Dichiarato lo stato di emergenza PFAS in Veneto. Greenpeace: «Il commissario agisca subito sulle fonti inquinanti»

Zaia: accolte le richieste del Veneto, ma si sono persi un sacco di mesi

[22 marzo 2018]

Dallo studio sulla propensione al consumo di acqua del sindaco in Italia nel 2018, commissionato da Aqua Italia (federata Anima – Confindustria) a Open Mind Research emerge che «Il 73,7% della popolazione italiana ha bevuto acqua del rubinetto (trattata e non) negli ultimi 12 mesi. Un trend positivo con un tasso di crescita sul 2014 di oltre il 10%». Un trend che però non riguarda il Veneto: proprio alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua, il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per i PFAS (sostanze perfluoralchiliche) e ha nominato un commissario straordinario per la gestione dell’inquinamento.

«Si tratta di un  decreto di fondamentale importanza – ha dichiarato il ministro dell’ambiente  Gian Luca Galletti – frutto di un grande lavoro di raccordo tra i vari livelli istituzionali e quanto mai necessario a raccogliere il grido d’allarme della popolazione e dei comitati locali. In questo processo l’impegno del Governo Gentiloni e del nostro ministero è stato fondamentale per recuperare le coperture necessarie alle opere emergenziali. Grazie al contributo del ministero, la totalità dell’intervento non graverà integralmente sulla tariffa del servizio idrico e sulla finanza locale».

Infatti, nell’ambito delle risorse necessarie agli interventi emergenziali, il ministero dell’ambiente  ha impegnato dalle proprie disponibilità finanziamenti circa 80 milioni di euro. Per assicurare una soluzione complessiva del problema il ministero ha contestualmente richiesto «la garanzia di una copertura  integrale degli interventi, per evitare il rischio che si facciano solo interventi fino a concorrenza dei fondi ministeriali per poi fermarsi. Un atto necessario ad assicurare che le opere siano completate anche successivamente all’azione commissariale legata all’emergenza. Per questo motivo, è stato inserito nella delibera e nella successiva ordinanza l’obbligo di allegare un Piano economico degli interventi. Tale piano è necessario a certificare dal punto di vista economico finanziario la copertura dell’intero programma di interventi, facendo leva sui contributi pubblici e sui proventi da tariffa».

Nel dettaglio, si tratta di un il Piano economico finanziario dal quale emerge con chiarezza il contributo pubblico che copre tutta l’emergenza (circa 60 milioni ripartiti nelle annualità 2017/2018) e che arriva a 80 milioni, al quale si aggiungeranno i proventi delle tariffe – che dovranno essere approvate da Arera- per coprire integralmente il totale previsto di 120 milioni di euro.

Esulta il presidente leghista della Regione Veneto, Luca Zaia, che si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa: «Dico che il tempo è galantuomo. Ricordo che quando ho fatto la richiesta dello stato di emergenza per i PFAS a settembre dello scorso anno sono stato attaccato da mezzo mondo, dicendo che erano pure fantasie quelle di pensare ad un commissario e che il governo non l’avrebbe mai concesso. Vedo invece che ora la proposta che ho fatto è stata accolta, anche se ai tempi supplementari, da un governo che in pratica non esiste più. Peccato, perché così si sono persi un sacco di mesi».

Commentando la decisione del Consiglio dei ministri, Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia, ricorda che la Regione non è certo immune da responsabilità: «Dopo diversi anni di sottovalutazione del problema, con la dichiarazione dello stato di emergenza chiesto dalla Regione Veneto si prende finalmente atto della gravità della situazione. Questo cambio di rotta è ovviamente finalizzato alla realizzazione di costosi nuovi acquedotti, necessari a garantire acqua potabile sicura ai cittadini. Tuttavia, se il Commissario non interverrà subito sulle fonti inquinanti, spingendo anche la Regione a completarne il censimento, è sin troppo facile prevedere che molti altri soldi pubblici dovranno essere spesi in futuro per fronteggiare l’emergenza mentre la popolazione veneta rimarrà esposta ai PFAS anche nei decenni a venire».

Comunque, al netto delle polemiche con un governo che ha già le valige in mano, Zaia sottolinea che «La notizia che il governo ha deliberato lo stato di emergenza è comunque un passo importantissimo per mettere la parola fine in tempi brevi a una tematica tanto delicata. Viene premiata la nostra lungimiranza nell’aver affrontato con assoluto rigore un problema sul quale il Veneto sta facendo scuola anche ad altre esperienze simili: siamo stati infatti i primi a porre dei limiti, quando ancora lo Stato non si era mosso, ponendo quelli più restrittivi al mondo per le acque potabili; abbiamo approfondito e intensificato le indagini anche epidemiologiche in materia per garantire la salute dei cittadini; stiamo sviluppando un nuovo sistema acquedottistico all’avanguardia. Ora l’obiettivo è fare bene e fare in fretta, attraverso una struttura commissariale che ci permetterà di snellire le procedure e quindi anche realizzare velocemente il nuovo acquedotto. Conto che, nel giro di un anno, noteremo già i primi benefici e in due o tre potremmo arrivare al completamento dell’opera, cosa che in condizioni normali implicherebbe un tempo almeno doppio».

L’assessore regionale all’ambiente, Gianpaolo Bottacin, conferma:«Ora con lo stato di emergenza e la nomina di un commissario si potranno sensibilmente ridurre i tempi nella realizzazione dei nuovi acquedotti, con la definitiva soluzione del problema. Avendo infatti il commissario la possibilità di emettere anche delle ordinanze si potranno accelerare le procedure e conseguentemente gli interventi necessari per riportare il tutto in condizione di assoluta normalità. È una buona notizia il fatto che arriveranno gli 80 milioni di euro che, come spiegato dai tecnici del ministero nel corso del recente incontro con le Mamme No PFAS svoltosi a Roma, dovranno, in base alla normativa nazionale, necessariamente essere cofinanziati dai consigli di bacino. Resta però inteso che vale il principio del chi inquina paga e quindi al termine del procedimento relativo al danno ambientale, la Regione, che si è  già costituita, chiederà i danni ai responsabili».