«Con i fiumi vuoti, la tentazione di combattere per ciò che rimane può solo crescere»

Dietro i massacri in Iraq e Siria c’è la guerra per il controllo dell’acqua

L’oro blu ha portato più volte il Medio Oriente sull’orlo del conflitto (e oltre). Succede anche a Gaza

[26 agosto 2014]

Mentre l’Unicef denuncia la strage di 700 turcomanni in Iraq, invocando la necessità di un “D-Day umanitario”  per i 700mila profughi in fuga; mentre il presidente siriano Bashar al Assad si prende una rivincita con gli occidentali (che volevano scalzarlo dal suo trono insanguinato), dichiarandosi disponibile a un’alleanza contro le milizie integraliste dello Stato Islamico; mentre l’Iran giura di non aver inviato truppe in Iraq per fermare l’avanzata del Califfato sunnita; nel rincorrersi di questi drammatici eventi Fred Pearce, su Yale Environment 360 svela – o meglio rende più chiaramente leggibile – un aspetto di questa feroce guerra che dietro i genocidi settari ed etnici nasconde nuovamente un conflitto per le risorse. In particolare, quella da cui più dipende la vita: l’acqua.

Pearce, un freelance britannico che lavora come consulente ambientale dal magazine New Scientist e autore di libri come “The Land Grabber” propone una dettagliatissima inchiesta e scrive: «Quest’estate c‘è una guerra dell’acqua in corso in Medio Oriente. Dietro le storie da prima pagina della brutale strage con la quale i militanti sunniti si sono ritagliati uno stato religioso che copre l’Iraq e la Siria, c’è la battaglia per i rifornimenti di acqua che sostengono queste nazioni del deserto. Il sangue è stato versato per conquistare le dighe giganti che controllano i due grandi fiumi della regione, il Tigri e l’Eufrate. Queste strutture immagazzinano vasti volumi di acqua. Mentre gli ingegneri fuggono di fronte all’avanzata dello Stato islamico (ISIS), il pericolo è che il risultato sia una catastrofe, sia deliberata che accidentale».

Anche secondo Russell Sticklor, un ricercatore del Cgiar, un partenariato globale che si occupa di ricerca agricola, «la gestione delle opere idrauliche lungo il Tigri e l’Eufrate richiede un insieme di professionalità à altamente specializzate, ma non c’è alcuna indicazione che lo Stato islamico le possieda».

I tagliagole dell’Isis all’inizio di agosto  hanno conquistato  la diga di Mosul sul Tigri, una struttura già instabile che le forze irachene e Kurde, supportati dagli attacchi aerei Usa, sono riuscite a riprendere  la scorsa settimana. Ma gli ingegneri dicono che senza costanti lavori di riparazione la diga di Mosul potrebbe crollare e il muro d’acqua che si creerebbe ucciderebbe decine di migliaia di persone che vivono nella valle sottostante.

In Medio Oriente ormai le guerre per l’acqua, nascoste da altre motivazioni, sono la norma: l’acqua è al centro dell’assedio israeliano della gigantesca galera palestinese a cielo aperto che è la Striscia di Gaza, e il fiume Giordano è il vero pomo della discordia tra israeliani e palestinesi della Cisgiordania.  L’acqua ha portato più volte sull’orlo della guerra Iraq, Siria e Turchia che si contendono lo sfruttamento dei fiumi. L’Eufrate nasce in Turchia e poi scorre in Siria ed attraversa tutto l’Iraq, dove forma le paludi della Mesopotamia prima di raggiungere il Golfo Persico/Arabo. Anche la sorgente del Tigri è in Turchia, ma il fuiume scorre più ad est attraverso il Kurdistan irakeno semi-indipendente , poi prosegue il suo corso parallelo all’Eufrate prima di mescolare le sue acque nelle paludi del sud. Sono questi due fiumi ad aver dato vita alla “Mezzaluna Fertile” culla, 7.500 anni fa, delle grandi civiltà mesopotamiche ed è qui che c’è stata la prima guerra per l’acqua della quale si abbia notizia: quella per l’Eufrate tra il re di Umma e il re di Girsu. Da quelle epoche remote non molto è cambiato, con la differenza che oggi le dighe ed i canali sono più grandi e che forniscono anche energia idroelettrica.

