Difesa idraulica, la Toscana fa la “radiografia” agli argini dei fiumi

[18 marzo 2015]

Intervenendo al convegno “Il rischio idrogeologico in Toscana: le strutture arginali“, l’assessore regionale all’Ambiente e all’energia della Toscana, Anna Rita Bramerini (nella foto) ha sottolineato che «avere un quadro conoscitivo chiaro e completo è il primo passo serio verso una seria difesa idrologica del nostro territorio. La legge regionale 79 insieme alla riforma dei Consorzi, ha portato un’altra novità e cioè il Piano annuale della difesa del suolo, che ci permette di destinare risorse significative ogni anno con l’obiettivo di realizzare via via gli interventi prioritari in un’ottica di mitigazione del rischio. Per questo la Regione si sta dotando di strumenti che l’aiutano a individuare le soluzioni più efficaci. Uno di questi è quello presentato oggi, lo studio sull’efficienza degli argini. Ce ne sono altri due, ai quali dedicheremo rispettivamente altre due giornate: lo studio sul trasporto solido dei fiumi e quello sulle precipitazioni e la preventiva individuazione dei loro effetti sul suolo».

Secondo Erasmo D’Angelis coordinatore dell’Unità di Missione Italia Sicura del governo, «la fase della logica emergenzialista è chiusa, abbiamo voltato pagina. Siamo entrati in una nuova fase, in cui abbiamo fatto partire una grande operazione di difesa. Si fa difesa, prevenzione e quindi si pianifica. In questo nostro Paese così vocato alla rischiosità, primo compito è prendere coscienza del rischio, quindi programmare interventi che ci difendano dai disastri. E’ inutile puntare sulle grandi opere in Italia, si va sulle piccole e medie, quelle che ci danno la garanzia della massima sicurezza. Il Governo per il 2015 ha previsto 1 miliardo e 200milioni di euro per il piano aree metropolitane a realizzare le opere già cantierabili (i primi 700 milioni già stanziati a febbraio dal Cipe) e 9 miliardi per i prossimi sette anni. Stiamo investendo in questa grande opera di difesa che significa anche dimostrare di non aver perso quella cultura della difesa che i nostri avi avevano. La storia racconta che siamo stati sempre i primi a capire le soluzioni. Purtroppo siamo stati gli ultimi a applicarle. Dimostriamo che possiamo essere molto capaci nelle opere concrete».

Il convegno è stata l’occasione per presentare lo studio che la Regione e Urbat hanno commissionato all’università di Firenze per sviluppare uno strumento tecnico in grado di valutare lo stato di efficienza delle strutture arginali fluviali. «In parole povere – dicono alla Regione – è nato un modello che fa una sorta di radiografia agli argini con la quale è possibile adesso comprendere la loro solidità, individuare eventuali punti critici e quindi programmare gli interventi. E’ un software capace di modellare il comportamento delle strutture arginali con livelli di dettaglio sempre maggiori. «Parte da un’analisi di inquadramento – spiegano ancora in Regione – , cioè dal contesto geomorfologico in cui l’argine si trova, dalle caratteristiche fisico-chimiche del terreno su cui sorge, dal materiale in cui è costruito, fino ad arrivare ad un’analisi più sofisticata per la quali sono richiesti sia dati di base di dettaglio supportati da specifiche indagini in sito, sia la caratterizzazione delle grandezze idrauliche del corso d’acqua e dell’evento di piena atteso».

In Toscana ci sono 540 km di argini per 450 km di corsi d’acqua e fino ad ora il modello “radiografia” è stato applicato su 65 km di corsi d’acqua, dove erano già disponibili tutti i dati necessari. La Regione sottolinea che «dall’analisi emerge che nel caso di eventi di piena di tipo frequente (ovvero che si verifica mediamente 1 volta ogni 30 anni) il 73% delle strutture arginali toscane hanno un rischio medio/basso mentre il 26% un rischio alto. Nel caso di un evento poco frequente (ovvero che si verifica mediamente 1 volta ogni 200 anni) la percentuale di quelle che hanno un rischio medio basso scende al 65%, contro il 35% delle strutture che registrano un rischio alto».

L’esempio che viene portato è quello del  Serchio, che nel 2009 esondò rompendo le arginature e sul quale è stato applicato l’esame dei raggi X fornito dal nuovo modello, lo studio dice che: «Sul Serchio, (modellato nel tratto Ponte a Moriano-Nozzano ), le strutture arginali risultano avere un comportamento diversificato in relazione alla tipologia di evento di piena, in particolare per eventi frequenti, il 33 % risulta essere caratterizzato da rischio molto elevato, una criticità che sale fino al 52% nel caso di eventi poco frequenti ma più intensi. Questo a confermare la necessità dei numerosi interventi di consolidamento degli argini già in via di esecuzione proprio sul Serchio».

Per l’applicazione del modello sarà necessario acquisire i dati più dettagliati necessari alla radiografia puntuale dell’argine interessato. Un lavoro complesso che sarà svolto progressivamente su tutti i 540 km di argini toscani.