La tutela e il risanamento dei corsi d’acqua è una priorità, e non solo ambientale

L’Italia liquida e la green economy dei fiumi

Come reperire le risorse? Fondi europei ma anche tariffazione progressiva e interventi sui canoni ci concessione

[12 marzo 2014]

I fiumi italiani continuano ad essere visti troppo spesso solo come un pericolo o una minaccia per il rischio connesso con la loro esondazione o un ricettacolo di scarichi non depurati, industriali, sversamenti accidentali, se non una risorsa da sfruttare il più possibile per altri uso accumulando derivazioni, prelievi di acqua o di ghiaia, interventi di regimazione o cementificazione degli alvei. Al contrario, sono troppo pochi in Italia i casi in cui si è deciso di investire sui corsi d’acqua attraverso la loro riqualificazione, interventi di rinaturalizzazione, di prevenzione e mitigazione del rischio e insieme di tutela degli ecosistemi.

L’Europa ci chiama con forza e da tempo (a partire dall’approvazione della direttiva 2000/60) ad avere corsi d’acqua in buono stato entro il 2015, un obiettivo che deve essere ancora raggiunto da oltre metà dei fiumi italiani (stando agli ultimi dati di carattere nazionale, pubblicati dall’Ispra). Inoltre si continuano a verificare ancora numerosi casi di inquinamento dei corsi d’acqua, dei laghi o delle falde che causano gravi danni ai fiumi e ai loro ecosistemi, ai territori e alle popolazioni, con grande preoccupazione anche in merito alle conseguenze sanitarie che possono derivare dall’utilizzo – potabile, agricolo soprattutto – dell’acqua contaminata.

Oltre questi aspetti prioritari c’è infine la minaccia di pesanti sanzioni per le procedure di infrazione che scaturirebbero dal mancato rispetto delle indicazioni dettate dalle direttive, che ci spingono a ripensare e rilanciare una seria e concreta politica di tutela delle risorse idriche, a partire dai fiumi.

Perché gli obiettivi prefissati siano rispettati, è necessario però attuare non semplici programmi di opere di depurazione e riduzione degli scarichi. Occorrono piani strategici articolati in azioni che coinvolgono diversi attori (pubblici e privati, istituzioni, associazioni, cittadini, tecnici ed esperti del settore) puntando a ridurre i prelievi e i carchi inquinanti, ricorrendo anche a misure innovative e efficaci: riqualificazione dei corsi d’acqua, rinaturalizzazione delle sponde, affrontare il problema dell’impermeabilizzazione dei suoli a partire dalle aree urbane, fitodepurazione, riutilizzo delle acque ai fini industriali e irrigui, e altre ancora.

L’auspicata trasformazione delle politiche idriche nel nostro Paese dunque deve mettere in campo un profondo rinnovamento e rappresentare una vera opportunità in termini non solo ambientali ma anche economici e occupazionali. Un recente studio dell’istituto di ricerche Ambiente Italia ha stimato che a fronte di un investimento ipotizzato nel settore idrico di 27 miliardi di euro nei prossimi dieci anni si potrebbero creare oltre 45.000 posti di lavoro.

Rimane però il nodo, oggi sempre più complesso da sciogliere, su come reperire le risorse. Su questo il dibattito è ancora aperto con possibili strumenti da applicare. Di seguito ne riporto alcuni che a mio avviso possono essere applicati fin da subito. Sul servizio idrico occorre definire una tariffazione progressiva che tenga conto delle condizioni economiche e sociali degli utenti, scoraggi i grandi consumi e che preveda l’attuazione del full cost recovery al fine di farsi carico dei relativi costi e attui il fondamentale principio “chi inquina paga” considerando i costi “esterni” ambientali dell’utilizzo della risorsa.

Oppure prevedere opportune tasse di scopo, considerando anche l’auspicio della Commissione Europea per uno spostamento sostanziale dalla tassazione del lavoro verso la tassazione ambientale, entro il 2020. A questo proposito un importante opportunità deriva anche dai canoni di concessione stabiliti dalle regione per i diversi usi della risorsa idrica in Italia (imbottigliamento, agricolo, industriale, energetico). Uno strumento molto poco utilizzato, come dimostra il caso esemplare delle acque in bottiglia, in cui i canoni sono molto diversificati da regione a regione, presentando comunque importi sempre irrisori.

Infine c’è la grande opportunità dei Fondi strutturali europei, su cui oggi si sta ragionando a livello regionale, che dovrebbero vedere nelle politiche di tutela delle risorse idriche e di applicazione degli obiettivi delle direttive europee acque (2000/60)e alluvioni (2007/60), una delle loro finalità principali, coniugando al miglioramento ambientale dei fiumi e dei corpi idrici anche investimenti per la riqualificazione e il rilancio dei territori e delle comunità.