Se si guarda la carta dell’avanzata dell’esercito dello Stato Islamico si capisce che molte delle battaglie della guerra in corso in Iraq  sono state fatte per impossessarsi delle  grandi dighe. Lo Stato islamico inizia conquistando nei primi mesi del 2013 la vecchia diga siriana di Tabqa, costruita dai sovietici, che sbarra  l’Eufrate appena uscito dalla a Turchia. Tabqa è la più grande diga di terra del mondo ed è la principale fonte di acqua dolce ed energia per 5 milioni di persone, compresa la più grande città della Siria: Aleppo. La sua acqua irriga anche un migliaio di Km2 di terre agricole. A maggio il lago artificiale Assad creato dalla diga di Tabqa era praticamente stato svuotato e in molti incolpano la Turchia di aver approfittato del caos per stoccare l’acqua dell’Eufrate nelle sue dighe a monte. Ma Al Jazeera ha rivelato che gli islamisti avevano ordinato  agli ingegneri di massimizzare la fornitura di energia elettrica, il che ha richiesto lo svuotamento dell’acqua dell’invaso attraverso le turbine idroelettriche. Dalla fine di maggio, lo Stato islamico ha cercato di riempire il serbatoio razionando l’energia elettrica e provocando il blackout ad Aleppo da 16 a 20 ore al giorno. Intanto, altri gruppi armati hanno chiuso una stazione di pompaggio acqua interrompendo le forniture di acqua a un milione di persone.

La vicesegretaria dell’Onu per gli affari umanitari, Valerie Amos, ha condannato quanto successo come una «flagrante violazione del diritto internazionale».  Dalla  diga Tabqa, l’Eufrate dovrebbe scorrere a valle attraverso l’Iraq, fino alla diga di Fallujah che serve ad irrigare i campi che sfamano gran parte del Paese che fu di Saddam Husain. All’inizio di aprile le milizie dello Stato Islamico si sono impossessate anche di questa diga e sembra che la abbiano immediatamente chiusa bloccando il flusso a valle e lasciando senza acqua grandi centri come Karbala e Najaf, la città santa sciita, distanti 160 km.  Il lago artificiale è cresciuto inondando circa 500 Km2 di terre agricole  e di migliaia di case a monte, fino ad  Abu Ghraib, a circa 40 Km da Baghdad. Poi gli islamisti hanno riaperto la diga, causando inondazioni a valle. Un caos che potrebbe essere il risultato dell’ignoranza di combattenti islamici sull’idrologia del fiume e sul funzionamento della diga, ma in molti pensano si sia voluto deliberatamente privare le comunità sciite di acqua. Ariel Ahram, un analista della sicurezza della Virginia Tech University, dice che l’inondazione ad est è stato un atto deliberato per respingere il tentativo delle forze governative irachene di riprendere la diga ed anche il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu in Iraq,  Nickolay Mladenov, l’ha definita un’inondazione deliberata ed ha chiesto il ripristino del controllo “legittimo” del fiume. Il governo iracheno dice di aver ripreso la diga di Fallujah, ma nell’area si continua a combattere.

«Ma – scrive Pearce – la battaglia per la diga di Fallujah può essere un evento secondario rispetto a quella  per molto più grande diga di Haditha, più a monte sull’Eufrate. Questa è la prima struttura irachena sul fuiume dopo che esce di Siria. Con 8 km di sbarramenti, è la seconda più grande diga dell’Iraq. Regola il fiume per tutto l’Iraq, fornendo la maggior parte di acqua per l’irrigazione, oltre a produrre un terzo dell’elettricità del Paese. Da la luce a Baghdad».  Le milizie dello stato islamico controllano le città vicine e nelle ultime settimane hanno lanciato ripetuti attacchi per conquistare Haditha, ma le truppe irakene e le milizie sciite resistono. «Se la diga cade, poi potrebbe essere tagliata una grande fonte di energia elettrica per il capitale –  dice Sticklor –  Se i ribelli sunniti vogliono usare l’acqua come arma di guerra contro il sud sciita del paese, la diga di Haditha sarebbe un’arma potente. Potrebbero interrompere il flusso a valle, rifiutandosi  di fornire acqua o rilasciando un muro di acqua, come hanno fatto a Fallujah questa primavera. Avrebbe un effetto potenzialmente paralizzante sulla produzione alimentare e l’attività economica nelle zone centrali e meridionali del Paese. Potrebbe anche essere letale».

