Grossi rischi per ambiente, clima e soprattutto acqua

Shale gas? Nuovi allarmanti studi

[28 marzo 2014]

Due recenti studi confermano la pericolosità ambientale del fracking per lo shale gas. Researching Fracking in Europe (ReFine) un consorzio di ricerca indipendente che si occupa proprio di fracking per lo shale gas ed il petrolio, ha pubblicato il documento di ricerca “Oil and gas wells and their integrity: Implications for shale and unconventional resource exploitation”, redatto da ricercatori di Durham University (UK), Duke University (USA) e British Geological Survey, che mette in evidenza i grossi rischi dei pozzi di idrocarburi sfruttati con la fratturazione idraulica.

Lo studio presenta alcuni esempi in tutto il mondo ed inizia dalla Gran Bretagna, dove tra il 1902 ed il 2013 sono stati trivellati a terra 2.152 pozzi di idrocarburi, soprattutto convenzionali. Tra 50 e 100 di questi pozzi sono “orfani” (cioè la società che li ha trivellati ha cessato l’attività ed è fallita, quindi nessuno è più responsabile del pozzo), e fino al 53% dei 2.152 pozzi sono stati trivellati da una compagnia che non esiste più o che è stata acquisita o si è fusa. In 143 pozzi attivi in Gran Bretagna alla fine del 2000 si evidenziavano grossi problemi di integrità.

Degli 8.030 pozzi di fracking ispezionati nel Marcellus shale, in Pennsylvania, tra il 2005 e il 2013, il 6.3% presentava violazioni per quanto riguardava la “barriera” o l’integrità dell’impianto.

I dati pubblici sullo stato dei contenimenti dei pozzi di gas e petrolio onshore in Europa sono scarsi.

Lo studio, pubblicato su Marine and Petroleum Geology, è uno dei più completi sull’integrità dei pozzi e sullo stato delle loro “barriere” (le valvole o l’involucro in acciaio all’interno del pozzo che non permette il rilascio di liquido nell’ambiente. Un termine può anche essere indicato come una perdita interna), ed ha cercato di determinare la classificazione dei pozzi (produzione, abbandonato, gestione al minimo, e “orfano”) e di rivedere le statistiche sul numero di pozzi noti per avere avuto crolli o incidenti che ne hanno compromesso l’integrità.

Analizzando i dati provenienti da Australia, Austria, Bahrain, Brasile, Canada, Gran Bretagna, Olanda, Polonia, ed Usa, ReFine ha scoperto che in tutto il pianeta sono stati trivellati almeno 4 milioni di pozzi di idrocarburi onshore. Il team di ricercatori anglo-americano ha poi esaminato altri 25 datasets da fonti tecnico-scientifiche pubblicate e online che riportano gli incidenti che, tra il 1989 e il 2013, hanno compromesso l’integrità dei pozzi, sia onshore che offshore, trivellati negli ultimi 100 anni. I dati variano notevolmente in termini di numero di pozzi esaminati, secondo la loro età e progettazione, per questo la percentuale di pozzi che hanno una qualche problema alla “barriera” o di integrità è molto variabile, tra l’1,9% e il 75%, ma sempre preoccupante, visto l’aumento dei pozzi “orfani”.

Partendo da qui ReFine ha formulato delle raccomandazioni sul futuro sfruttamento degli scisti che in molti vorrebbero estendere a tutta l’Europa: «I dati del monitoraggio sistematico dei pozzi attivi in tutta Europa dovrebbero essere di dominio pubblico; Devono essere avviate indagini periodiche dei siti abbandonati e le loro conclusioni devono essere rese pubbliche.

Secondo il project leader di ReFina, Richard Davis, dell’Università di Durham, «I risultati di questa ricerca confermano che il cedimento della barriera del pozzo e il danneggiamento dell’integrità nei pozzi di idrocarburi è un problema e che su questo i dati a disposizione dell’opinione pubblica in Europa sembrano essere dispersi. I dati del monitoraggio dei pozzi attivi e la realizzazione di indagini periodiche dei pozzi abbandonati potrebbero aiutare a valutare l’impatto dello sfruttamento degli scisti ed è importante che l’opinione pubblica abbia accesso a queste informazioni».

