Europa, trattamento acque reflue urbane: la situazione migliora ma rimangono zone d’ombra

[7 agosto 2013]

In base ad una direttiva europea del 1991, le città e gli agglomerati urbani dell’Unione europea sono tenuti a raccogliere e trattare le loro acque reflue urbane. Più precisamente gli Stati membri sono tenuti a dotarsi di sistemi di raccolta delle acque reflue urbane (depuratori) e a garantire che l’acqua che entra nei sistemi di raccolta subisca un opportuno trattamento “secondario” volto a rimuovere le sostanze inquinanti.

Le acque reflue che arrivano in aree sensibili (quali i siti di balneazione o le riserve di acqua potabile, ad esempio) sono sottoposte a un’ulteriore forma di trattamento più spinto.

L’ultimo rapporto della Commissione in cui sono analizzati i dati relativi al periodo 2009-2010,  evidenzia miglioramenti nella raccolta e nel trattamento delle acque reflue, anche se sussistono notevoli differenze tra gli Stati membri.

Tra i Paesi virtuosi l’Austria, la Germania e i Paesi Bassi, che si sono conformati in larga misura alle norme minime dell’UE. Anche gli Stati membri “nuovi”, che beneficiano di termini più ampi per mettersi a norma, l’ultimo dei quali scadrà nel 2018, hanno fatto progressi. Del resto i progressi vanno di pari passo con considerevoli investimenti di sostegno dell’UE, per un importo pari a 14,3 miliardi di EUR nel periodo 2007-2013.

«Il trattamento delle acque reflue è un test fondamentale per la società: eliminiamo i rifiuti che produciamo o stiamo rovinando l’ambiente da cui dipendiamo?», domanda Janez Potočnik, Commissario per l’Ambiente. «Sono soddisfatto di vedere che le tendenze vanno nella direzione giusta e sono lieto di constatare che l’azione della Commissione, che associa misure di sostegno finanziario a, se necessario, azioni legali, sta dando i suoi frutti a vantaggio dei cittadini europei».

Nello specifico: il tasso di raccolta è molto elevato, con 15 Stati membri che raccolgono il 100% del loro carico inquinante totale. Tutti hanno mantenuto o migliorato i risultati già ottenuti, sebbene il tasso di conformità sia tuttora inferiore al 30% in Bulgaria, Cipro, Estonia, Lettonia e Slovenia; i tassi di conformità per il trattamento secondario sono pari all’82%, con un aumento di 4 punti rispetto alla relazione precedente.

Tuttavia vi sono enormi differenze tra l’UE-15, dove i tassi erano compresi tra il 90 e il 100% e l’UE-12, dove in media la conformità era del 39%; i tassi di conformità per il trattamento più “spinto” destinato a contrastare l’eutrofizzazione o ridurre l’inquinamento batteriologico che potrebbero avere ripercussioni sulla salute umana, sono, complessivamente, pari al 77%.

Gli Stati membri dell’UE-12 hanno raggiunto in media solo il 14%, mentre l’Austria, la Germania, la Grecia e la Finlandia registrano una percentuale di conformità del 100%; la parte del territorio UE designata come “area sensibile” registra un aumento di due punti rispetto alla relazione precedente, raggiungendo quasi il 75%. L’aumento maggiore si è registrato in Francia e in Grecia.

Il migliore trattamento delle acque reflue e la minor quantità di scarichi non trattati che arrivano nell’ambiente, hanno indubbiamente consentito di migliorare la qualità delle acque di balneazione. All’inizio degli anni ‘90, solo il 60% circa dei siti di balneazione vantava acque di qualità eccellente, mentre oggi tale cifra è pari al 78%. Ovviamente non sono tutte rose e fiori. Meno della metà delle 27 capitali europee sono dotate di un adeguato sistema di raccolta e di trattamento, nonostante che le norme siano state fissate più di 20 anni fa.

In Italia, che per inadempienze in questo settore, sta subendo procedimenti d’infrazione, il trattamento secondario raggiunge il 64% e il tasso di conformità per la raccolta raggiunge l’87%.