Il bacino artificiale di Haditha è da tempo considerato una potenziale arma di guerra. Alla fine di giugno, i dipendenti della diga hanno detto al New York Times che i generali del governo iracheno erano pronti a provocare un’inondazione per annegare le forze dello Stato Islamico piuttosto che rinunciare alla diga. Quando 10 anni fa le truppe Usa invasero l’Iraq la diga di Haditha era il loro primo obiettivo, temevano che Saddam Hussein avrebbe causato una catastrofica alluvione. E Saddam aveva già utilizzato l’acqua come arma dopo la prima guerra del Golfo, quando fece costruire enormi terrapieni per deviare sia il Tigri e l’Eufrate e seccare le paludi della Mesopotamia, dove si nascondevano i ribelli sciiti.

Le milizie dello Stato Islamico hanno tentato anche di controllare il corso del Tigri, e all’inizio della loro offensiva avevano conquistato la diga di Samarra, poco a monte di Baghdad, che viene utilizzata a fini irrigui. Scaramucce sanguinose che alla fine potrebbero paralizzare il granaio del paese.

Molto peggio potrebbe succedere alla diga di Mosul, ora di nuovo in mani irakene e kurde, che sbarra l’Eufrate a circa 40 Km da Mosul, la seconda città dell’Iraq. La diga era già prima degli attacchi e contrattacchi un disastro ingegneristico in attesa di crollare accadere. Già nel 2007, l’ U.S. Army Corps of Engineers la definì  «La diga più pericolosa del mondo»: è costruita su gesso poroso che viene continuamente dissolto dall’acqua del bacino, creando doline che minacciano l’integrità strutturale della diga. Nel 2011, il governo iracheno aveva fatto un contratto da 2 miliardi di euro con il gruppo tedesco Bauer per rimettere in scurezza a diga, ma i lavori non sono mai cominciati a causa della situazione di guerra strisciante e poi palese in Iraq. La diga per ora resiste miracolosamente grazie a rinforzi fatti di migliaia di tonnellate di cemento. La diga può contenere più di 11 Km3 di acqua e in un rapporto l’US Army Corps of Engineers cita uno studio del 2004 di Mark Wheeler della società di ingegneria Black and Veatch che prevede che un crollo della diga inonderebbe Mosul entro tre ore e che l’onda di piena raggiungerebbe i 20 metri di altezza. Entro 72 ore Bagdad verrebbe colpita da un’onda alta 4 metri.

Nonostante questi possibili disastri  In Iraq e nei Paesi vicini si pensa di costruire altre dighe. Il Kurdistan Irakeno vuole terminare di costruire la diga di Bekhme, su un affluente del Tigri, vicino al confine turco, rimasta a metà al tempo di Saddam. Sarebbe alte 230 e la più grande in Iraq.  Sia la Turchia che l’Iran stanno captando sempre più acqua  dei fiumi. La Turchia costruisce  dighe sia sul Tigri che sull’Eufrate.  Qualche settimana fa i ricercatori britannici Furat Al-Faraj e Miklas Scholz dell’Università di Salford ha segnalato la scomparsa del fiume Diyala, che gli iraniani chiamano Sirwan, un importante affluente del Tigri che irrigava i campi intorno a Bagdad. Ma negli ultimi 15 anni, gli iraniani hanno ridotto il suo flusso di oltre la metà e nel 2018 prevedono di completare una nuova diga. Prima il Karkeh contribuiva a riempire le paludi mesopotamiche, ma l’Iran vuole utilizza così tanto le sue acque per l’irrigazione che il fiume ormai riesce raramente, ridotto ad un rigagnolo, ad attraversare la frontiere con l’Iraq.

Pearce sottolinea che «Questa costruzione di dighe sorvola di fronte alla crescente evidenza che l’intera regione sta diventando più secca».  Al-Ansari  conferma: «La  piovosità sotto la media si è protratta per quasi un decennio. Meno piogge, insieme alla captazione dell’acqua hanno ridotto il flusso sia del Tigri e dell’Eufrate di oltre il 40%  negli ultimi anni».

Alcuni analisti evidenziano che l’intensa siccità del 2007-2009 e il conseguente crollo dell’agricoltura sono state una delle principali cause della guerra civile in Siria, provocando una disgregazione sociale, con molti contadini diventati rifugiati interni, i prezzi dei prodotti alimentari alle stelle nelle città.

In uno studio del 2009 un team di climatologi giapponesi e israeliani prevedeva che  la siccità nell’area diventerà permanente e che la Mezzaluna Fertile, che ha sostenuto le popolazioni della regione per migliaia di anni, «scomparirà del tutto entro questo secolo». Pearce conclude: «Con i fiumi vuoti, la tentazione di combattere per ciò che rimane può solo crescere. E questa è davvero una tragedia per tutti».