ong hanno ripetutamente denunciato lo sgombero forzato di centinaia di persone delle etnie Bodi e Kwegu dalle loro case per trasferirli in  campi di reinsediamento, mentre il  governo di Addis Abeba  espropria i loro migliori terreni agricoli per riconvertirli in grandi piantagioni di canna da zucchero.

Survival spiega che «Nel 2011 il governo ha cominciato ad affittare enormi appezzamenti di terra fertile nella regione della bassa valle dell’Omo ad aziende malesi, italiane, indiane e coreane, specializzate nella coltivazione di palma da olio, jatropha, cotone e mais per la produzione di biocarburanti. Per far spazio al grande progetto statale chiamato Kuraz Sugar Project, che potrebbe fagocitare un’area di 245.000 ettari, le autorità hanno iniziato a sfrattare dalle loro terre i Bodi, i Kwegu e i Mursi, trasferendoli in campi di reinsediamento. Sono in fase di reinsediamento forzato anche i Suri che vivono ad ovest dell’Omo, sfrattati per far posto alla piantagione di palma da olio “Koka”. I granai delle comunità e i loro preziosi pascoli sono stati distrutti. Chi si oppone al furto delle proprie terre, viene sistematicamente picchiato e confinato in prigione. Numerose sono le denunce di stupro e persino di uccisione degli indigeni da parte dei militari che pattugliano la regione per tutelare gli operai che lavorano alle infrastrutture e alle piantagioni. A Bodi, Mursi e Suri è stato intimato di liberarsi delle mandrie, che rappresentano una parte essenziale del loro sostentamento, e che nei campi di reinsediamento (dove forse potranno tenere solo qualche capo di bestiame), dovranno dipendere totalmente dagli aiuti governativi».

Anche in Kenia ci potrebbero essere gravissime ripercussioni sul lago Turkana, che riceve più del 90% delle sue acque dall’Omo: «Il drastico abbassamento del livello del lago . – concludono a Survival – potrebbe compromettere irreversibilmente le possibilità di sostentamento di almeno altre 300.000 persone tra cui i Turkana e i Rendille, che dal lago dipendono per pescare e procurarsi acqua potabile».

Videogallery

  • A cascade of development on the Omo River