Ecosistema urbano 2017, Legambiente misura la sostenibilità delle città italiane

«Rammarico per l’eccellenza, che in nessun capoluogo riguarda tutti gli aspetti della qualità ambientale e dei servizi al cittadino»

[30 ottobre 2017]

Giunto quest’anno alla sua 24esima edizione, Ecosistema urbano torna a rimescolare la classifica della sostenibilità tra i 104 capoluoghi di provincia italiani, offrendo una preziosa occasione per valutare gli scivoloni verso il basso come i progressi già agguantati e quelli che ancora rimangono da conquistare. Dall’edizione 2017 del rapporto annuale elaborato da Legambiente – con il contributo scientifico dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia e la collaborazione editoriale de Il Sole 24 Ore – e presentato oggi a Milano, emerge come sempre un quadro assai variegato, con un punteggio assegnato ad ogni città sulla base di 16 indicatori suddivisi in macroambiti: aria, acqua, rifiuti, mobilità, ambiente urbano, energia.

A svettare nella classifica di Ecosistema urbano 2017 è stavolta Mantova, seguita sul podio dalle habitué Trento e Bolzano, mentre i peggiori risultati vanno nell’ordine a Enna, Brindisi e Viterbo; nelle ultime venti posizioni si segnalano in particolare anche Napoli (86°) e Roma (88°), ciclicamente vittime dell’emergenza smog e rifiuti. «Si potrebbe esser tentati di estrarre una immodificabile formula matematica dai dati di Ecosistema urbano – commenta però Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane di Legambiente e curatore insieme a Mirko Laurenti del report – Affermare che la qualità ambientale è cosa che appartiene in via esclusiva alle piccole e medie città del Nord sarebbe però parziale e iniquo rispetto ad alcune realtà che si danno da fare, lavorano e si trasformano anche in altre aree del Paese come Oristano, Pesaro, Cosenza o la stessa Milano (che nel corso degli anni s’è lasciata alle spalle il fondo della classifica arrivando quest’anno alla 31esima posizione, ndr), che di sicuro non è una cittadina di provincia». L’Italia del buon ecosistema urbano per Fiorillo è semmai quella «che in uno o più ambiti produce ottime performance o raggiunge l’eccellenza. Il rammarico è legato al fatto che questa eccellenza non riguarda in nessun capoluogo tutti gli aspetti della qualità ambientale e dei servizi al cittadino».

Nessun Eldorado ambientale dunque tra i capoluoghi italiani, ma una rassegna di buone pratiche da imitare come anche di pessimi risultati da migliorare. Qualche esempio? Sul fronte aria, per il Pm10 – tra 2016 e 2015 – scendono da 49 a 36 i capoluoghi che superano per più dei 35 giorni consentiti dalla normativa nell’arco dell’anno il tetto massimo delle polveri sottili, anche se in 6 città si va addirittura oltre il doppio dei giorni di superamento (erano 21 nel 2015) con record negativi a Torino, Frosinone e Milano; quest’anno, inoltre, la grave esposizione allo smog che sta soffocando il nord Italia (in anticipo rispetto all’ormai consueta emergenza invernale) non lascia presagire grandi risultati nell’edizione 2018 di Ecosistema urbano.

Per quanto riguarda invece l’acqua nel 2016 sono solo 17 i capoluoghi con perdite idropotabili superiori al 50% (con punte di oltre il 60% a Frosinone, Vibo Valentia, Campobasso, Latina, Nuoro e Oristano), e come lo scorso anno sono soltanto 6 le città virtuose che riescono a contenere le perdite a meno del 15% (Monza, Foggia, Macerata, Lodi, Ascoli, Pordenone). Sul lato depurazione non va meglio: soltanto in 39 capoluoghi più del 95% degli abitanti sono allacciati alla rete di trattamento dei reflui fognari, mentre rimangono 4 città che non raggiungono il 50% di scarichi trattati in impianti idonei (Palermo, Treviso, Catania e Benevento). Nel frattempo sul nostro Paese – proprio per i ritardi e le inefficienze nel trattamento degli scarichi fognari – pesano già due condanne e una terza procedura d’infrazione Ue. Questo significa che oltre ai costi ambientali ci sono quelli economici a carico della collettività: la sanzione comunitaria è scattata il 1 gennaio 2017 e dobbiamo pagare all’Europa 62,7 milioni di euro una tantum a cui si aggiungono 347mila euro per ogni giorno che passa sino a che non saranno sanate le irregolarità.

Passando dai reflui fognari alla voce “rifiuti”, Legambiente nota che «mediamente le città italiane più grandi producono più rifiuti rispetto alla media europea, ma le percentuali di raccolta differenziata sono quasi sempre migliori: Torino e Milano, ad esempio, avviano a riciclaggio una quantità di spazzatura quattro volte maggiore di quella di Madrid o Parigi».  In ogni caso, nel 2016 si è registrato un incremento del +2,27% della raccolta differenziata, che nonostante questo è passata dal 45,15% del 2015 al 47,42% del 2016: l’obiettivo di legge del 65% che avrebbe dovuto essere raggiunto entro il 2012 è stato raggiunto da sole 22 città su 104 capoluoghi. Questo per quanto riguarda le quantità di rifiuti urbani – il rapporto Ecosistema urbano non si occupa dei rifiuti speciali, che in Italia sono oltre il quadruplo – raccolti in modo differenziato. E dopo? Sulla qualità della raccolta differenziata il rapporto non si sofferma, come non ci sono dati sugli acquisti pubblici – magari di beni prodotti con materiali riciclati – effettuati dalle pubbliche amministrazioni, in modo da sostenere o meno l’economia circolare. Sullo stesso versante, invece, si osserva che «Bologna che si è conquistata un posto al sole, con una potenza di fotovoltaico sui tetti di scuole e uffici pubblici che in numeri assoluti non ha pari in Italia», mentre «Oristano (10°), in Sardegna, che figura nella top ten dei capoluoghi, ricicla più spazzatura (oltre il 70% di raccolta differenziata ma ricordiamo qui che i Comuni non riciclano, semmai differenziano che è cosa ben diversa, ndr) di tanti Comuni settentrionali ed è protagonista di un buon incremento del fotovoltaico pubblico».

«Quella urbana – sintetizza insomma la presidente di Legambiente Rossella Muroni – è una grande questione nazionale. Nelle città si gioca una partita importante, è qui che passa la sfida dell’innovazione e della sostenibilità ambientale, della coesione sociale e dell’integrazione, della rigenerazione urbana e una parte della lotta ai cambiamenti climatici. Per questo è fondamentale che a livello nazionale venga definito un piano per le città metropolitane che garantisca investimenti economici e politiche coerenti per sostenere i comuni virtuosi ma, anche e soprattutto, per colmare vuoti di competenze e di volontà politica che stanno condannando, ad esempio, il nostro Paese a soffocare nello smog».

L. A.