Il Pakistan è una bomba ad orologeria del cambiamento climatico, ed è già innescata

Si sciolgono i ghiacciai di Himalaya, Indù Khush e Karakorum: «Sta arrivando una calamità»

[26 ottobre 2015]

Pakistan clima 1

«La megalopoli tentacolare giace in rovina, arsa da un’altra ondata di caldo micidiale, i suoi milioni di abitanti che soffrono la carenza d’acqua sono in pericolo di vita e per mangiare non sono in grado di acquistare il pane che è diventato troppo costoso». Inizia con quella che sembra fantascienza distopica lo speciale che il giornale pakistano The Express Tribune dedica agli effetti futuri che il cambiamento climatico potrebbe avere sul Pakistan ed a quello che sta già oggi affrontando un Paese nel quale a nord si stanno sciogliendo i suoi grandi ghiacciai, mentre la sua popolazione è in continuo aumento, insieme ad una violenza politica e religiosa che sembra endemica, e  che sperimenta una carenza di energia senza precedenti e un rallentamento della crescita economica.

Eppure in Pakistan l’ambiente è un argomento del quale si discute molto poco. E questo nonostante che Karachi a settembre sia stata colpita da un’ondata di caldo record e la caldissima estate di quest’anno abbia fatto almeno 1.200 vittime e che le alluvioni catastrofiche abbiano prodotto milioni di profughi interni che continuano ad ingrossare le fila dei migranti climatici.

Il cuore di questo problema ignorato dalla politica e dall’opinione pubblica pakistana è nelle tre grandi delle catene montuose che si innalzano nel nord del Pakistan: l’Himalaya, l’Indù Khush e il Karakorum, che rappresentano il più grande stoccaggio di ghiaccio dopo l’Artico e l’Antartide. Sono questi ghiacciai ad al’mentare l’Indo e i suoi affluenti che irrigano il Pakistan percorrendo il granaio del Paese, il Punjab, per poi sfociare a sud nel Mar Arabico, vicino a Karachi.

Secondo l’ONU, nel 2050 la popolazione del Pakistan supererà i 300 milioni di persone e le acque che sgorgano da ghiacciai come il Passu, al confine con la Cina, saranno vitali. Ma in 25 anni il fronte del Passu è arretrato di circa 500 metri.

Secondo un team di glaciologi che misurano l’impatto dei cambiamenti climatici, nel secolo scorso nel nord del Pakistan le temperature sono aumentate di 1,9 gradi Celsius, causando molti “glof” (glacial lake outburst floods), brusche tracimazioni o rotture di laghi glaciali o dighe che scaricano a valle imponenti masse d’acqua. Attualmente nel nord del Pakistan sono sotto osservazione una trentina di laghi glaciali. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dice che nel corso del XXI secolo questi massicci rilasci d’acqua aumenteranno «riducendo la disponibilità di acqua, il potenziale idroelettrico e cambiando la stagionalità dei corsi d’acqua nelle regioni rifornite dall’acqua del disgelo proveniente dalle grandi catene montuose». Un bel problema, visto che il Pakistan la gran parte del cibo proviene dalle fertili pianure del Punjab che per ora permettono al Paese di rimane autosufficiente in termini agricoli, nonostante la rapida crescita della sua popolazione.

Ma è proprio sulle pianure irrigue del Pakistan che negli ultimi anni sono avvenute inondazioni senza precedenti, che hanno seminato la morte tra uomini e bestiame e spazzato via milioni di ettari di terreni  agricoli. Disastri causati da piogge monsoniche, ma c’è un fattore invisibile: scioglimento dei ghiacciai che potrebbe causare catastrofi ancora più devastanti e minacciare l’esistenza stessa delle coltivazioni.

Un clima che sta assestandosi su picchi di siccità e di piogge torrenziali, a farne le spese potrebbero essere le risaie, visto che la produzione del  riso soffre quando c’è troppa acqua così come quando ce n’è poca.

Attualmente gran parte dell’acqua in eccesso portata dal monsone viene stoccata in due grandi dighe del Pakistan: Tarbela e Mangla, ma Ghulam Rasul, direttore generale del dipartimento meteorologico del Pakistan, dice che nell’ultimo mese il rifornimento delle riserve d’acqua è stato scarso:  «Questo non è sufficiente». Un dramma, perché dopo i monsoni, per tutto il resto dell’anno, gli agricoltori pakistani per irrigare le loro terre si affidano a fiumi, soprattutto all’Indo alimentato dai ghiacciai. «Per ora, la produzione di riso e grano è ancora in aumento – dice Rasul – Ma se i ghiacciai un giorno dovessero scomparire,  saremmo totalmente dipendenti dalla monsone. Che sta già variando. Tutto questo ha un impatto sulla sicurezza alimentare».

Se la sua produzione di grano dovesse non bastare più, il Pakistan dovrebbe iniziare ad importarlo il prezzo del pane schizzerebbe verso l’alto, con prevedibili conseguenze in un Paese dove l’instabilità politica e sociale è altissima.

La crisi dell’Indo potrebbe aver conseguenze drammatiche a Karachi che prende quasi tutta l’acqua di cui ha bisogno dal fiume e non riesce a soddisfare nemmeno la metà dei 4 miliardi di litri al giorno di cui hanno bisogno i suoi abitanti, in parte anche a causa della sua rete di pompaggio e distribuzione inadeguata. L’IPCC prevede che entro il 2050 l’intera Asia meridionale subirà una diminuzione della fornitura di acqua dolce, in particolare nei grandi bacini fluviali come l’Indo. Questo significa che la popolazione in crescita di una megalopoli come Karachi avrà ancora meno acqua a disposizione e si tratta di una popolazione con un livello di povertà molto alto e che si troverebbe anche a dover fare i conti con l’aumento dei prezzi del cibo.

Syed Hasnain Mashkoorul della Karachi Water Company, ha detto all’AFP: «A lungo termine, si tratta di una sfida enorme» e Rasul  aggiunge che, a peggiorare le cose, «Sono previsti cambiamenti nella pressione atmosferica sopra il Mare Arabico, che potrebbero ridurre le brezze che attualmente temperano  il caldo soffocante del porto». Allora l’ondata di caldo che a giugno ha fatto 1.200 vittime, soprattutto nei quartieri poveri di Karachi, trasformati in trappole di calore fatte di palazzoni di cemento, senza ombra e senza acquedotti. La strage di Karachi potrebbe essere stata un assaggio del futuro? La risposta che da all’Express Tribune Javed Akhtar, uno dei ricercatori del team che tiene sotto controllo il ghiacciaio Passu,   è inequivocabile: «Sta arrivando una calamità».