In esclusiva per greenreport il punto di vista dell’ong, presente nella delegazione italiana

La Cop21 e il ruolo dell’acqua come risorsa: da bene comune a merce

Da oggi Cospe a Parigi contro land e water grabbing

[7 dicembre 2015]

pianeta terra acqua

La 21° Conferenza delle parti Onu sul clima potrebbe rappresentare un passaggio importante nella necessaria lotta al cambiamento climatico. Nelle stanze di Parigi dovrebbe prendere corpo una strategia organica e condivisa a livello globale che a partire dal 2020 applicherà nuove regole e un nuovo approccio nel contrasto al climate change. La tendenza generale è per un graduale passaggio da un sistema di obiettivi di riduzione legalmente e operativamente vincolanti, a un sistema volontario “pledge and review”, dove i Paesi saranno chiamati a proporre piani di taglio delle emissioni di gas serra al di fuori di target da raggiungere obbligatoriamente e decisi in modo collettivo. Un cambiamento radicale rispetto alla filosofia che ispirò il Protocollo di Kyoto, soprattutto sulla mitigazione.

Un nuovo approccio che, per Cospe, rischia di indebolire un processo che dovrebbe focalizzarsi al contrario su un ripensamento generale del sistema economico a partire da regole chiare, vincolanti e non eludibili. Per questo Cospe, presente con una delegazione a Parigi dal 7 al 12 dicembre, ritiene che la Cop21, per essere realmente una pietra miliare nella lotta al cambiamento climatico, dovrebbe concludere un accordo che preveda regole legalmente e operativamente vincolanti di taglio delle emissioni di gas climalteranti, far stanziare ai governi risorse nuove, certe e adeguate a garantire l’adattamento al cambiamento climatico, sulla base dei “concetti di responsabilità comune e differenziata” e di “equità”, dovrebbe ripensare drasticamente al profilo dell’agricoltura del futuro, favorendo e sostenendo la transizione verso un modello agroecologico,  decidere la cancellazione di ogni sussidio ai combustibili fossili, ri-orientando le risorse verso produzioni energetiche rinnovabili  e, infine, ripensare il ruolo dell’acqua come risorsa, la cui scarsità crescente è determinante per i cambiamenti climatici.

In questo senso il diritto all’acqua è centrale come bene comune da garantire in primo luogo a tutte le persone, così come a tutte le creature viventi del pianeta. Acqua, agricoltura e clima costituiscono infatti una relazione indissolubile e, nel complesso sistema climatico, il ciclo dell’acqua gioca un ruolo sostanziale nel mantenere l’equilibrio della biosfera, il mantenimento della biodiversità sul pianeta e, non ultimo, lo sviluppo e il consolidamento delle attività umane, soprattutto se si parla di agricoltura. Di tutte le terre coltivate presenti sulla Terra, oltre l’80% dipende dalle piogge e la produttività è strettamente associata all’equilibrio che si instaura tra l’umidità del suolo e l’evaporazione.

D’altra parte, più del 18% delle coltivazioni dipende dalla disponibilità di acqua utilizzabile per l’irrigazione. C’è inoltre da aggiungere che l’agricoltura convenzionale, e i suoi obiettivi di aumento di produzione, è tra le principali cause dell’inquinamento delle falde acquifere e dell’emissione di gas climalteranti (sia per l’utilizzo della chimica di sintesi, di carburanti per la meccanizzazione ma anche per gli effetti dell’uso del suolo) ma anche uno dei settori con maggior consumo di acqua (oltre il 70%) utilizzata per lo più per l’irrigazione. La produzione agricola rischia così di essere un fattore chiave e insieme la prima vittima di un clima che cambia, di un sistema idrologico non più in grado di far fronte alle crescenti esigenze di una popolazione in crescita e di eventi estremi sempre meno prevedibili e, per questo, ancora più devastanti negli impatti e nelle conseguenze. Evitare tutto questo significa rimettere in discussione l’intero paradigma, favorendo una transizione da un approccio industriale e produttivista a una produzione agroecologica e fortemente radicata sui territori, capace di ridurre le emissioni, i consumi di acqua aumentando la capacità di ritenzione idrica dei terreni, di ricarica delle falde e, non ultimo, di prevenzione del rischio idrogeologico.

Secondo l’edizione 2015 del World water development delle Nazioni Unite, presentato nel marzo dello stesso anno, si prevede un aumento del consumo di acqua a causa della crescita della popolazione mondiale e della domanda di beni e servizi. La previsione al 2030 vede un calo del 40% della disponibilità d’acqua, a meno che non venga migliorata in modo significativo la gestione e l’utilizzo di questa risorsa.

C’è un legame tra il valore economico di una risorsa e la sua scarsità: la sempre minore disponibilità di acqua, oltre che essere un problema di ordine ambientale e sociale, la trasforma da bene comune a bene economico, scambiabile sul mercato. Il processo di mercificazione è ampiamente sostenuto dalle politiche di istituzioni come l’Organizzazione mondiale del commercio, o da trattati di libero scambio come quello tra Unione europea (Ue) e Stati Uniti (Ttip), Ue e Canada (Ceta) o gli Accordi di partenariato economico tra Ue e Paesi Acp. In tutto questo, fenomeni come il water grabbing hanno un ruolo determinante, benché non siano ancora pienamente riconosciuti e discussi come il più conosciuto land grabbing e nonostante abbiano un fortissimo impatto sulle comunità, sulla qualità della vita delle persone e sui cicli biogeochimici.

di Cospe per greenreport