Crisi idrica, cambiamento climatico e deficit di infrastrutture

La crescita degli investimenti nell’acqua porterebbe a un miglioramento dell’economia per 3,9 miliardi

[26 luglio 2017]

L’economista Alessandro Marangoni, amministratore delegato del centro studi Althesys, che conduce l’analisi Top Utility sulle aziende di servizi pubblici locali e gli acquedotti, non ha dubbi: «La crisi dell’acqua non può essere definita emergenza, perché viene da lontano ed era prevedibile: arriva dal sommarsi del cambiamento del clima con la mancanza di risorse economiche necessarie a fare gli investimenti indispensabili al settore idrico».

Althesys, fa il punto sulla situazione climatica: «Nel solo 2016 la temperatura media annua ha segnato un nuovo record, è stata superiore di 1,35 °C rispetto al trentennio 1961-1990 (fonte: Crea-Mipaaf), e le anomalie idrologiche e termiche hanno contraddistinto anche i primi mesi del 2017, con temperature nettamente superiori alla media (+3,2 °C) associate a una forte riduzione di pioggia (- 53% rispetto alla media nel mese di giugno)».

Per quanto riguarda le infrastrutture idriche, Althesys ricorda che «Le perdite di rete negli acquedotti dei capoluoghi di provincia si sono attestate in media al 35,1% dell’immesso in rete (dati 2015, fonte Istat). La situazione è fortemente diversificata a livello territoriale con valori molto più bassi al Nord (23%) rispetto al Centro (42,7%) e al Sud (43,4%), con picchi del 54,8% in Sardegna».

Marangoni sottolinea che «Gli investimenti sono in crescita, grazie alla visibilità sulle tariffe assicurata dall’azione dell’Aeegsi, ma sono ancora insufficienti. Tali investimenti, se rapportati alla popolazione servita, sono circa 33,5 €/abitante all’anno, a fronte di un fabbisogno stimato di 80 €/abitante. Nel 2015 le maggiori aziende idriche del Paese monitorate dall’indagine Top Utility di Althesys sulle prime 100 utility italiane hanno realizzato investimenti per 1,2 miliardi di euro, pari al 24,1% del loro volume d’affari: non bastano. Secondo la nostra analisi, quelle con la maggior necessità di interventi sulla rete di distribuzione e per i cittadini sono le imprese acquedottistiche del Mezzogiorno».

Tra le aziende monitorate dal Top Utility c’è in effetti una sensibile difformità a livello territoriale: «Le imprese del Sud, nonostante le maggiori criticità, hanno il valore di investimenti per abitante più basso, pari a 27,2 €/abitante a fronte dei 32,3 €/abitante del Nord e i 40,5 €/abitante delle aziende del Centro Italia. Il settore, inoltre, risulta molto concentrato, con i primi dieci operatori che hanno una quota del 70% sui ricavi e del 72,5% sugli investimenti complessivi delle Top 100».

Althesys evidenzia che «La crescita di questi investimenti avrebbe anche benefiche ricadute sull’economia e sull’occupazione. Essi costituiscono, infatti, un motore di sviluppo per la nazione, date le loro peculiarità tipicamente infrastrutturali e il carattere trasversale della domanda indotta rispetto ai vari settori produttivi. Nel complesso, si stima che producano effetti indotti per circa 3,9 miliardi €, occupando fino a 23.000 addetti, tra diretti e indiretti».

Marangoni conclude: «Occorre un approccio di sistema, che tenga in considerazione le differenti necessità di tutti i settori interessati. Serve una strategia integrata nazionale per l’acqua, che definisca indirizzi di lungo periodo e permetta investimenti strategici. Il cambiamento climatico richiede, ad esempio, di predisporre sistemi di accumulo anche in aree geografiche storicamente ricche di risorse idriche, come alcune regioni del Centro Nord. Al contempo, serve aumentare nettamente gli investimenti in manutenzione straordinaria e ammodernamenti delle infrastrutture idriche esistenti, in primis nelle reti acquedottistiche».