L’altro studio, “Hydraulic Fracturing & Water Stress: Water Demand by the Numbers” è stato realizzato da Ceres ed analizza il costante e sempre più impattante aumento della richiesta di acqua per rifornire il fracking di gas e petrolio negli Usa, e in Canada. Un impatto che potrebbe tradursi in un vero disastro in regioni povere di risorse idriche, come il Medio Oriente e diversi Paesi europei, africani ed asiatici con scarse risorse idriche ma che vogliono lanciarsi nel business del fracking. The Guardian, che ha ripreso lo studio Ceres, fa notare che «Nei primi 10 Paesi del mondo con le maggiori riserve di petrolio e di gas di scisto, tra cui Cina e Sud Africa, oltre il 60% di tali riserve si trovano in regioni che hanno in media una competizione estremamente elevata competizione per le risorse idriche».

Ma dato che i driver fisici, normativi ed economici dell’utilizzo delle risorse idriche variano notevolmente da Paese a Paese, per compagnie petrolifere e gasiere, agenzia di regolamentazione ed Ong ci sarebbe molto da imparare dalla non sempre positiva esperienza Usa. I due problemi più grossi del fracking sono l’utilizzo di risorse limite scarse ed i rischi di contaminazione delle acque superficiali e di falda, come dimostrano i grossi problemi in Colorado e Texas, segnati da aridità e ricorrenti siccità e con una crescente competizione per l’acqua. Problemi che si ripresenterebbero puntualmente in Paesi come Cina, Algeria ed anche in Sudafrica che sta puntando a sviluppare il fracking nel bacino del Karoo, un’area desertica con scarse risorse idriche sotterranee.

Ceres fa notare che i politici di tutti questi Paesi rima di dare iol via libera al fracking dovrebbero farsi e fare all’industria degli idrocarburi q alcune domande: «Quanta acqua sarà necessaria? Da dove verrà? Quanta m ne potrà essere potenzialmente riciclata? Quali fonti idriche alternative sono disponibili? Quale impatto avrà l’utilizzo dell’acqua da arte dell’industria sull’idrologia locale e sugli altri utenti dell’acqua concorrenti?» Se non si è in grado di rispondere a queste domande in anticipo allora si andrà incontro ai grossi guai che sta provocando negli Usa il boom dello shale gas.

Tra i problemi che individua il rapporto Ceres (che non è ostie al fracking) c’è quello dell’enorme volume di acque reflue contaminate che vengono re-iniettate nel sottosuolo, ma questa pratica a basso costo potrebbe subire forti restrizioni perché ci sono prove sempre più evidenti che sia legata a terremoti locali.

Nell’Ue, fortunatamente, le più severe norme ambientali, compresa la direttiva sulle acque sotterranee e la possibilità di una “direttiva combustibili non convenzionali” potrebbero sbarrare la strada al fracking selvaggio stile Usa. The Guardian fa però notare che «Mentre gran parte della pubblicità negativa su fracking si è concentrata sui rischi di contaminazione delle acque sotterranee, un’altra sfida è la perdita delle risorse idriche sotterranee. In tutto il mondo, risorse idriche sotterranee sono state sfruttate eccessivamente e spesso mal misurate e gestite. Numerosi studi dimostrano che i livelli delle acque sotterranee in molte parti del mondo sono in calo e che la ricarica di alcune falde acquifere può durare anni, decenni, anche secoli. Il fracking potrebbe accelerare queste pressioni, come stiamo già vedendo negli Stati Uniti». Infatti Ceres dice che il 36% della produzione fracking negli Usa avviene in regioni con livelli delle falde freatiche in significativo calo dopo decenni di sfruttamento eccessivo e spesso molto localizzato nelle contee più interessate dal fracking.

Il rapporto evidenzia che le decisioni devono essere prese sulla base di considerazioni locali, non sull’ utilizzo dell’acqua in una regione o in un intero Paese e che ovunque le autorizzazioni per il fracking o dovrebbero seguire le stesse regole tratta di impatti sull’acqua, un bene prezioso e vitale per tutti.