Dissesto idrogeologico, le migliori pratiche di prevenzione in Italia

D'Angelis ( #italiasicura), «Abbiamo aperto o riaperto 783 cantieri»

[31 marzo 2015]

L’Associazione Civita ha ospitato oggi il workshop “Dissesto Idrogeologico: le migliori pratiche di prevenzione”, organizzato dal Centro Elettromeccanico Sperimentale Italiano (CESI) con la partecipazione della Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il Cesi ha ricordato che «A 25 anni dall’approvazione della Legge Quadro sulla difesa del suolo, si registrano un’improcrastinabile inefficacia e impotenza dell’azione operativa, delle soluzioni e delle risposte tecniche a disastri idrogeologici che ricorsivamente e con sempre maggiore violenza feriscono l’Italia e l’Europa. I dati parlano chiaro. In Italia, negli ultimi ‘70 anni, frane e inondazioni sono state la causa di migliaia di vittime e di una serie di danni, pari a 61,5 miliardi di euro. Secondo i dati contenuti nel primo Rapporto Ance-Cresme, le aree a elevata criticità rappresentano il 9,8% della superficie nazionale e riguardano l’89% dei Comuni, su cui sorgono 6.250 scuole e 550 ospedali. Ad aggravare il quadro è il consumo del suolo, aumentato del 156% dal 1956 a oggi, a fronte di un incremento della popolazione del 24%».

Un problema che colpisce duramente anche il resto dell’Europa, dove,  solo nel 2014, piogge torrenziali, tempeste e alluvioni hanno ucciso migliaia di persone e provocato danni per circa 23 miliardi di euro. Uno  studio pubblicato su Nature Climate Change da un team di ricerca coordinato dall’Institute for Environmental Studies olandese, ha fatto la prima valutazione europea del rischio di alluvione con previsioni fino al 2050, ne emerge che «Tra il 2000 e il 2012 le inondazioni hanno provocato una perdita media annua di circa 4,9 miliardi di euro, che potrebbero salire a 23,5 miliardi entro il 2050, tenuto conto che la loro frequenza potrebbe aumentare da una media di una volta ogni 16 anni a una volta ogni 10, coinvolgendo più nazioni allo stesso tempo». Anche questa ricerca individua nella prevenzione l’unica strada da seguire.

Dalle due tavola rotonde – “Il punto di vista delle aziende del sistema infrastrutturale italiano” e “Tutela del Territorio: quale futuro per l’Italia” – del  workshop  di oggi, sono emerse significative best practices nell’utilizzo di soluzioni tecnologiche, con  importanti testimonianze sul problema del dissesto idrogeologico.

Il CESI ha sottolineato che il suo approccio per la tutela del territorio si sviluppa su tre leve: azione predittiva, preventiva e progettuale. Matteo Codazzi, Amministratore Delegato CESI, ha detto che «La straordinaria bellezza dell’Italia è purtroppo costretta alla convivenza con un territorio soggetto a frane, allagamenti e alluvioni. Fenomeni che hanno accompagnato da sempre la nostra storia. In particolare, il 2014 sarà ricordato come uno degli anni peggiori, in cui ben 19 Regioni su 20 sono state colpite da catastrofi. Non dobbiamo però rassegnarci e accettare questo fatto come ineluttabile. Esistono oggi numerosi strumenti tecnologici e pratiche operative eccellenti che consentono di prevedere, monitorare e intervenire efficacemente per ridurre il rischio e i danni. È responsabilità di tutti utilizzare queste soluzioni innovative per preservare il nostro prezioso territorio. La giornata di oggi, che abbiamo fortemente voluto fosse incentrata su un costruttivo dialogo tra istituzioni e aziende, ha l’obiettivo di mettere a fattor comune esperienza e best practices e rappresenta un primo contributo di CESI, che mette a disposizione le proprie soluzioni innovative e il proprio knowledge decennale nel settore».

Il Sistema Italiano Rilevamento Fulmini (SIRF), che fa parte della rete pan-europea EUCLID, monitora ogni singolo fulmine sul territorio nazionale, 24 ore su 24 tutto l’anno e al CESI spiegano che «Grazie all’estrema velocità di ritorno del dato e alla copertura omogenea di tutta la penisola, il monitoraggio dei fulmini è utilizzato per l’allerta di nowcasting (previsioni a poche ore) alle strutture sensibili e alla popolazione. È ormai, infatti, ampiamente provata la stretta correlazione tra la numerosità dei fulmini all’interno di un temporale o di un ciclone e l’intensità della precipitazione. Questo conferma che la mappatura dei fulmini è uno strumento affidabile in grado di segnalare i fenomeni intensi in formazione e in arrivo con qualche ora di anticipo, sufficienti a mettere in atto le procedure emergenza già pianificate. Nel 2014 i fulmini in Italia sono stati quasi 3,5 milioni, molti dei quali ad altissima intensità, rispetto a circa 1,7 milioni nel 2013. Nell’anno appena trascorso è stato registrato il picco massimo dal 2000. Le Regioni più colpite sono quelle del Centro Nord, in particolare la Toscana, la Liguria e il Veneto».

Molto importanti sono anche le tecnologie per il monitoraggio dei movimenti franosi con il CESI che si occupa della progettazione e dell’installazione di sistemi automatici di monitoraggio di fenomeni di dissesto, di teleassistenza e di interpretazione in continuo dei dati raccolti per rilevare precocemente eventuali anomalie, emettere early-warning e attivare per tempo procedure di evacuazione delle comunità sul territorio. Qui il  metodo ANP-Analytic Network Process permette di definire un rating dei progetti cantierabili e di identificare le migliori soluzioni progettuali, creando una vera e propria graduatoria sulla base della quale effettuare la scelta definitiva degli interventi da realizzare a fronte alle reali disponibilità economiche.

Nel suo intervento, Erasmo D’Angelis, responsabile #italiasicura, ha sottolineato che «Il Governo, per la prima volta nella storia della Repubblica sceglie con convinzione la strada che doveva essere imboccata qualche decennio fa, quella della prevenzione. Non troverete più notai dei disastri, ma gente che si è infilata finalmente gli stivali, cantieri con operai e ingegneri per quelle opere strutturali che servono ad aumentare la sicurezza da frane e alluvioni e che attendevano da 30 o 4 anni. Non esistono bacchette magiche, ma tanto lavoro e migliaia di piccoli e medi cantieri. In 8 mesi ne abbiamo aperti o riaperti 783 investendo 1.072 milioni dei 2,3 miliardi recuperati e non spesi negli ultimi 15 anni. E il 20 febbraio il Cipe ha stanziato i primi 700 milioni per il piano di investimenti da 1,2 miliardi per le 14 città metropolitane. Abbiamo finalmente un piano nazionale che prevede 7.152 opere in tutte le Regioni, il 90% da progettare, e abbiamo definito una spesa mai finanziata in Italia per 9 miliardi complessivi. Questa è la più grande opera pubblica di cui ha bisogno il Paese che in questo momento mostra uno stato di dissesto idrogeologico inaccettabile per un’Italia moderna, forte, avanzata, che guarda all’oggi e al futuro. La prevenzione passa da opere strutturali, dalla maggiore coscienza del rischio e da comportamenti adeguati, dalla fine della stagione delle sanatorie e dei condoni, e anche dalla messa in opera di soluzioni tecniche di difesa e autodifesa che siamo stati bravi ad esportare all’estero e che porteremo anche in Italia con i primi progetti pilota tra Genova e Firenze».