Fracking: le iniezioni di acque reflue provocano terremoti

Un Rapporto Usgs conferma in 8 Stati i dati del recente studio sui sismi indotti in Texas

[24 aprile 2015]

L’U.S. Geological Survey (Usgs) afferma di aver fatto notevoli passi avanti in campo scientifico per capire il potenziale dei terremoti indotti, cioè dei sismi provocati da attività artificiali e ricorda che «l’attività sismica è nettamente aumentata dal 2009 negli Stati Uniti centrali e orientali. L’aumento è stato collegato alle operazioni industriali che smaltiscono acque reflue iniettandole in pozzi profondi». Insomma, dal fracking per estrarre gas e petrolio dagli scisti.

La conferma arriva dal rapporto  “Incorporating Induced Seismicity in the 2014 United States National Seismic Hazard Model—Results of 2014 Workshop and Sensitivity Studies” dell’Usgs, che «delinea una serie preliminare di modelli per prevedere quanto potrebbero essere pericolosi i terremoti nelle zone in cui sono stati registrati forti aumenti di sismicità. In ultima analisi, i modelli hanno lo scopo di calcolare quanto spesso ci si aspetta che si verifichino terremoti nel prossimo anno e quanto forte tremerà il terreno come risultato».

Il rapporto individua anche i problemi che devono essere risolti per sviluppare un final hazard model, che dovrebbe essere reso noto entro la fine dell’anno, dopo che verranno ulteriormente esaminati i modelli di rischio preliminari, che, avverte l’Usgs, «devono essere considerati di natura sperimentale e non devono essere utilizzati per il processo decisionale».

Scienziati dell’Usgs hanno identificato 17 aree in 8 Stati Usa nelle quali sono stati registrati aumenti dei tassi di sismicità indotta, e spiegano che «dal 2000, molte di queste aree hanno sperimentato alti livelli di sismicità, con un sostanziale aumento dal 2009 e che continuano oggi. Questa è la prima valutazione globale dei livelli di rischio associati con i terremoti indotti in questi settori».

Le mappe che illustrano lo studio individuano queste aree a sismicità indotta in  labama, Arkansas, Colorado, Kansas, New Mexico, Ohio, Oklahoma e Texas; partendo da qui gli scienziati hanno sviluppato i modelli, analizzando i terremoti in queste zone e considerando periodicità, siti, magnitudo massima e movimenti del suolo.

Secondo Mark Petersen, a capo del National Seismic Hazard Modeling Projec dell’Usgs, «questo nuovo rapporto descrive per la prima volta come i terremoti indotti dall’iniezione possano essere inclusi nelle mappe della pericolosità sismica Usa. Questi terremoti si verificano ad un tasso superiore rispetto al passato e rappresentano un rischio maggiore per le persone che vivono nelle vicinanze. L’Usgs sta sviluppando metodi che vincono le sfide di valutare i rischi sismici in queste regioni, al fine di sostenere le decisioni che aiutano a mantenere le comunità al sicuro di terremoti».

Nel 20143 l’Usgs aveva pubblicato mappe aggiornate della pericolosità sismica negli Stati Uniti che descrivono i livelli di rischio per i terremoti naturali. Queste mappe vengono utilizzate per i piani urbanistici, dalle assicurazioni, nei piani di preparazione alle emergenze e per altre applicazioni. Le mappe prevedono il rischio di terremoto entro un periodo di 50 anni, che è la vita media di un edificio negli Usa. «Tuttavia – dicono all’Usgs – , questi nuovi risultati sulla sismicità indotta mostrano l’intensità del potenziale del terremoto in un periodo di un anno. Questo lasso di tempo più breve è appropriato perché l’attività indotta può variare rapidamente con il tempo ed è soggetta a decisioni commerciali e politiche che potrebbero cambiare in qualsiasi momento».

Questi nuovi metodi derivano anche da un workshop organizzato dall’Usgs e dell’Oklahoma Geological Survey Geological Survey, che ha riunito un folto gruppo di esperti di governo, l’industria e scienziati per discutere i rischi dei terremoti indotti.

Anche se le acque reflue del fracking, che sono salate e/o inquinate da sostanze chimiche dovrebbero essere smaltite in modo da non contaminare le fonti di acqua dolce (cosa che troppo spesso non avviene), i grandi volumi di questi rifiuti liquidi vengono smaltiti iniettandoli sottoterra e questo può “lubrificare” faglie e spaccature, rendendo più probabile che si verifichino dei terremoti. L’Usgs però resta istituzionalmete prudente (forse anche perché l’amministrazione Obama ha puntato molto sul fracking) e dice: «Anche se il processo di smaltimento ha il potenziale di innescare terremoti, la maggior parte dei pozzi di smaltimento delle acque reflue non produce terremoti».

A chi, anche dopo il recente studioCausal factors for seismicity near Azle, Texas” pubblicato su Nature Communications da un altro team di ricercatori statunitensi, è sempre più convinto che il boom del fracking sia responsabile del recente aumento dei terremoti, i ricercatori dell’Usgs rispondono che i loro studi «suggeriscono che l’attuale processo di fratturazione idraulica è solo occasionalmente la causa diretta dei terremoti». Una risposta sibillina che contiene una conferma.