Gli Apache dichiarano guerra alla miniera di rame nelle terre sacre

I repubblicani all’assalto delle terre federali indiane, per darle alle multinazionali straniere

[27 luglio 2015]

Apache rame 1

Per gli Apache Oak Flat, un luogo a un’ora di auto da Phoenix, in Arizona, è un luogo sacro  dove si ritrovano per le loro cerimonie religiose, per seppellire i morti e per i riti di passaggio per le giovani donne. Il sito si trova nel cuore della Tonto National Forest dell’Arizona, quindi sotto la protezione del governo federale. Come spiega Carrie Sage Curley, una donna di Apache, a ThinkProgress: «E’ la nostra terra sacra, è dove veniamo a pregare».

Ma nel 2014,  Resolution Copper,  una joint venture di due multinazionali della Gran Bretagna e dell’Australia ha presentato il progetto per realizzare una grande miniera di rame  proprio ad Oak Flat.  ThinkProgress  sottolinea che «L’aggressiva operazione mineraria è il risultato di un’aggiunta all’ultimo minuto nel National Defense Authorization Act, la legge di spesa militare “must-pass” approvata nel dicembre 2014». I protagonist di questo emendamento, che prevede di scambiare 2.400 acri di terre pubbliche dell’Arizona  (compreso Oak Flat) con 5,300 acri di terreni già in possesso delle compagni straniere,  non potevano essere che due senatori repubblicani dell’Arizona:  John McCain  e Jeff Flake. Si tratterebbe di uno dei primi casi di terre federali Usa dati a compagnie straniere.

Dopo essere riusciti ad impedire diversi tentativi dei repubblicani di far passare al Congresso cose simili, ora« gli Apache sono davvero indignati per questo affare fatto alle loro spalle e dicono che si tratta di un furto  di terra a tutto svantaggio dei contribuenti americani, dal momento che i profitti andranno a finire nelle tasche di multinazionali straniere. Inoltre, visto che spesso le attività mineraria sono spesso esentate dal rispetto di leggi come il Clean Water Act,, gli ambientalisti e gli Apache temono che hanno ripetutamente espresso il timore che, dal momento che l’industria mineraria è spesso esenti da la gigantesca miniera di rame danneggi l’acqua della zona, una risorsa per la quale molti nativi americani dicono che c’è l’obbligo spirituale di proteggerla. Ma gli Apache vogliono soprattutto che siano rispettati i loro morti sepolti a Oak Flat e che le donne possano continuarci a fare le loro danze iniziatiche. Il sito è così importante dal punto religioso che l’estrazione mineraria violerebbe l’American Indian Religious Freedom Act del 1978 che stabilisce che il governo federale Usa ha l’obbligo di proteggere la libertà religiosa dei nativi americani, compreso l’accesso ai siti che ritengono sacri. Come dice l’apache Carrie Sage Curley, «E’ la stessa cosa di una chiesa. Proteggiamo quei templi, perché non possiamo fare lo stesso per la nostra terra sacra?»

Quelli della Resolution Copper dicono che intendono rispettare il National Environmental Policy Act e «le leggi che proteggono i siti culturali e sacri dei nativi americani» e assicurano che b non verranno toccati i terreni vicino al sito storico di “Apache Leap”, il luogo da dove nel 1870 i guerrieri Apache si gettarono giù da una rupe piuttosto che arrendersi all’esercito statunitense.

Ma gli Apache e gli ambientalisti non credono a queste promesse e hanno cominciato a combattere contro l’accordo con l’aiuto di qualche parlamentare come il democratico Raúl Grijalva  che a giugno  ha presentato il “Save Oak Flat Act”, che proteggerebbe l’intera area dall’estrazioni minerarie. Nel disegno di legge si afferma che «Come risultato delle precedenti politiche sulle Federal land, che hanno portato alla perdita significativa delle terre delle tribù degli Indiani d’America, molte aree sacre della tribù si trovano ora su terre federali. Gli Stati Uniti hanno la responsabilità di accordi riconosciuti dal Congresso per proteggere le aree sacre tribali sulle terre federali. [L’accordo] rappresenta un pericoloso precedente legislativo per la mancanza di protezione delle aree sacre tribali situate sulle  Federal lands.. [e] richiederà notevoli quantità di acqua che probabilmente influenzerà l’idrologia locale, compresa la falda acquifera sottostante, e si tradurrà in acque inquinate che si infiltreranno nell’acqua potabile».

Ma il disegno di legge di Grijalva, che porta le firme bipartsan di altri 24 parlamentari Usa, ed è appoggiato sia dal National Congress of American Indians che da Sierra Club, probabilmente troverà molti ostacoli al Congresso dominato dai repubblicani, per questo gli Apache e gli altri nativi americani si sono mobilitati per richiamare l’attenzione sul problema, riuscendo a portare il caso di Oak Flat sulle paine del  New York Times, mentre gli attivisti girano per le riserve indiane di tutto il Paese per raccogliere sostegno alla lotta. Ci sono state anche due manifestazioni a New York City: in Times Square e alle Nazioni Unite.

Apache Stronghold, una Ong che difende i diritti dei nativi americani, ha portato la guerra contro la miniera di rame fino davanti ai cancelli della Casa Bianca a Washington DC, dove per due giorni ha organizzato una serie di azioni di protesta: un corteo al Rock Creek Park, e un “run” spirituale nella capitale conclusosi con una preghiera davanti alla Casa Bianca. Il giorno dopo molti attivisti si sono riuniti sulla West Lawn, di fronte al Campidoglio, per danzare, cantare e fare comizi contro il progetto minerario. Wendsler Nosie Sr., un anziano  Apache ed ex capo tribù, ha detto alla folla composta dai rappresentanti di diversi popoli autoctoni: «Abbiamo la libertà di religione. Il Congresso non dovrebbe ignorare i diritti delle persone … Non è giusto. Il Congresso dovrebbe abrogare la legge».  La Rambler, soffocando le lacrime pensando alla possibile distruzione di un luogo  vche definisce santo, ha detto: «Mi sento violata. Mi sento come se fossi stata violentata. Sento che la terra è stata violentata. I nativi americani sono i custodi della Madre Terra. Quando viene violata, siamo violati. Quando profanano il paese, ci dissacrano. Quando si prende quella via, si toglie l’identità degli Apache».

Resta da vedere se il Congresso Usa abrogherà quello che Rambler ha definito lo «sneaky rider» che McCain e Flake hanno usato come cavallo di Troia per introdurre l’attività mineraria anche nei luoghi sacri dei pellerossa, ma, come scrive Jack Jenkins su ThinkProgress, «Ci sono molte ragioni per essere scettici, dato che la storia americana è piena di esempi di nativi americani che perdono costantemente gli scontri per la terra con il governo federale». Come ha sottolineato l’Huffington Post  questa settimana, le popolazioni autoctone nelle Hawaii e in California stanno lottando per impedire che gruppi esterni costruiscano nel loro luoghi sacri. Il gigantesco land grabbing a spese delle popolazioni autoctone sul quale sono stati costruiti gli Usa non sembra aver fine.

Ma gli Apache sono ottimisti e determinati e credono che la loro fede riuscirà a salvare Oak Flat dalla miniera di rame. «Vinceremo questa battaglia –  conclude Curley – E’ una cosa spirituale e so, nel mio spirito, che riusciremo a vincere».